Pubblicato il Marzo 11, 2024

Contrariamente a quanto si crede, i rating ESG non misurano la “bontà” di un’azienda, ma la sua abilità nel gestire rischi finanziari nascosti che possono esplodere da un momento all’altro.

  • Una cattiva governance trasforma rischi ambientali e sociali in “debiti non contabilizzati” (stranded assets, multe, cause legali).
  • Strumenti come i Controversy Score e l’analisi della struttura del CdA sono più efficaci dei rating generici per prevedere un crollo.

Raccomandazione: Tratta ogni investimento come un’indagine: cerca le asimmetrie informative e quantifica le responsabilità latenti prima che lo faccia il mercato.

L’investitore di lungo termine vive su un campo minato. Ogni trimestre, l’attenzione si concentra su utili e fatturato, ma i pericoli più grandi sono quelli che non compaiono nei bilanci: i rischi legati alla governance ambientale, sociale e aziendale (ESG). Molti liquidano l’argomento come una questione etica, una moda passeggera per investitori “green”. Questo è un errore che può costare caro. Le società con una governance debole accumulano passività invisibili, veri e propri “debiti nascosti” che, come bombe a orologeria finanziarie, attendono solo un catalizzatore per detonare.

Il problema è che il mercato tende a prezzare questi rischi solo quando è troppo tardi. Una multa miliardaria per un disastro ambientale, uno scandalo per lo sfruttamento del lavoro lungo la filiera, un’azione legale collettiva: questi eventi non nascono dal nulla. Sono il risultato di anni di decisioni miopi, di consigli di amministrazione compiacenti e di una cultura aziendale che ha privilegiato il profitto a breve termine sulla gestione del rischio a lungo termine. Per l’azionista, questo si traduce in crolli azionari improvvisi, dividendi azzerati e una perdita di valore apparentemente inspiegabile.

Ma se la vera chiave non fosse cercare aziende “buone”, ma scartare quelle con le peggiori bombe a orologeria nel loro seminterrato? Questo articolo non parlerà di morale. Adotteremo la lente dell’analista di rischio, conducendo un’analisi forense della governance. Smantelleremo il paradosso dei rating ESG, impareremo a leggere tra le righe delle politiche aziendali e forniremo strumenti concreti per identificare le bandiere rosse prima che diventino voragini finanziarie. L’obiettivo non è salvare il pianeta, ma proteggere il portafoglio da quei rischi che la maggior parte degli investitori ignora, fino al giorno del disastro.

In questo percorso, analizzeremo come rischi apparentemente lontani, come le riserve petrolifere incagliate o le controversie etiche, si trasformino in impatti diretti e misurabili sul valore delle azioni, fornendo una guida pratica per navigare il complesso mondo degli investimenti sostenibili con un approccio prudente e investigativo.

Cosa succederà alle riserve petrolifere a bilancio quando non si potranno più estrarre?

Per decenni, le riserve di combustibili fossili sono state un pilastro del valore di una compagnia energetica, un asset da esibire con orgoglio nei bilanci. Oggi, questo pilastro si sta trasformando in una delle più grandi bombe a orologeria finanziarie del nostro tempo: gli “stranded asset”, o beni incagliati. Si tratta di riserve che, pur essendo tecnicamente estraibili, non potranno esserlo a causa di cambiamenti normativi, tecnologici o di mercato, in primis la transizione verso un’economia a basse emissioni. Non è un’ipotesi remota, ma una certezza matematica se si vogliono rispettare gli accordi internazionali sul clima. Uno studio fondamentale ha calcolato che quasi il 90% del carbone e quasi il 60% del petrolio e gas naturale devono rimanere nel sottosuolo per limitare il riscaldamento a 1,5°C.

Per l’azionista, questo significa che una parte significativa degli asset che sostengono il valore attuale dell’azienda potrebbe, di fatto, valere zero. Questo “debito nascosto” non è ancora riflesso nei prezzi delle azioni di molte società, creando una pericolosa asimmetria informativa. Il valore a bilancio è ancora basato su un’ipotesi di estrazione totale, un’ipotesi che diventa ogni giorno più irrealistica. Quando il mercato sarà costretto a ricalibrare queste valutazioni, la correzione potrebbe essere brutale e improvvisa, innescata da una nuova regolamentazione o da un’accelerazione della transizione energetica.

Studio di caso: Il disastro di Pascua Lama

Un esempio emblematico di come un asset possa diventare “incagliato” è il progetto minerario di Barrick Gold a Pascua Lama, al confine tra Cile e Argentina. Dopo investimenti per miliardi di dollari, nel 2013 la Corte Suprema cilena ha bloccato il progetto, che conteneva un valore stimato di 600 tonnellate d’oro, a causa del rischio di contaminazione del fiume Huasco. L’asset, un tempo fiore all’occhiello, è diventato una voragine finanziaria, dimostrando come i rischi ambientali possano trasformare un investimento promettente in una perdita totale.

L’analisi di un investitore prudente non può più limitarsi a guardare la produzione attuale, ma deve svolgere un’indagine forense sulla dipendenza dell’azienda da asset a rischio di “incagliamento”. Questo significa valutare la flessibilità strategica dell’azienda, i suoi investimenti in alternative a basso contenuto di carbonio e la trasparenza con cui comunica questi rischi sistemici.

Come un CdA diversificato protegge l’azienda dagli scandali etici?

Un Consiglio di Amministrazione (CdA) omogeneo, composto da individui con lo stesso background, la stessa formazione e la stessa rete di contatti, è un terreno fertile per il “groupthink” (pensiero di gruppo). Questa mancanza di diversità di pensiero è una delle più grandi vulnerabilità per una società, perché limita la capacità del vertice di anticipare rischi non convenzionali. Un CdA diversificato per genere, etnia, età e competenze professionali non è un vezzo “politically correct”, ma un meccanismo fondamentale di gestione del rischio. Prospettive diverse portano a un dibattito più ricco, a una maggiore messa in discussione dello status quo e a una più profonda comprensione delle aspettative di una platea di stakeholder sempre più eterogenea.

Immaginiamo un CdA composto esclusivamente da ingegneri finanziari. Saranno bravissimi a ottimizzare i rendimenti, ma potrebbero sottovalutare l’impatto reputazionale di una decisione che lede una comunità locale o ignora le crescenti preoccupazioni dei consumatori su temi sociali. Un membro del CdA con un background in sociologia o in diritti umani, invece, agirebbe come un sistema di allarme precoce, sollevando questioni che gli altri potrebbero non vedere. Questa pluralità di vedute è la migliore assicurazione contro le “sviste” etiche che possono evolvere in scandali con conseguenze legali e finanziarie devastanti. Infatti, le aziende che non gestiscono adeguatamente i loro impatti sono esposte a maggiori rischi legali e reputazionali.

Membri diversi del consiglio di amministrazione in riunione strategica

Le aziende più lungimiranti lo hanno capito, tanto che, nel solo settore assicurativo italiano, ben il 96% delle compagnie ha istituito comitati dedicati alla sostenibilità, spesso con il compito di supervisionare questi rischi e riportare direttamente al CdA. Per l’azionista investigativo, l’analisi della composizione del CdA è un passaggio cruciale. Un board che sembra una fotocopia di se stesso è una bandiera rossa che segnala una potenziale cecità a rischi emergenti e non finanziari.

Il rischio di crollo azionario per le società che sfruttano lavoro minorile indirettamente

Nell’economia globalizzata, le catene di fornitura sono diventate così complesse e opache che molte multinazionali non conoscono i fornitori dei loro fornitori. È in questa oscurità che si annida uno dei più potenti “debiti sociali nascosti”: lo sfruttamento del lavoro minorile o forzato. Anche se un’azienda non impiega direttamente minori, se uno dei suoi sub-fornitori in un paese lontano lo fa, il rischio reputazionale e legale ricade interamente su di essa. Questo non è un rischio ipotetico. Notizie di sfruttamento nella filiera del cacao, dei minerali per l’elettronica o del tessile hanno causato crolli azionari immediati, boicottaggi da parte dei consumatori e costose cause legali.

Il meccanismo è quello di un catalizzatore di rischio: un’inchiesta giornalistica, un report di una ONG o un post virale sui social media possono trasformare un problema “lontano” in una crisi finanziaria immediata per il marchio. La reazione del mercato è spesso sproporzionata, non solo per l’indignazione etica, ma perché un evento del genere rivela una falla sistemica nella governance e nel controllo della catena di fornitura. Se l’azienda non sa cosa succede nelle sue fabbriche, quali altri rischi nascosti sta ignorando? Questa perdita di fiducia da parte degli investitori è difficile e costosa da recuperare. Alcune aziende italiane si distinguono per l’eccellenza, con ben 24 aziende incluse nel Sustainability Yearbook 2025 di S&P Global, ma queste rappresentano l’eccezione, non la regola.

Un analista di rischio non può fidarsi delle auto-dichiarazioni aziendali. Deve invece indagare attivamente: l’azienda ha una mappatura completa della sua filiera (Tier 1, Tier 2, etc.)? Esegue audit indipendenti e non annunciati? Ha meccanismi di tracciabilità delle materie prime? La risposta a queste domande distingue le aziende che gestiscono attivamente il rischio da quelle che sperano semplicemente di non essere scoperte. Ignorare questo aspetto significa scommettere che un “debito sociale” non presenti mai il conto, una scommessa sempre più azzardata nel mondo interconnesso di oggi.

Come i piccoli fondi stanno obbligando i giganti a cambiare politiche ambientali?

L’idea che un singolo azionista possa influenzare le decisioni di una multinazionale da miliardi di dollari è sempre sembrata un’utopia. Tuttavia, il panorama sta cambiando radicalmente grazie all’ascesa dell’attivismo azionista ESG. Piccoli fondi d’investimento, spesso con partecipazioni azionarie minime ma con una strategia di comunicazione aggressiva e una profonda competenza legale e finanziaria, stanno riuscendo dove decenni di proteste avevano fallito: costringere i giganti, soprattutto nel settore energetico, a cambiare rotta dall’interno.

Questi fondi agiscono come un “catalizzatore di rischio”, trasformando la pressione latente degli stakeholder in un evento concreto che il CdA non può più ignorare. Lo fanno sfruttando gli strumenti della governance aziendale: presentano mozioni alle assemblee degli azionisti, propongono candidati alternativi per il consiglio di amministrazione e ingaggiano battaglie mediatiche per convincere i grandi investitori istituzionali (come i fondi pensione) a votare con loro. La loro forza non risiede nel capitale che possiedono, ma nella solidità delle loro argomentazioni: dimostrano, dati alla mano, come l’inerzia sulle politiche ambientali stia distruggendo valore a lungo termine per tutti gli azionisti.

Rappresentazione metaforica dell'influenza dei piccoli investitori sui giganti industriali

Questo movimento è alimentato da un’enorme ondata di capitale. Le proiezioni indicano che gli asset globali gestiti con criteri ESG raggiungeranno i 53 trilioni di dollari entro il 2025, più di un terzo del totale. Questo significa che la richiesta di un cambiamento non è più marginale, ma sta diventando la voce della maggioranza del capitale globale. Per l’azionista individuale, questo fenomeno ha un doppio significato: da un lato, dimostra che il cambiamento è possibile; dall’altro, segnala che le aziende resistenti a queste pressioni sono esposte a un nuovo, potente tipo di rischio di governance.

Studio di caso: La vittoria di Davide contro Golia – Engine No. 1 vs. ExxonMobil

Nel maggio 2021, il piccolo fondo attivista Engine No. 1, con una quota di appena lo 0,02% di ExxonMobil (un investimento di circa 40 milioni di dollari), è riuscito in un’impresa storica. Dopo una campagna di sei mesi costata 12,5 milioni di dollari, ha convinto gli altri azionisti (inclusi colossi come BlackRock) a eleggere tre dei suoi candidati nel consiglio di amministrazione del gigante petrolifero. L’obiettivo era forzare l’azienda ad adottare una strategia più credibile per la transizione energetica. Questo caso è diventato il simbolo del potere dell’attivismo azionista ESG.

Come usare i “Controversy Score” per scartare a priori le aziende a rischio legale?

Nell’arsenale dell’analista di rischio, i “Controversy Score” (punteggi di controversia) sono uno strumento di screening fondamentale. Forniti dalle principali agenzie di rating ESG (come MSCI, Sustainalytics, RepRisk), questi punteggi non misurano le buone intenzioni o le politiche di un’azienda, ma registrano freddamente i fatti: ogni volta che un’azienda è coinvolta in un incidente negativo (una causa legale, una sanzione, uno scandalo mediatico, un disastro ambientale), il suo punteggio di controversia peggiora. È un modo per quantificare il “rumore di fondo” negativo che circonda una società.

Un punteggio di controversia costantemente alto o in peggioramento è una delle più chiare bandiere rosse. Indica spesso problemi sistemici nella cultura aziendale e nella gestione del rischio. Un’azienda che inciampa ripetutamente nelle stesse controversie (es. discriminazione, pratiche anti-concorrenziali) dimostra di non avere meccanismi di controllo efficaci. Per l’investitore, questo è un segnale di allarme che precede spesso un’azione legale o normativa più severa, con conseguenti impatti finanziari. Il crescente interesse per questi rischi è dimostrato dal fatto che già nel 2021, il 72% degli istituti finanziari stava incorporando il rischio climatico nei propri processi, e le controversie sono una manifestazione diretta di tali rischi.

Tuttavia, usare questi punteggi richiede un’analisi critica e non una fiducia cieca. Non tutti i punteggi sono uguali e la loro interpretazione è un’arte. Un singolo evento grave può essere più indicativo di un rischio futuro rispetto a tanti piccoli incidenti passati. Inoltre, è fondamentale analizzare la reazione dell’azienda alla controversia: una risposta rapida, trasparente e correttiva è un segno di buona governance, mentre il silenzio o la negazione sono segnali preoccupanti. I Controversy Score non sono una sfera di cristallo, ma un eccellente filtro per eliminare dal proprio universo di investimento le aziende che presentano un rischio legale e reputazionale palesemente troppo elevato.

Il tuo piano d’azione: audit di un Controversy Score

  1. Valutare la gravità (severity): Distingui tra un singolo evento catastrofico e una serie di piccoli incidenti. Una controversia grave (es. disastro ambientale) è un campanello d’allarme molto più forte di molte piccole multe passate.
  2. Analizzare la ricorrenza e la data (recency): Controversie recenti e ripetute sullo stesso tema (es. sicurezza sul lavoro) indicano un problema sistemico che la governance non ha risolto. Verifica le date degli eventi.
  3. Esaminare la risposta aziendale: L’azienda ha reagito con trasparenza, ha ammesso le responsabilità e ha implementato misure correttive? Una reazione lenta o negazionista è un pessimo segnale di governance.
  4. Verificare la copertura e i limiti: Controlla se il punteggio copre tutte le aree geografiche e di business. Spesso i mercati emergenti sono meno monitorati. Ricorda che questi punteggi hanno un ritardo fisiologico rispetto agli eventi reali.
  5. Integrare con altre fonti: Non basarti solo sul punteggio. Leggi i report delle ONG, le notizie di stampa e le analisi di settore per capire il contesto della controversia e valutare l’impatto potenziale.

Perché una società petrolifera può avere un rating ESG alto (il paradosso della Governance)?

Uno degli aspetti più sconcertanti per chi si avvicina agli investimenti ESG è il cosiddetto “paradosso dei rating”. Come è possibile che una compagnia petrolifera, il cui core business è l’estrazione di combustibili fossili, possa ottenere un rating ESG superiore a quello di un’azienda tecnologica? La risposta risiede nella metodologia stessa dei rating e, in particolare, nel peso preponderante della Governance (la “G” di ESG). La maggior parte delle agenzie di rating non valuta le aziende in termini assoluti (“questa azienda è buona per il pianeta?”), ma in termini relativi, rispetto ai loro concorrenti diretti dello stesso settore.

Questo approccio, noto come “best-in-class”, premia la compagnia petrolifera che, rispetto alle altre, inquina un po’ meno, ha politiche di sicurezza sul lavoro leggermente migliori e, soprattutto, ha una struttura di governance più solida e trasparente. Di conseguenza, una società con un impatto ambientale intrinsecamente negativo può risultare la “migliore della sua classe” e ottenere un rating lusinghiero.

I rating ESG valutano un’azienda rispetto ai suoi competitor di settore (‘best-in-class’). Una compagnia petrolifera può essere la ‘migliore tra le peggiori’, ottenendo un rating alto pur avendo un impatto ambientale negativo in termini assoluti.

– Analista ESG, Il paradosso dei rating ESG nel settore fossile

La componente di Governance ha spesso un peso determinante nel calcolo finale. Un’azienda con un consiglio di amministrazione indipendente, comitati di controllo efficaci, politiche anti-corruzione ferree e un’alta trasparenza nella comunicazione finanziaria e non finanziaria otterrà un punteggio elevato nella “G”. Questo punteggio può bilanciare e persino superare un punteggio mediocre nella “E” (Environment). Per l’analista di rischio, questo paradosso è un monito: un rating ESG elevato non è una garanzia di sostenibilità assoluta, né un certificato di “bontà”.

Il seguente quadro, basato su un’analisi delle componenti ESG, illustra come il peso della governance sia spesso paragonabile, se non superiore, a quello ambientale.

Componenti del rating ESG e loro peso relativo
Componente Peso tipico Focus valutazione
Environmental 30-35% Emissioni, efficienza energetica, gestione rifiuti
Social 30-35% Diritti lavoratori, diversità, impatto comunità
Governance 30-40% Struttura CdA, trasparenza, etica, compensi

Questo significa che l’investitore deve andare oltre il numero finale del rating e analizzare i singoli pilastri. Un’azienda con una “E” debole, anche se mascherata da una “G” forte, rimane esposta a tutti i rischi di transizione e normativi che abbiamo discusso. Il rating è un punto di partenza, non di arrivo, per un’analisi approfondita.

Perché le azioni verdi costano di più e rendono meno nel breve termine?

Molti investitori che si avvicinano al mondo “verde” rimangono perplessi di fronte a un’apparente contraddizione: le aziende con i migliori profili di sostenibilità, le cosiddette “azioni verdi”, spesso scambiano a multipli di valutazione (come il rapporto prezzo/utili) più alti rispetto ai loro concorrenti “tradizionali”. Questo “premio verde” può portare a rendimenti inferiori nel breve periodo, lasciando l’investitore con l’amaro in bocca. La ragione di questo fenomeno non è irrazionale, ma risiede in un profondo riprezzamento del rischio e delle opportunità da parte del mercato.

Le aziende percepite come più sostenibili beneficiano di vantaggi economici concreti che giustificano una valutazione più alta. In primo luogo, hanno un costo del capitale inferiore. Come sottolineano diversi analisti, le aziende ‘verdi’ beneficiano di un costo del debito inferiore e di un accesso privilegiato ai capitali, perché i prestatori e gli investitori le considerano meno rischiose. In secondo luogo, sono meglio posizionate per catturare la crescita futura in un mondo che si sta decarbonizzando. Infine, sono meno esposte a rischi normativi, legali e reputazionali, il che si traduce in flussi di cassa futuri più stabili e prevedibili. Il mercato, in sostanza, sta “pagando in anticipo” per questa maggiore qualità e minore rischio.

L’enorme afflusso di capitali verso strategie sostenibili, con un patrimonio globale che ha raggiunto i 2,7 trilioni di dollari alla fine del 2022 secondo Morningstar, ha creato una forte domanda per un numero relativamente limitato di “campioni della sostenibilità”, spingendone ulteriormente le valutazioni. Per l’investitore di lungo termine, la lezione è chiara: pagare un premio per un’azione verde non è necessariamente un cattivo affare. Potrebbe significare rendimenti meno spettacolari nel breve termine, ma una maggiore resilienza e una crescita più stabile nel lungo periodo, proteggendo il portafoglio da quei crolli improvvisi che caratterizzano le aziende con alti rischi ESG non prezzati.

Da ricordare

  • Una cattiva governance trasforma i rischi ambientali e sociali in “debiti nascosti” che possono azzerare il valore per gli azionisti.
  • L’analisi di un’azienda deve andare oltre i bilanci, investigando la composizione del CdA, la gestione della filiera e l’esposizione a controversie.
  • I rating ESG sono uno strumento utile ma imperfetto; è necessario analizzarne le singole componenti e comprendere la metodologia “best-in-class” per evitare paradossi.

ETF Clean Energy o ETF World ESG: quale strumento cattura meglio la crescita verde senza troppa volatilità?

Una volta convinto della necessità di integrare i fattori ESG nel proprio portafoglio, l’investitore si trova di fronte a un bivio strategico, spesso rappresentato da due tipologie di ETF: gli ETF “Clean Energy” e gli ETF “World ESG”. La scelta non è banale, perché i due strumenti rispondono a filosofie di investimento e profili di rischio-rendimento molto diversi. Un ETF Clean Energy è un investimento tematico e concentrato. Raccoglie solo aziende il cui business principale è legato alle energie rinnovabili (solare, eolico, idrogeno). Questo offre un’esposizione pura e diretta al tema della transizione energetica, con un potenziale di crescita esplosivo se questa dovesse accelerare.

Tuttavia, questa concentrazione comporta una volatilità molto più alta. Questi ETF sono spesso dominati da un numero ristretto di società, sensibili ai prezzi delle materie prime, ai tassi di interesse e, soprattutto, ai cambiamenti nelle politiche di incentivazione governativa. Un ETF World ESG, invece, adotta un approccio “best-in-class” su scala globale. Parte da un indice di mercato ampio (come l’MSCI World) e applica un filtro, escludendo le aziende peggiori per parametri ESG e sovrappesando le migliori in ogni settore. Il risultato è un portafoglio molto più diversificato, che include banche, aziende tecnologiche, farmaceutiche e industriali, purché siano le “migliori della classe” dal punto di vista ESG. Questa diversificazione riduce drasticamente la volatilità, ma diluisce l’esposizione pura al tema “verde”. Si investe in un’economia globale “un po’ più verde”, non direttamente nella transizione energetica.

La decisione dipende dall’obiettivo dell’investitore. Se l’obiettivo è una scommessa ad alto potenziale (e alto rischio) sulla crescita delle rinnovabili, un ETF Clean Energy è la scelta giusta. Se l’obiettivo è ridurre il rischio complessivo del portafoglio, proteggendolo da quelle aziende con i peggiori “debiti nascosti” che potrebbero portare a perdite catastrofiche, come i 1.000-4.000 miliardi di dollari di valore a rischio per la bolla del carbonio, un ETF World ESG è uno strumento più prudente e bilanciato.

La tabella seguente, basata su un’analisi delle caratteristiche degli ETF, riassume le differenze chiave.

Confronto ETF Clean Energy vs ETF World ESG
Caratteristica ETF Clean Energy ETF World ESG
Volatilità Alta (concentrazione tematica) Moderata (diversificazione settoriale)
Esposizione Solo energie rinnovabili Tutti i settori con filtro ESG
Rischio regolatorio Alto (dipendenza incentivi) Basso (diversificato)
Potenziale crescita Molto alto se transizione accelera Stabile con repricing ESG
Protezione greenwashing Limitata (focus solo su ‘cosa’) Alta (valuta anche ‘come’)

La scelta dello strumento giusto dipende dalla propria strategia di investimento. Per affinarla, è cruciale aver ben compreso le differenze fondamentali tra un approccio tematico e uno diversificato.

Per l’azionista che vuole evitare disastri finanziari, l’analisi della governance non è un’opzione, ma una necessità. Integrare questi principi investigativi nel proprio processo di selezione è l’unico modo per navigare un mercato in cui i rischi più grandi sono quelli che non si vedono.

Scritto da Marco Valeri, Analista Finanziario Indipendente (CFA) con oltre 15 anni di esperienza nella gestione patrimoniale e nei mercati globali. Specializzato in asset allocation strategica, obbligazioni governative (BTP) e costruzione di portafogli ETF per investitori privati.