Pubblicato il Novembre 15, 2024

Nella maggior parte dei casi, una polizza Unit Linked non conviene rispetto a un portafoglio di ETF a causa di un’architettura di costi che erode sistematicamente i rendimenti nel lungo periodo.

  • I costi annui, spesso superiori al 2-3%, possono dimezzare il profitto potenziale in un decennio attraverso un’erosione composta.
  • La presunta esclusività dei fondi interni e i vantaggi fiscali raramente compensano l’impatto devastante delle commissioni di gestione, ingresso e performance.

Raccomandazione: Prima di sottoscrivere qualsiasi polizza, è imperativo analizzare il documento informativo (KID) per identificare il Costo Totale (RIY) e confrontarlo con l’alternativa a basso costo di un ETF equivalente.

L’investitore italiano si trova spesso a un bivio: affidarsi a una rassicurante polizza Unit Linked proposta dalla propria banca o avventurarsi nella gestione diretta di un portafoglio di ETF? La domanda è tutt’altro che banale e la risposta ha implicazioni profonde sul futuro del proprio capitale. La promessa delle polizze è allettante: un contenitore assicurativo che offre vantaggi fiscali, protezione in caso di successione e l’accesso a fondi di investimento apparentemente esclusivi, il tutto gestito da professionisti.

Questa narrazione, tuttavia, tralascia spesso un’analisi critica dell’elemento più distruttivo per qualsiasi investimento a lungo termine: i costi. Il dibattito non può limitarsi a un semplice confronto tra la fiscalità agevolata e le commissioni di gestione. È necessario scavare più a fondo, analizzando quella che possiamo definire l’architettura dei costi: un sistema stratificato di caricamenti, commissioni di gestione, costi di transazione e penali di uscita che opera silenziosamente, anno dopo anno, per erodere il montante accumulato. Si parla di vantaggi successori, ma si ignora che l’opacità strutturale del prodotto rende difficile persino comprendere in cosa si stia effettivamente investendo.

Ma se la vera chiave non fosse scegliere tra i presunti benefici fiscali e i costi evidenti, ma piuttosto smascherare come questi costi siano progettati per rendere i benefici quasi irrilevanti? Questo articolo adotta una prospettiva critica e analitica. Non ci limiteremo a dire che le polizze costano di più. Dimostreremo, dati alla mano, come l’interesse composto venga “ucciso” da commissioni apparentemente piccole, come decifrare i documenti informativi per trovare le voci di costo che nessuno evidenzia e come il rischio di mercato sia identico a quello di un’azione, ma avvolto in una confezione da prodotto assicurativo.

L’obiettivo è fornire all’investitore gli strumenti per una valutazione razionale, per trasformarlo da cliente passivo a negoziatore consapevole. Analizzeremo ogni strato del prodotto, dalla struttura dei costi alla trasparenza dei fondi sottostanti, per arrivare a una conclusione chiara e supportata da dati concreti.

Perché pagare il 3% all’ingresso e il 2% annuo uccide il tuo interesse composto?

Il concetto di interesse composto è definito l’ottava meraviglia del mondo per la sua capacità di far crescere esponenzialmente un capitale nel tempo. Esiste, però, il suo gemello malvagio: l’erosione composta. Una commissione annua, anche se apparentemente piccola, non si limita a ridurre il guadagno di un singolo anno; erode la base capitale su cui si calcoleranno i rendimenti futuri, innescando un effetto valanga negativo. I costi iniziali, o “caricamenti”, peggiorano ulteriormente la situazione, partendo con un capitale già decurtato.

Immaginiamo un costo di ingresso del 3% e una gestione annua del 2%. Su 100.000€ investiti, 3.000€ svaniscono subito. I restanti 97.000€ devono prima recuperare questa perdita e solo dopo iniziare a generare un profitto reale, il tutto mentre ogni anno il 2% del montante viene prelevato. L’impatto è devastante. Analisi di settore dimostrano che un costo annuo del 4-5% (sommando tutte le commissioni) può erodere dal 30% al 40% del capitale in soli 10 anni, annullando gran parte del lavoro del mercato.

Questo non è un difetto, ma una caratteristica strutturale di molti prodotti. Infatti, secondo uno studio di Banca d’Italia, il costo delle polizze unit-linked è mediamente superiore di 0,5-2,5 punti percentuali annui rispetto a fondi comuni con caratteristiche simili. Questo differenziale è il prezzo che l’investitore paga, spesso inconsapevolmente, per il “contenitore” assicurativo, un prezzo che distrugge la performance nel lungo periodo.

Esistono fondi “chiusi” accessibili solo tramite polizza che giustificano il costo extra?

Uno degli argomenti di vendita più frequenti per le polizze Unit Linked è l’accesso a fondi di investimento “esclusivi”, non disponibili al pubblico retail. L’idea è che questi fondi, gestiti da case d’investimento prestigiose, offrano performance superiori in grado di più che compensare i costi aggiuntivi della polizza. Ma è davvero così? L’analisi critica rivela una realtà ben diversa. Spesso, questi fondi “esclusivi” non sono altro che cloni di fondi già esistenti, semplicemente “impacchettati” per la polizza, o fondi con strategie non particolarmente innovative.

La vera domanda è: anche se un fondo fosse realmente esclusivo e performante, il suo extra-rendimento riuscirebbe a coprire il pesante fardello dei costi della polizza? La risposta, nella maggior parte dei casi, è no. L’erosione composta dei costi agisce come un’ancora che zavorra anche la nave più veloce. Un fondo che rende l’8% lordo, all’interno di una polizza che costa il 2,5% annuo, offre un rendimento netto del 5,5%. Un ETF globale che replica lo stesso mercato, con un costo dello 0,2%, offre un rendimento netto del 7,8%. La differenza nel lungo periodo è abissale.

Nonostante questa evidenza, il mercato è in piena espansione. Secondo dati recenti, nel primo trimestre 2025 la raccolta di polizze unit linked ha raggiunto 8,59 miliardi di euro, segnando un forte incremento. Questo dimostra l’efficacia del marketing, ma non la convenienza del prodotto.

Studio di caso: Simulazione a 25 anni We Wealth

Una simulazione condotta da We Wealth ha analizzato l’impatto di costi e tassazione nel passaggio generazionale, confrontando diverse opzioni di investimento. Il risultato è stato inequivocabile: le polizze Unit Linked si sono dimostrate meno efficienti di ETF e fondi comuni. Nello scenario peggiore, un capitale derivante da una polizza e reinvestito in fondi azionari ha generato, dopo 25 anni, oltre 2 milioni di euro in meno rispetto all’opzione di investimento diretto più efficiente. Questo dimostra che i costi e la tassazione anticipata delle plusvalenze rendono il presunto vantaggio successorio un vantaggio illusorio dal punto di vista finanziario.

Come trovare la voce “Costi totali” nel documento che nessuno legge mai?

Tutti i consulenti consigliano di leggere il KID (Key Information Document) prima di firmare, ma pochi spiegano come leggerlo in modo critico. Questo documento standardizzato, obbligatorio per legge, contiene la chiave per svelare l’impatto reale dei costi. La voce più importante da cercare non è il singolo costo di gestione o di ingresso, ma un indicatore sintetico chiamato RIY (Reduction in Yield). Il RIY esprime, in percentuale, di quanto il rendimento annuo potenziale viene ridotto a causa di tutti i costi combinati (ingresso, gestione, transazione, performance, ecc.).

Per l’investitore, il RIY è la “verità” sui costi. Un RIY del 2,5% significa che se i mercati sottostanti rendono il 6%, il rendimento dell’investitore, al lordo delle tasse, non sarà superiore al 3,5%. È qui che l’opacità si dissolve e la matematica prende il sopravvento. Confrontare il RIY di una polizza con il TER (Total Expense Ratio) di un ETF equivalente (spesso tra 0,1% e 0,5%) rivela immediatamente l’enorme divario di efficienza.

Per un’analisi completa, è necessario osservare anche la tabella di “Composizione dei costi”, che scompone il RIY nelle sue varie componenti, e gli “Scenari di Performance”, che mostrano quale sarebbe il risultato netto dell’investimento in condizioni di mercato diverse (sfavorevole, moderato, favorevole) già al netto dei costi. È un esercizio che richiede pochi minuti, ma che può salvare decine di migliaia di euro nel lungo periodo.

Guida visiva alla lettura del documento KID per identificare i costi nascosti

Come mostra questa rappresentazione, analizzare un documento finanziario richiede di guardare oltre la superficie per scoprire i dettagli cruciali nascosti al suo interno. Un’analisi attenta del KID è il primo passo per una scelta consapevole.

Il piano d’azione per decifrare il KID

  1. Individuare la sezione “Andamento dei costi nel tempo”: È qui che si trova il RIY (Reduction in Yield), l’indicatore che quantifica la riduzione annua del rendimento a causa dei costi totali.
  2. Analizzare la tabella “Composizione dei costi”: Verificare il peso specifico dei costi una tantum (ingresso/uscita) rispetto a quelli ricorrenti (gestione, transazione).
  3. Esaminare gli “Scenari di Performance”: Confrontare il rendimento lordo potenziale con quello netto dopo i costi, specialmente nello scenario “moderato”, per avere un’idea realistica.
  4. Verificare il periodo di detenzione raccomandato: I costi di uscita possono essere molto alti nei primi anni. Assicurarsi che l’orizzonte temporale sia compatibile con i propri piani.
  5. Confrontare il RIY con il TER di un ETF: Calcolare la differenza di costo annua (es. 2,5% RIY vs 0,2% TER) e proiettarla su un orizzonte di 10-20 anni per visualizzare l’enorme perdita di capitale.

Polizza “scatola nera” o gestione trasparente: sai davvero in cosa investe la tua Unit?

Oltre ai costi, il secondo grande svantaggio delle polizze Unit Linked è l’opacità strutturale. Mentre un investitore che acquista un ETF sa in ogni momento qual è il benchmark replicato e può accedere quotidianamente alla lista completa dei titoli in portafoglio, chi sottoscrive una polizza entra spesso in una “scatola nera”. I report forniti sono spesso generici, con aggiornamenti sulla composizione dei fondi interni che possono essere trimestrali o addirittura semestrali. Questa mancanza di trasparenza impedisce un monitoraggio efficace e una reale comprensione del livello di rischio assunto.

Questa opacità è funzionale al modello di business, che si basa sulla delega totale. Tuttavia, delegare non dovrebbe significare rinunciare al controllo e alla consapevolezza. Un investitore dovrebbe poter rispondere in ogni momento a una domanda semplice: “In cosa sono investiti i miei soldi?”. Con molte Unit Linked, la risposta è un vago “in un fondo azionario globale” o “in un fondo bilanciato”, senza dettagli sulle specifiche esposizioni geografiche, settoriali o sui singoli titoli.

I costi incidono in modo molto pesante sulle possibilità di rendimento di questo tipo di strumenti… In pratica paghiamo due volte per avere la stessa cosa: delegare la gestione dei nostri soldi.

– Analisti di Affari Miei, Affari Miei – Analisi polizze unit linked 2025

Il confronto con gli ETF, come evidenziato dalla tabella seguente, è impietoso. La trasparenza non è un vezzo per investitori sofisticati, ma un requisito fondamentale per una gestione del rischio consapevole e per mantenere la fiducia nel proprio piano di investimento.

La tabella seguente, basata su un’ analisi comparativa del settore, riassume le differenze chiave in termini di trasparenza e costi.

Confronto Trasparenza: ETF vs. Polizze Unit Linked
Aspetto ETF Polizza Unit Linked
Costi annui 0,2%-0,6% 1%-3% (più commissioni fondi interni)
Trasparenza holdings Quotidiana, completa Limitata, aggiornamenti sporadici
Reporting Dettagliato, accessibile online Generico, poca visibilità sui sottostanti
Liquidità Immediata in borsa Tempi lunghi, possibili penali
Tassazione 26% su capital gain Imposta di bollo annuale e 26% differita al riscatto

Come farsi azzerare i costi di caricamento prima di firmare il contratto?

Sebbene l’analisi dimostri una generale non convenienza, esistono situazioni specifiche (es. pianificazione successoria complessa) in cui una polizza potrebbe essere considerata. In questi rari casi, l’obiettivo deve essere uno: abbattere i costi il più possibile. I costi di caricamento iniziali sono la prima e più negoziabile delle commissioni. Sono pura remunerazione per la rete di vendita e non apportano alcun valore all’investimento. Azzerarli è spesso possibile, a patto di usare la giusta leva negoziale.

L’approccio non deve essere quello di chi “chiede uno sconto”, ma di un investitore informato che presenta alternative concrete. Dichiarare di avere già un’offerta concorrente a zero caricamenti o di essere pronti a investire la stessa cifra in ETF a basso costo cambia radicalmente la dinamica della trattativa. Il consulente, messo di fronte alla possibilità di perdere l’intera operazione, sarà molto più propenso a rinunciare alla sua commissione d’ingresso. È fondamentale chiedere esplicitamente l’accesso a “classi pulite” (clean share classes) dei fondi interni, ovvero quelle prive delle commissioni di retrocessione destinate alla rete di vendita.

Questa strategia trasforma una debolezza (la complessità e i costi del prodotto) in un punto di forza negoziale. La consapevolezza che esistono alternative più efficienti e trasparenti è l’arma più potente a disposizione dell’investitore.

Circa 2 anni e mezzo fa mio padre ha sottoscritto un contratto di polizza sulla vita con Vera financial di tipo unit linked appoggiandosi al banco BPM. Se ho capito bene è il tipo di contratto che sconsiglia di fare. Considerando il tempo trascorso, cosa consigli di fare?

– Un risparmiatore, Affari Miei

Questo tipo di testimonianza è comune e riflette la frustrazione di chi scopre a posteriori la reale natura del prodotto sottoscritto. Negoziare i costi a priori è l’unica vera forma di tutela.

Perché una polizza Ramo III può perdere valore come un’azione (e nessuno te lo dice)?

La parola “polizza” evoca un senso di sicurezza, stabilità e protezione del capitale. Questo è vero per le polizze di Ramo I (gestioni separate), dove il capitale è garantito. Tuttavia, per le polizze di Ramo III, come le Unit Linked, questa percezione è pericolosamente fuorviante. Una polizza Unit Linked è un contenitore assicurativo il cui valore è direttamente e totalmente legato alla performance dei fondi interni, che a loro volta investono in azioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari. Di conseguenza, il suo valore oscilla con i mercati.

In altre parole, una polizza Unit Linked può perdere valore esattamente come un’azione o un fondo comune. Non esiste alcuna garanzia di restituzione del capitale investito (a meno di specifiche e costose opzioni accessorie). Il rischio di mercato è interamente a carico del sottoscrittore. Questa realtà viene spesso minimizzata in fase di vendita, sfruttando l’ambiguità del termine “polizza vita” per trasmettere un’idea di sicurezza che il prodotto non possiede.

L’investitore deve essere consapevole che sta sottoscrivendo un prodotto di investimento a tutti gli effetti, con tutti i rischi connessi. L’involucro assicurativo non funge da scudo contro le perdite di mercato. Ignorare questa realtà significa esporsi a brutte sorprese, scoprendo, magari in un momento di necessità, che il valore della propria “polizza” è significativamente inferiore ai premi versati a causa di un andamento sfavorevole dei mercati, amplificato dall’erosione costante dei costi di gestione.

L’errore di ignorare quel 2% di costi di gestione che ti mangia metà del profitto in 10 anni

Se un costo del 2% annuo sembra poco, è perché la nostra mente fatica a concepire la potenza distruttiva dell’erosione composta nel tempo. Concentrarsi sul singolo anno è un errore di prospettiva. Bisogna proiettare l’impatto su un orizzonte di investimento realistico, come 10, 20 o 30 anni. Facciamo un calcolo semplice: su un investimento che rende il 7% lordo annuo, un costo del 2% non si limita a ridurre il rendimento al 5%. Quel 2% viene calcolato su un montante crescente, mangiandosi non solo i rendimenti, ma anche i “rendimenti dei rendimenti” che non verranno mai generati.

Dopo 10 anni, la differenza tra un investimento che costa il 2% e uno che costa lo 0,2% (come un tipico ETF) è sbalorditiva. Il costo più alto può arrivare a “mangiare” quasi metà del profitto totale generato. E il 2% è una stima ottimistica. Un’analisi del mercato italiano ha rivelato dati allarmanti: secondo studi di settore, il 15% dei contratti Unit Linked in circolazione ha un abbattimento della performance (RIY) superiore al 4% annuo. Solo una piccolissima parte dei contratti (circa il 2%) presenta un RIY pari o inferiore al 2%.

Questo significa che una fetta significativa di investitori sta pagando ogni anno oltre il 4% in costi, un fardello che rende quasi matematicamente impossibile ottenere un rendimento soddisfacente nel lungo periodo. In un contesto del genere, l’alternativa di un ETF, che può costare anche solo lo 0,2% annuo, non è solo più economica: è l’unica scelta razionale per chiunque abbia a cuore la crescita del proprio capitale. Ignorare questo divario di costo è l’errore finanziario più grave che un investitore a lungo termine possa commettere.

Punti chiave da ricordare

  • Le polizze Unit Linked hanno un’architettura di costi (ingresso, gestione, performance) che erode sistematicamente i rendimenti nel lungo periodo.
  • Il RIY (Reduction in Yield) presente nel KID è l’unico vero indicatore dei costi totali e va sempre confrontato con il TER di un ETF alternativo.
  • I presunti vantaggi (fondi esclusivi, benefici fiscali) raramente compensano l’impatto negativo delle commissioni, che possono superare il 3-4% annuo.

BTP Italia o BTP Valore: quale titolo di stato protegge meglio i risparmi oggi?

L’analisi fin qui condotta ha evidenziato la complessità, l’opacità e l’onerosità delle polizze Unit Linked. Viene naturale chiedersi quali siano le alternative dirette, semplici e trasparenti per l’investitore che desidera avere il controllo del proprio portafoglio. Oltre agli ETF, anche l’investimento diretto in titoli di Stato rappresenta un’opzione chiara, specialmente per la componente più conservativa del patrimonio. A differenza della “scatola nera” di una polizza, un BTP ha regole e rendimenti prevedibili.

Oggi, due strumenti popolari sono il BTP Italia e il BTP Valore. Sebbene entrambi siano titoli di Stato pensati per il mercato retail, hanno caratteristiche diverse. Il BTP Italia offre una protezione diretta contro l’inflazione italiana, con cedole semestrali indicizzate all’indice FOI. Il BTP Valore, invece, non è indicizzato all’inflazione ma offre cedole fisse crescenti nel tempo (meccanismo “step-up”) e un premio fedeltà finale per chi lo detiene fino a scadenza.

La scelta dipende dagli obiettivi: chi teme una fiammata inflazionistica futura troverà più protettivo il BTP Italia. Chi preferisce la certezza di un flusso di cassa predefinito e crescente potrebbe optare per il BTP Valore, che secondo le ultime emissioni può offrire un rendimento netto del nuovo BTP Valore, considerando cedole crescenti e premio finale, risulta pari al 2,85% annuo. La tabella seguente offre un confronto diretto basato sulle caratteristiche delle recenti emissioni.

BTP Italia vs. BTP Valore: confronto rendimenti 2025
Caratteristica BTP Italia maggio 2025 BTP Valore ottobre 2025
Durata 7 anni 7 anni
Rendimento lordo 3,2% (al tasso inflazione attuale) 3,257% medio annuo
Rendimento netto 2,77% 2,85%
Protezione inflazione Sì (indicizzato FOI) No (cedole fisse crescenti)
Premio finale No 0,8% per chi mantiene fino a scadenza
Tassazione 12,5% 12,5%

Indipendentemente dalla scelta, il punto fondamentale è il contrasto con le Unit Linked: qui i costi sono nulli (salvo commissioni di acquisto), la tassazione è agevolata al 12,5% e la trasparenza è totale. È l’antitesi del modello basato su complessità e costi nascosti.

Questo confronto con strumenti semplici e trasparenti serve a rafforzare la tesi centrale: la complessità in finanza è quasi sempre un costo per l'investitore.

Per una scelta d’investimento consapevole, è fondamentale applicare questi criteri di analisi critica a ogni proposta finanziaria ricevuta. Mettere in discussione le narrazioni di vendita, esigere trasparenza e confrontare sempre i costi con le alternative disponibili sul mercato è l’unico approccio per proteggere e far crescere il proprio patrimonio nel lungo termine.

Domande frequenti su Polizze Unit Linked vs ETF

Quali sono i principali rischi di una polizza Unit Linked?

I rischi principali sono tre: 1) Rischio di mercato, poiché il valore della polizza dipende direttamente dall’andamento dei fondi sottostanti e non c’è garanzia del capitale. 2) Rischio costi, dato che l’alta incidenza delle commissioni erode costantemente il rendimento potenziale. 3) Rischio di liquidità, perché il riscatto anticipato, specialmente nei primi anni, può comportare penali elevate che riducono ulteriormente il capitale rimborsato.

I vantaggi fiscali delle polizze Unit Linked sono reali?

Sì, esistono vantaggi fiscali, come l’esenzione dall’imposta di successione e il differimento dell’imposta sulle plusvalenze al momento del riscatto. Tuttavia, l’analisi critica dimostra che l’enorme impatto negativo dei costi di gestione annui, spesso superiori al 2-3%, vanifica quasi sempre questi benefici. In pratica, si risparmia sulle tasse ma si perde molto di più a causa delle commissioni.

È possibile uscire da una polizza Unit Linked prima della scadenza?

Sì, è quasi sempre possibile riscattare una polizza Unit Linked, ma è fondamentale leggere attentamente le condizioni contrattuali. Molte polizze prevedono costi di uscita o penali di riscatto molto elevate nei primi anni (es. 5-7 anni), che decrescono nel tempo. Riscattare anticipatamente potrebbe significare ricevere un capitale significativamente inferiore ai premi versati, anche in assenza di perdite di mercato.

Scritto da Marco Valeri, Analista Finanziario Indipendente (CFA) con oltre 15 anni di esperienza nella gestione patrimoniale e nei mercati globali. Specializzato in asset allocation strategica, obbligazioni governative (BTP) e costruzione di portafogli ETF per investitori privati.