Pubblicato il Aprile 22, 2024

Contrariamente a quanto si creda, un rating ESG elevato non certifica la moralità di un’azienda, ma la sua capacità di gestire i rischi finanziari legati a fattori ambientali, sociali e di governance.

  • Un’azienda petrolifera può ottenere un rating ESG superiore a un produttore di energie rinnovabili se la sua governance è ritenuta più solida nel mitigare i rischi del suo settore.
  • Le agenzie di rating utilizzano metodologie talmente diverse che lo stesso titolo può essere classificato come “verde” da una e “inquinante” da un’altra, rendendo il solo punteggio inaffidabile.

Raccomandazione: Per un investimento davvero consapevole, è imperativo andare oltre l’etichetta, analizzare la metodologia di rating e focalizzarsi su metriche di impatto reale e misurabile.

L’universo della finanza sostenibile è in piena espansione. Etichette come “ESG”, “etico”, “sostenibile” e rating scintillanti come “AAA” popolano i prospetti informativi di fondi e prodotti finanziari, promettendo di allineare il portafoglio ai nostri valori. Per l’investitore consapevole, che desidera un impatto positivo ma nutre una sana diffidenza verso il marketing, la domanda sorge spontanea: come si può distinguere un impegno autentico dal mero greenwashing?

L’approccio convenzionale suggerisce di affidarsi a questi rating come a un bollino di qualità. Se un fondo ha un rating alto, si presume che investa in aziende “buone”. Ma se le dicessi che una delle più grandi compagnie petrolifere al mondo può vantare un rating ESG di tutto rispetto, spesso superiore a quello di un’azienda che produce pannelli solari? Questo non è un’ipotesi provocatoria, ma la cruda realtà del sistema di valutazione ESG. Il problema risiede in un equivoco fondamentale: i rating non misurano la “bontà” assoluta, ma la gestione del rischio relativo.

Questo articolo non le fornirà una lista di fondi “giusti” o “sbagliati”. Il suo scopo è più profondo: fornirle gli strumenti analitici per decodificare questi paradossi. Esploreremo perché le agenzie di rating giungono a conclusioni opposte, quale sia la differenza legale tra un fondo che “promuove” la sostenibilità e uno che la persegue come “obiettivo”, e come misurare l’impatto tangibile dei suoi investimenti, al di là delle etichette. Preparati a smontare il castello di carte del marketing finanziario per costruire una strategia di investimento veramente allineata ai tuoi principi.

Per navigare le complessità del mondo ESG, è essenziale comprendere i meccanismi che si celano dietro le etichette. La struttura di questo articolo è pensata per guidarla passo dopo passo, dai paradossi più evidenti alle metriche più concrete, fornendole una mappa per un’analisi rigorosa e indipendente.

Perché una società petrolifera può avere un rating ESG alto (il paradosso della Governance)?

Una società petrolifera può ottenere un rating ESG elevato perché i rating, in particolare quelli più diffusi, non misurano la bontà etica o l’impatto ambientale assoluto di un’azienda, ma la sua capacità di gestire i rischi ambientali, sociali e di governance (ESG) relativi al proprio settore. Questo approccio, noto come “best-in-class”, premia le aziende che, all’interno di un settore controverso come quello fossile, dimostrano politiche di governance, sicurezza e piani di transizione più solidi rispetto ai loro diretti concorrenti. In pratica, non si valuta se l’azienda estrae petrolio, ma quanto “bene” lo fa rispetto alle altre compagnie petrolifere.

Questo paradosso metodologico spiega perché fondi etichettati come sostenibili continuano a finanziare massicciamente l’industria dei combustibili fossili. Secondo una ricerca condotta da Urgewald e Facing Finance, nei fondi ESG europei sono presenti 123 miliardi di euro investiti in aziende fossili. La governance (la ‘G’ di ESG) assume un peso preponderante: un’azienda con un business inquinante ma con un consiglio di amministrazione diversificato, solidi report di sostenibilità e politiche anticorruzione può superare nel punteggio un’azienda “verde” con una governance opaca o instabile.

Torre petrolifera con pannelli solari alla base che illustra il paradosso ESG

Studio di caso: TotalEnergies nei fondi ESG

Un esempio emblematico è TotalEnergies. Nonostante sia uno dei maggiori operatori globali nel settore petrolifero, l’azienda da sola raccoglie 8,1 miliardi di euro in investimenti da fondi europei classificati come sostenibili. Questo perché le agenzie di rating possono valutare positivamente i suoi investimenti in energie rinnovabili e la sua strategia di transizione, pur rimanendo un gigante dei combustibili fossili. Le sei principali compagnie petrolifere, incluse Shell, Eni e BP, rappresentano da sole investimenti per 23,5 miliardi di euro all’interno di questi stessi fondi, dimostrando come la logica “best-in-class” possa portare a risultati profondamente controintuitivi per l’investitore finale.

Questo meccanismo evidenzia un primo, fondamentale punto di analisi: un rating elevato non è una garanzia di purezza ambientale, ma spesso un indicatore di gestione del rischio relativo al settore di appartenenza. Per un investitore consapevole, la domanda non è solo “qual è il rating?”, ma “come è stato costruito questo rating?”.

Perché lo stesso titolo è “Green” per un’agenzia e “Dirty” per un’altra?

Lo stesso titolo azionario può ricevere valutazioni ESG radicalmente diverse perché non esiste uno standard universale per la misurazione della sostenibilità. Ogni agenzia di rating (come MSCI, Refinitiv, Sustainalytics) opera come un’entità indipendente con una propria metodologia proprietaria. Questo significa che utilizzano fonti di dati differenti, ponderano i fattori ESG in modo diverso e si concentrano su aspetti distinti, portando inevitabilmente a risultati divergenti e spesso contraddittori.

Alcune agenzie, per esempio, pongono una forte enfasi sui rischi finanziari che i fattori ESG possono rappresentare per l’azienda (approccio “outside-in”), premiando la capacità di un’impresa di proteggere i propri profitti. Altre, invece, si concentrano maggiormente sull’impatto che le operazioni dell’azienda hanno sul mondo esterno (approccio “inside-out”), valutando aspetti come le emissioni assolute o i diritti umani. Questa discrepanza è la radice della confusione. Un’azienda potrebbe essere valutata positivamente da un’agenzia focalizzata sul rischio perché ha un piano per gestire una futura carbon tax, ma negativamente da un’altra che guarda solo alle sue emissioni attuali.

Il quadro seguente illustra le differenze tra alcune delle principali agenzie, evidenziando come il focus, le fonti e il numero di metriche possano variare drasticamente. Questa diversità metodologica rende essenziale per un investitore non fermarsi al primo rating che trova.

Confronto Metodologico tra Agenzie di Rating ESG
Agenzia Metodologia Focus principale Numero metriche
Refinitiv (LSEG) Basata su dati pubblici e auto-dichiarati Performance ESG su oltre 630 misure 186 considerate più rilevanti per settore
Sustainability Scorecard Allineamento a standard internazionali (GRI, UN Global Compact) Performance su 4 temi (Ambiente, Sociale, Governance, Economia) 21 indicatori chiave
MSCI Analisi del rischio ESG materiale e settore-specifico Esposizione ai rischi ESG non gestiti Variabile in base all’industria di appartenenza

Ciascuna agenzia di rating ha una propria metodologia per tali classificazioni e per questo motivo spesso gli investitori tendono a consultare più di un rating ESG.

– ESG News Italia, Analisi sui rating ESG

Invece di cercare l’agenzia “migliore”, l’approccio rigoroso consiste nel capire quale metodologia si allinea meglio con i propri obiettivi di investimento. Se il suo fine è puramente la performance finanziaria, un rating basato sul rischio può essere più indicato. Se invece il suo obiettivo primario è l’impatto positivo, dovrà cercare valutazioni che premino le performance ambientali e sociali concrete.

L’errore di pensare che un fondo “senza armi” sia automaticamente un fondo “pro-ambiente”

Un errore comune tra gli investitori è equiparare l’investimento sostenibile alla sola esclusione di settori controversi. Un fondo che dichiara di non investire in armi, tabacco o gioco d’azzardo non è, per definizione, un campione di sostenibilità ambientale. L’esclusione è la strategia più semplice e antica di investimento etico, ma rappresenta solo la punta dell’iceberg. Un fondo potrebbe escludere rigorosamente le armi ma, allo stesso tempo, avere in portafoglio aziende del settore minerario, cementifero o della fast fashion con pratiche ambientali disastrose.

La finanza sostenibile moderna impiega una gamma molto più ampia e sofisticata di strategie che vanno oltre la semplice logica del “no”. L’investitore consapevole deve imparare a riconoscerle per valutare la reale profondità dell’impegno di un fondo. Ad esempio, una strategia “best-in-class” non esclude un intero settore, ma seleziona al suo interno le aziende con le migliori performance ESG. Un’altra strategia, l'”engagement attivo”, prevede che il gestore del fondo utilizzi i propri diritti di voto e il dialogo diretto con il management per spingere le aziende a migliorare le loro pratiche.

Focalizzarsi unicamente sull’esclusione significa avere una visione parziale e potenzialmente fuorviante. Un vero fondo pro-ambiente integra attivamente i fattori ambientali nell’analisi finanziaria, cerca aziende che offrono soluzioni concrete alla crisi climatica (impact investing) e si impegna a far rispettare standard internazionali. La vera sostenibilità è proattiva, non solo reattiva.

Piano d’azione: valutare un fondo oltre le semplici esclusioni

  1. Identificare la strategia dichiarata: Il fondo applica solo esclusioni o anche altre strategie come best-in-class, engagement o impact investing? Cerca queste parole chiave nel KID o nel prospetto.
  2. Analizzare le principali partecipazioni: Controlla le prime 10-15 aziende in portafoglio. Sono leader di sostenibilità nei loro settori o semplicemente “le meno peggio” di industrie problematiche?
  3. Verificare le politiche di engagement: Il gestore pubblica un report sulle sue attività di voto e di dialogo con le aziende? Un impegno trasparente è un forte segnale di serietà.
  4. Cercare l’impatto misurabile: Il fondo fornisce dati concreti sul suo impatto (es. tonnellate di CO2 evitate, litri d’acqua risparmiati)? L’assenza di metriche è un campanello d’allarme.
  5. Confrontare con i benchmark di sostenibilità: Il fondo si confronta solo con indici di mercato tradizionali o anche con benchmark allineati agli accordi di Parigi (PAB/CTB)?

Limitarsi a verificare l’assenza di un settore controverso è come giudicare un libro dalla copertina. La vera analisi richiede di aprire quel libro e leggere attentamente i capitoli che descrivono come il gestore seleziona, monitora e influenza attivamente le aziende in cui investe.

Cosa succede al valore delle aziende “inquinanti” quando entrano in vigore nuove tasse sulla CO2?

Quando entrano in vigore nuove normative ambientali, come una tassa sulla CO2 o standard di emissioni più stringenti, il valore delle aziende “inquinanti” è esposto a un rischio finanziario concreto e immediato. Questo fenomeno, noto come “rischio di transizione”, non è un’astrazione etica, ma un fattore economico che impatta direttamente sui bilanci. I costi operativi aumentano, i margini di profitto si contraggono e la loro competitività sul mercato si riduce. Gli investitori, anticipando questi effetti, reagiscono vendendo i titoli, causandone un crollo di valore.

La cattiva governance ambientale o sociale non è più solo una questione di reputazione; è una passività finanziaria in attesa di manifestarsi. Un’azienda che ignora i rischi legati al clima, all’inquinamento o alle condizioni di lavoro si espone a multe miliardarie, azioni legali, perdita di licenze operative e boicottaggi da parte dei consumatori. Questi eventi possono erodere drasticamente gli utili e, nei casi più gravi, portare all’azzeramento dei dividendi per gli azionisti. Il rating ESG, nella sua accezione più rigorosa, è uno strumento per prezzare questo rischio latente.

Grafico tridimensionale che mostra il crollo del valore delle azioni inquinanti

Un’analisi ESG approfondita non si limita a valutare le emissioni attuali, ma cerca di stimare la resilienza di un’azienda di fronte a scenari futuri più stringenti. Un’azienda che oggi investe in efficienza energetica e tecnologie pulite sarà molto più preparata a un futuro con un prezzo del carbonio elevato rispetto a un concorrente che non lo fa. Per l’investitore, questo significa che integrare l’analisi ESG non è solo una scelta etica, ma una strategia prudenziale per proteggere il capitale.

Studio di caso: Il “Dieselgate” di Volkswagen

Lo scandalo “Dieselgate” del 2015 è l’esempio perfetto di come un rischio ESG non gestito possa trasformarsi in una catastrofe finanziaria. La manipolazione dei test sulle emissioni da parte di Volkswagen (un fallimento della ‘G’ di Governance e della ‘E’ di Environment) ha innescato una crisi senza precedenti. Le conseguenze sono state devastanti: oltre 30 miliardi di euro in multe, richiami e costi legali; un crollo del 40% del valore del titolo in pochi giorni; e l’azzeramento temporaneo dei dividendi. Questo evento ha dimostrato al mondo intero che nascondere i problemi di sostenibilità non è una strategia praticabile e che i mercati puniscono severamente la mancanza di trasparenza.

L’aumento della regolamentazione ambientale non è una minaccia, ma un meccanismo di mercato che rende finalmente visibile il costo reale dell’inquinamento. Le aziende che non si adattano sono destinate a vedere il loro valore erodersi, trasformando i loro asset in “stranded assets”, ovvero beni che perdono valore prematuramente a causa della transizione ecologica.

Come misurare l’impatto reale (kg di CO2 risparmiati) dei tuoi 10.000 € investiti?

Per andare oltre le dichiarazioni di marketing e capire il vero contributo del suo investimento, è necessario passare dai rating qualitativi alle metriche di impatto quantitative. Misurare l’impatto reale significa tradurre il suo capitale investito in risultati tangibili e non finanziari. Invece di chiedere “qual è il rating?”, la domanda da porsi è: “Quanti chilogrammi di CO2 ha evitato il mio investimento? Quanti litri d’acqua ha contribuito a risparmiare? A quante persone ha dato accesso a cure mediche?”.

I gestori di fondi più trasparenti e impegnati (in particolare quelli classificati come Articolo 9, come vedremo) forniscono report di impatto dettagliati che vanno al di là dei dati finanziari. Questi documenti sono la vera miniera d’oro per l’investitore consapevole. Ad esempio, un portafoglio ESG di 100.000 euro può avere un impatto misurabile, e il compito dell’investitore è esigere questa misurazione. Un fondo può dichiarare che, per ogni milione di euro investito, il suo portafoglio emette X tonnellate di CO2 in meno rispetto a un benchmark di mercato tradizionale.

Per valutare l’impatto, è fondamentale familiarizzare con le metriche chiave utilizzate nel settore. Ecco alcuni degli indicatori più importanti da cercare nei report di sostenibilità di un fondo:

  • Portfolio Carbon Footprint: Misura le emissioni di gas serra del portafoglio, solitamente espresse in tonnellate di CO2 equivalente (tCO2e) per milione di euro investito. Permette di confrontare l’intensità carbonica di diversi fondi.
  • Water Footprint: Valuta il consumo di acqua legato alle aziende in portafoglio, spesso indicando i metri cubi di acqua risparmiati o depurati grazie a tecnologie o pratiche più efficienti.
  • Contributo agli SDG: Molti fondi mappano i loro investimenti rispetto ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite, mostrando in che percentuale il portafoglio contribuisce a obiettivi come “Energia pulita e accessibile” (SDG 7) or “Lotta contro il cambiamento climatico” (SDG 13).
  • Metriche Sociali e di Governance: Includono indicatori come la percentuale di donne in posizioni manageriali, il numero di posti di lavoro creati in comunità svantaggiate, o il miglioramento degli indici di sicurezza sul lavoro.

Per calcolare l’impatto dei suoi 10.000 €, il processo è semplice: se un fondo dichiara di risparmiare 50 tCO2e per ogni milione investito, il suo investimento di 10.000 € contribuisce a un risparmio di 0,5 tCO2e. Questa concretezza trasforma l’investimento da un atto passivo a un contributo attivo e misurabile.

Qual è la differenza legale tra un fondo che “promuove” la sostenibilità e uno che ha “obiettivi” sostenibili?

La differenza, cruciale per un investitore, è definita dalla normativa europea SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) e risiede nella natura vincolante dell’impegno. Un fondo che “promuove” (Articolo 8 SFDR, o “light green”) integra i fattori ESG nel suo processo di investimento, ma senza che la sostenibilità sia il suo fine ultimo. Un fondo che ha “obiettivi” (Articolo 9 SFDR, o “dark green”) deve, per legge, perseguire un obiettivo di investimento sostenibile misurabile e specifico.

In termini semplici, un fondo Articolo 8 può considerare i rischi climatici per proteggere i rendimenti, ma il suo obiettivo primario rimane finanziario. Un fondo Articolo 9, invece, ha come scopo principale quello di generare un impatto positivo e misurabile, come la riduzione delle emissioni di carbonio o il finanziamento di energie rinnovabili. L’impegno di un fondo Articolo 9 è legalmente vincolante: se non raggiunge i suoi obiettivi di sostenibilità dichiarati, il gestore può essere esposto a conseguenze legali.

Questa distinzione è fondamentale per smascherare il greenwashing. Inizialmente, molti fondi si sono auto-classificati come Articolo 9 per attrarre capitali, ma la paura delle sanzioni ha portato a un’ondata di “declassamenti” verso l’Articolo 8, una categoria meno restrittiva. Infatti, secondo analisti, il rischio greenwashing è sceso al 3% per i fondi articolo 9, mentre rimane al 23% per i fondi articolo 8, evidenziando come la seconda categoria sia più eterogenea e richieda un’analisi più attenta.

Molti fondi sono stati declassati da Art. 9 a Art. 8 per paura delle conseguenze legali del non raggiungere gli ‘obiettivi’ vincolanti.

– Analisti MainStreet Partners, Barometro ESG 2025

Il quadro seguente riassume le differenze chiave che ogni investitore dovrebbe conoscere prima di scegliere un fondo etichettato come “sostenibile”.

Differenze Chiave tra Fondi Articolo 8 e Articolo 9 (SFDR)
Caratteristica Articolo 8 SFDR (“Light Green”) Articolo 9 SFDR (“Dark Green”)
Definizione Legale Promuove caratteristiche ambientali o sociali Ha un obiettivo di investimento sostenibile
Impegno del Gestore Integrazione dei fattori ESG nel processo decisionale Obiettivi di impatto misurabili e vincolanti
Benchmark di riferimento Spesso allineato a indici di transizione (CTB) Deve allinearsi a indici allineati a Parigi (PAB)
Quota nel mercato UE Maggioranza dei fondi ESG (~53%) Minoranza qualificata (~3-5%)

Per l’investitore che cerca il massimo impatto, i fondi Articolo 9 rappresentano la scelta più coerente. Tuttavia, questo non significa che tutti i fondi Articolo 8 siano da scartare. Richiedono semplicemente un livello di due diligence superiore per verificare la reale consistenza del loro approccio alla sostenibilità.

Come investire in “obbligazioni del mondo” sicure con tassazione dimezzata?

Per investire in obbligazioni globali considerate sicure e beneficiare di una tassazione agevolata al 12,5% (anziché l’aliquota standard del 26%), l’investitore deve orientarsi verso specifici strumenti finanziari. Si tratta principalmente di titoli di Stato emessi da paesi che garantiscono un adeguato scambio di informazioni con l’Italia (inclusi nella cosiddetta “white list”) e di obbligazioni emesse da enti sovranazionali come la Banca Mondiale, la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) o la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).

Molti di questi enti sovranazionali sono pionieri nell’emissione di Green Bond, Social Bond e Sustainability Bond. Questi strumenti non solo offrono il vantaggio fiscale, ma sono creati specificamente per finanziare progetti con un impatto ambientale e sociale positivo e verificabile. Acquistando un Green Bond della BEI, ad esempio, si finanzia direttamente la costruzione di parchi eolici o progetti di efficienza energetica, con la garanzia di un emittente con il massimo rating creditizio (AAA).

L’investitore può accedere a questi strumenti in due modi: acquistando le singole obbligazioni sul mercato secondario (MOT o EuroTLX in Italia) o, più semplicemente, attraverso fondi comuni di investimento ed ETF che si specializzano in queste asset class. Un fondo obbligazionario governativo globale o un fondo focalizzato su “supranational bonds” permette di ottenere una diversificazione immediata e una gestione professionale, mantenendo il beneficio fiscale sui redditi generati dai titoli idonei.

Esempio pratico: un fondo bilanciato con focus sociale

Il fondo Etica Obiettivo Sociale di Etica Sgr, recentemente designato tra i migliori fondi ESG da CFS Rating, illustra bene questo approccio. Si tratta di un fondo bilanciato che investe in un mix di azioni e obbligazioni. Per la sua componente obbligazionaria, si concentra su titoli di Stato ed enti sovranazionali, beneficiando della tassazione agevolata. Allo stesso tempo, applica rigorosi criteri di esclusione, evitando settori come armi, combustibili fossili e gioco d’azzardo, e paesi che non rispettano i diritti civili o applicano la pena di morte. Questo dimostra come sia possibile combinare sicurezza, vantaggio fiscale e un impatto sociale e ambientale positivo in un unico strumento finanziario.

La chiave è quindi ricercare attivamente prodotti che dichiarino di investire in titoli governativi di paesi “white list” o in obbligazioni di enti sovranazionali. Questa strategia permette di costruire un portafoglio a basso rischio, fiscalmente efficiente e allineato con obiettivi di sostenibilità, rappresentando una scelta ideale per la componente più conservativa di un portafoglio di investimento.

Da ricordare

  • Il rating ESG è un’analisi di rischio relativo al settore, non un giudizio di valore morale assoluto.
  • La metodologia di valutazione è più importante del punteggio finale; agenzie diverse producono risultati divergenti.
  • L’impatto reale di un investimento si misura con metriche quantitative (CO2, acqua, SDG), non con etichette qualitative.

Perché le aziende con cattiva governance ambientale rischiano multe miliardarie che azzerano i dividendi?

Le aziende con una cattiva governance ambientale rischiano conseguenze finanziarie devastanti perché il quadro normativo globale si sta stringendo rapidamente, trasformando le esternalità negative (come l’inquinamento) in costi interni diretti e tangibili. La pressione non viene più solo da attivisti o consumatori, ma da regolatori, legislatori e investitori istituzionali che hanno compreso come la cattiva gestione dei rischi ESG si traduca in un pericolo diretto per la stabilità finanziaria e i rendimenti a lungo termine.

Un’azienda che ignora le normative sulle emissioni, che gestisce in modo irresponsabile i propri rifiuti o che non è trasparente sui propri dati ambientali si espone a un cocktail letale di rischi. Questi includono multe da parte delle autorità di vigilanza, che possono ammontare a miliardi di euro, costose cause legali da parte di comunità danneggiate e il ritiro di licenze essenziali per operare. Questi costi imprevisti erodono gli utili e, nei casi più gravi, costringono il management a tagliare o azzerare completamente i dividendi per preservare la liquidità, colpendo direttamente il portafoglio degli azionisti.

Bilancia della giustizia con elementi naturali che simboleggiano l'equilibrio ESG

La regolamentazione sta diventando sempre più prescrittiva. Ad esempio, le nuove linee guida dell’ESMA (l’autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati) impongono che i fondi che usano termini come “ESG” o “sostenibile” nel loro nome debbano avere almeno l’80% minimo di investimenti allineati a tali caratteristiche. Questo aumenta la pressione sui gestori affinché scartino le aziende con le peggiori pratiche, riducendone l’accesso al capitale.

La pressione regolamentare continua a intensificarsi, con il rischio di multe per chi non si adegua, oltre al danno reputazionale che ne consegue.

– Neill Blanks, Managing Director di MainStreet Partners

In questo contesto, una solida governance ambientale cessa di essere un “nice to have” per diventare un fattore critico di sopravvivenza aziendale. Le aziende che la integrano nella loro strategia non solo mitigano rischi catastrofici, ma si posizionano per attrarre capitali e prosperare nella nuova economia a basse emissioni di carbonio.

Per tradurre questa consapevolezza in azione, il passo successivo è analizzare criticamente il KID (Key Information Document) e il report di sostenibilità del suo prossimo investimento, armato degli strumenti e delle domande che abbiamo esplorato. Solo così potrà essere certo che il suo capitale lavori davvero per il futuro che desidera costruire.

Scritto da Marco Valeri, Analista Finanziario Indipendente (CFA) con oltre 15 anni di esperienza nella gestione patrimoniale e nei mercati globali. Specializzato in asset allocation strategica, obbligazioni governative (BTP) e costruzione di portafogli ETF per investitori privati.