
La vera scelta per l’investitore green non è tra “Clean Energy” ed “ESG”, ma tra due profili di rischio radicalmente diversi che nascondono trappole comuni.
- Gli ETF Clean Energy si comportano come titoli tech, ipersensibili ai tassi d’interesse, causando forte volatilità.
- Molti ETF World ESG replicano di fatto gli indici tradizionali, offrendo una diversificazione solo apparente e un’esposizione limitata alla transizione energetica.
Raccomandazione: Analizzare la struttura interna dell’ETF (composizione, costi, metodologia di rating) è molto più importante dell’etichetta che porta per costruire un’esposizione green robusta e consapevole.
L’onda verde è inarrestabile e ogni investitore visionario vuole farne parte. Il desiderio di allocare capitale verso un futuro più sostenibile è forte, ma dopo l’euforia iniziale emerge un dubbio legittimo: come catturare questa crescita epocale senza finire travolti da una bolla speculativa o, peggio, da un’illusione di sostenibilità? La risposta del mercato sembra semplice e si articola su due fronti: da un lato gli ETF tematici sulla “Clean Energy”, focalizzati sulla crescita pura e dirompente delle energie rinnovabili; dall’altro, gli ETF “World ESG”, che promettono un approccio più ampio, diversificato e apparentemente sicuro, investendo nelle aziende “migliori della classe” a livello globale.
E se questa dicotomia fosse un’illusione? Se la vera chiave non fosse scegliere l’etichetta, ma comprendere i meccanismi nascosti che governano entrambi gli strumenti? Come selezionatore di ETF, ho visto troppi portafogli “verdi” costruiti su premesse fragili, esposti a rischi non compresi. La realtà è che un ETF Clean Energy può comportarsi in modo sorprendentemente simile a un fondo tecnologico, mentre un ETF ESG può nascondere al suo interno le stesse Big Tech che già possiedi, diluendo di fatto il tuo impatto e la tua esposizione alla vera transizione energetica. La sfida non è decidere tra “Clean” ed “ESG”, ma imparare a guardare sotto il cofano.
Questo articolo va oltre la superficie. Sveleremo perché il tuo ETF “verde” potrebbe crollare con i tassi alti, perché le sigle ESG spesso nascondono una finta diversificazione e come decifrare i rating per smascherare il greenwashing. L’obiettivo è darti gli strumenti non per scegliere un prodotto, ma per costruire una strategia di investimento green solida, consapevole e con i piedi per terra, allineata alla tua visione del futuro ma protetta dalle insidie del presente.
In questo percorso, analizzeremo le differenze strutturali, i rischi nascosti e le logiche di performance che distinguono questi due universi. Esploreremo come navigare tra le etichette e le sigle per prendere decisioni di investimento realmente informate.
Sommario: Guida alla scelta tra ETF tematici green e fondi ESG globali
- Qual è la differenza legale tra un fondo che “promuove” la sostenibilità e uno che ha “obiettivi” sostenibili?
- Perché il tuo ETF “Energia Pulita” è crollato mentre il mercato saliva (il rischio tech)?
- Perché le azioni verdi costano di più e rendono meno nel breve termine?
- L’errore di comprare un ETF ESG che ha le stesse prime 10 azioni del tuo ETF S&P 500
- Quando investire in megatrend specifici: conviene entrare subito o aspettare il consolidamento?
- Perché lo stesso titolo è “Green” per un’agenzia e “Dirty” per un’altra?
- Azioni tecnologiche o aziende stabili: quale stile vince in periodi di tassi alti?
- Rating AAA o CCC: come capire se un fondo è davvero etico o fa solo Greenwashing?
Qual è la differenza legale tra un fondo che “promuove” la sostenibilità e uno che ha “obiettivi” sostenibili?
Prima di analizzare qualsiasi ETF, è fondamentale comprendere il quadro normativo europeo che definisce il grado di “verde” di un prodotto finanziario: il regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation). Questa normativa non dà un giudizio di merito, ma impone trasparenza, classificando i fondi in tre categorie principali. La distinzione più importante per un investitore è tra l’Articolo 8 e l’Articolo 9. Un fondo Articolo 8, definito “light green”, è un prodotto che “promuove” caratteristiche ambientali o sociali insieme ad altri obiettivi. In pratica, integra criteri ESG nel suo processo di investimento, ma la sostenibilità non è il suo scopo primario. Spesso, questo si traduce nell’esclusione dei settori peggiori (armi, tabacco) e nella preferenza per aziende con rating ESG più elevati, ma senza un impatto misurabile.
Al contrario, un fondo Articolo 9, o “dark green”, ha un “obiettivo” di investimento sostenibile specifico e vincolante. Questo significa che ogni investimento nel portafoglio deve contribuire a uno scopo misurabile, come la riduzione delle emissioni di CO2 o lo sviluppo di energie pulite, in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU. Questi fondi sono, sulla carta, i più puri e focalizzati, ma questa purezza ha un costo. L’analisi e il monitoraggio richiesti per garantire l’impatto rendono questi prodotti intrinsecamente più costosi, come evidenziato dalla struttura delle commissioni.
| Tipologia ETF | Commissioni medie | Caratteristiche |
|---|---|---|
| ETF Art. 8 (Light Green) | 0,20% – 0,60% | Promuovono caratteristiche ESG |
| ETF Art. 9 (Dark Green) | 0,65% – 2,00%+ | Obiettivi sostenibili specifici |
| ETF Tematici Clean Energy | 0,40% – 2,00%+ | Focus settoriale concentrato |
Questa classificazione è il primo filtro per un investitore: stai cercando un’ottimizzazione generica del tuo portafoglio (Art. 8) o vuoi investire attivamente in una soluzione a un problema globale (Art. 9)? Comprendere questa differenza è il primo passo per evitare il greenwashing, poiché i fondi Articolo 8, per la loro natura più vaga, sono più suscettibili a marketing aggressivo che ne sopravvaluta l’impatto reale.
Perché il tuo ETF “Energia Pulita” è crollato mentre il mercato saliva (il rischio tech)?
Molti investitori che hanno puntato sugli ETF Clean Energy tra il 2021 e il 2023 hanno vissuto un’amara delusione: mentre i mercati globali, spinti dalle Big Tech, salivano, i loro portafogli “verdi” perdevano terreno. La ragione risiede in un meccanismo nascosto che lega indissolubilmente il settore dell’energia pulita al mondo delle azioni “growth” e tecnologiche. Queste aziende, spesso giovani e innovative, dipendono pesantemente da finanziamenti esterni per sostenere la ricerca, lo sviluppo e la costruzione di infrastrutture. I loro modelli di business sono proiettati su flussi di cassa futuri, non su profitti attuali. Questa caratteristica le rende estremamente sensibili alle variazioni dei tassi d’interesse.
Quando i tassi salgono, come è accaduto nel recente ciclo di rialzi delle banche centrali, il costo del debito aumenta e il valore attuale dei profitti futuri diminuisce drasticamente. Di conseguenza, queste azioni vengono penalizzate dagli investitori, che preferiscono aziende consolidate con profitti stabili e immediati. Questa dinamica spiega perché, paradossalmente, un ETF sull’energia pulita possa avere un andamento più simile al Nasdaq che a un indice energetico tradizionale. L’analisi del settore conferma che i picchi di volatilità sono una caratteristica strutturale, con oltre il 20% di volatilità e drawdown superiori al 50% non rari in fasi di mercato avverse.

Come sottolinea l’esperta Monica Zerbinati, questo non dovrebbe sorprendere: “la spinta verso soluzioni energetiche innovative comporta, per sua natura, un profilo di rischio più elevato. La stessa struttura dei fondi tende a includere titoli di società con modelli di business non ancora pienamente consolidati”. Investire in un ETF Clean Energy non significa quindi solo scommettere sul futuro dell’energia, ma anche accettare un’esposizione implicita a un profilo di rischio tipico del venture capital, con potenziali rendimenti elevati ma anche una forte vulnerabilità ai cicli macroeconomici e alla politica monetaria.
Perché le azioni verdi costano di più e rendono meno nel breve termine?
Un altro paradosso che frustra gli investitori green è il cosiddetto “green premium”. Spesso, le aziende con i migliori rating ESG o quelle più pure nel settore delle rinnovabili vengono scambiate a multipli di valutazione (come il rapporto prezzo/utili) più alti rispetto ai loro concorrenti “sporchi”, pur offrendo rendimenti inferiori nel breve periodo. Questo fenomeno ha diverse cause interconnesse. In primo luogo, l’enorme afflusso di capitali verso gli investimenti sostenibili ha creato una domanda massiccia per un universo relativamente ristretto di aziende “verdi” di alta qualità. Questa pressione all’acquisto ne ha fatto lievitare i prezzi, a volte scollegandoli dai fondamentali economici.
In secondo luogo, molte di queste aziende stanno reinvestendo massicciamente i loro profitti in ricerca e sviluppo e in nuove infrastrutture per consolidare la loro posizione di leader di mercato. Questo deprime gli utili a breve termine, ma pone le basi per una crescita futura potenzialmente esponenziale. Sebbene i fatturati siano in crescita grazie agli incentivi governativi, la redditività immediata è spesso sacrificata sull’altare dell’innovazione e dell’espansione. L’investitore paga oggi un premio per la crescita di domani, accettando una performance potenzialmente inferiore nel presente.
Infine, c’è un elemento di aspettativa. Il mercato prezza in anticipo i benefici futuri derivanti da una regolamentazione sempre più stringente sulle emissioni e da un cambiamento strutturale nei consumi. Comprare un’azione “verde” oggi non significa solo comprare i suoi asset attuali, ma anche una sorta di opzione sul futuro dell’economia globale. Questo spiega perché, anche di fronte a performance deludenti, gli investitori continuano a credere in questi titoli. La sfida per l’investitore è capire se questo premio è giustificato dal potenziale di crescita a lungo termine o se si tratta di una bolla speculativa alimentata da un eccesso di ottimismo.
L’errore di comprare un ETF ESG che ha le stesse prime 10 azioni del tuo ETF S&P 500
L’investitore che cerca di diversificare il proprio portafoglio con un ETF World ESG per ridurre il rischio e aggiungere un tocco di sostenibilità rischia di cadere in una trappola molto comune: la diversificazione imperfetta. Molti fondi ESG, soprattutto quelli classificati come Articolo 8, utilizzano un approccio “best-in-class”. Invece di investire in aziende puramente verdi, selezionano semplicemente i leader ESG all’interno di ogni settore, inclusi quelli tecnologici, finanziari e dei consumi. Il risultato è che le prime posizioni di un ETF MSCI World ESG sono spesso dominate dalle stesse Big Tech (Apple, Microsoft, Amazon, Nvidia) che già pesano enormemente su un qualsiasi ETF globale tradizionale.
Questo crea due problemi principali. Primo, la diversificazione che si pensava di ottenere è in gran parte un’illusione. Si finisce per pagare commissioni più alte per un prodotto che, di fatto, ha una correlazione molto elevata con il mercato generale. Studi comparativi, come quello tra l’MSCI World e l’MSCI World SRI, mostrano che, sebbene ci sia una leggera sovraperformance storica, essa è molto contenuta. Ad esempio, il confronto tra MSCI World e MSCI World SRI evidenzia una sovraperformance totale del 14% dal 2013 al 2022, che si traduce in meno del 3% annuo, a fronte di una composizione molto simile.
Secondo, l’impatto “verde” è significativamente diluito. Se il tuo obiettivo è finanziare la transizione energetica, possedere un ETF dove le prime posizioni sono giganti del software o dell’e-commerce contribuisce solo marginalmente a tale scopo. Questo non significa che questi ETF siano inutili: possono offrire un portafoglio leggermente meno rischioso escludendo le aziende con le peggiori pratiche. Tuttavia, l’investitore deve essere consapevole che sta comprando una versione “filtrata” del mercato, non un’esposizione diretta ai megatrend della sostenibilità.
Analisi delle esclusioni negli ETF World ESG
Gli ETF che replicano l’indice MSCI World SRI Filtered ex Fossil Fuels offrono un esempio pratico. Investono nelle società dei mercati sviluppati con i rating ESG più alti, ma il criterio principale è l’esclusione: vengono eliminate le aziende con ricavi significativi da attività non sostenibili (come i combustibili fossili). Inoltre, per evitare concentrazioni eccessive, ogni titolo ha un peso massimo del 5%. Questo approccio garantisce una “pulizia” del portafoglio, ma la selezione finale premia comunque le grandi aziende consolidate che hanno le risorse per ottimizzare i loro processi e ottenere rating elevati, portando alla sovraesposizione verso le solite Big Tech.
Quando investire in megatrend specifici: conviene entrare subito o aspettare il consolidamento?
Di fronte ai limiti degli ETF ESG globali, la tentazione di puntare tutto su ETF tematici ultra-focalizzati, come quelli sull’idrogeno, l’acqua o le batterie, è forte. Questi strumenti offrono un’esposizione pura e diretta a un megatrend, promettendo rendimenti esponenziali se quel settore decolla. Tuttavia, investire in un megatrend nascente comporta un timing risk significativo. Entrare troppo presto, durante la fase di “hype”, può significare pagare prezzi gonfiati e subire forti perdite quando la bolla iniziale si sgonfia e il settore si consolida, con molti operatori che falliscono o vengono acquisiti. La crescita esponenziale del mercato, con oltre 700 ETF azionari ESG in Europa, di cui più della metà nati dopo il 2020, testimonia questa fase di euforia.
Una strategia più prudente e collaudata è l’approccio “core-satellite”. Il “core” (il nucleo, circa l’80-85% del portafoglio) è costituito da ETF globali a basso costo, che possono essere anche versioni ESG (Art. 8) per un’ottimizzazione generale. La parte “satellite” (15-20%) è invece dedicata a scommesse tematiche più rischiose e concentrate, come gli ETF Clean Energy (Art. 9). Questa struttura, nota come strategia barbell, permette di partecipare alla crescita potenziale dei megatrend senza mettere a repentaglio l’intero capitale. Si bilancia la stabilità del nucleo con il potenziale di crescita esplosiva delle scommesse satellitari.

Per mitigare ulteriormente il rischio di timing, l’utilizzo di un Piano di Accumulo del Capitale (PAC) o Dollar Cost Averaging è ideale per la parte satellite. Investire importi fissi a intervalli regolari permette di mediare il prezzo di carico, comprando più quote quando i prezzi sono bassi e meno quando sono alti. Questo approccio disciplinato riduce l’impatto della volatilità e trasforma le correzioni di mercato da minacce a opportunità di acquisto.
Piano d’azione: la tua strategia per investire nei megatrend sostenibili
- Definisci l’asset allocation: mantieni il portafoglio bilanciato in base alla tua propensione al rischio complessiva.
- Assegna un budget satellite: utilizza gli ETF tematici come “satellite” del portafoglio, limitandone il peso al 15-20% massimo del totale.
- Applica il Dollar Cost Averaging: privilegia un approccio con acquisti regolari (PAC) per la componente satellite, così da ridurre il rischio legato al timing di ingresso.
- Seleziona con cura il “core”: per il nucleo, scegli ETF ampi e diversificati. Se opti per un ESG, prediligi un approccio best-in-class che escluda almeno il 25% peggiore dell’universo di riferimento.
- Monitora i flussi e non le notizie: osserva i flussi di capitale per identificare le fasi di consolidamento del settore, che spesso seguono i picchi di euforia mediatica.
Perché lo stesso titolo è “Green” per un’agenzia e “Dirty” per un’altra?
Uno dei problemi più spinosi e frustranti dell’investimento ESG è l’arbitrarietà del rating. A differenza dei rating creditizi (come quelli di Moody’s o S&P), dove le metodologie sono standardizzate, nel mondo ESG ogni agenzia di rating (MSCI, Sustainalytics, Refinitiv, etc.) usa criteri, ponderazioni e fonti di dati differenti. Il risultato è un caos informativo: una stessa azienda può ricevere un rating eccellente da un’agenzia e uno pessimo da un’altra. Questo accade perché non c’è consenso su cosa significhi esattamente “sostenibilità”. Un’agenzia potrebbe dare più peso alle emissioni di carbonio (il fattore “E”), un’altra alla governance aziendale e alle politiche sui diritti dei lavoratori (i fattori “S” e “G”).
Questa discrepanza crea enormi distorsioni. Un gestore di fondi può facilmente fare “cherry-picking”, ovvero scegliere l’agenzia di rating che fornisce i punteggi migliori per le aziende che vuole includere nel suo portafoglio, creando un’apparenza di sostenibilità che non riflette la realtà. Questa mancanza di standardizzazione è il terreno più fertile per il greenwashing. Un ETF può vantare un rating ESG medio “AAA” semplicemente perché si basa su una metodologia di valutazione più permissiva.
La situazione è così paradossale che, secondo una ricerca di Matter, gli ETF Articolo 9, quelli teoricamente più “verdi”, hanno in realtà un impatto negativo maggiore rispetto ai fondi Articolo 8 su diversi indicatori chiave. Nello specifico, 12 dei 17 principali indicatori di impatto avverso (PAI) risultano peggiori negli ETF Articolo 9. Come spiega la ricerca, questo non significa che siano “peggiori” in assoluto, ma che il regolamento attuale non riesce a cogliere le sfumature.
L’SFDR non tiene nella giusta considerazione le differenze di strategia a lungo termine tra gli investimenti ESG generici e quelli allineati agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. I fondi con approcci diversi alla sostenibilità richiedono anche un trattamento diverso che tenga conto delle loro peculiarità. E l’SFDR al momento non è ancora in grado di offrire questo livello di sofisticatezza.
– Matter Research, Dividing Lines: Matter sustainability analysis
Per l’investitore, la lezione è chiara: non fidarsi ciecamente del rating ESG. È necessario scavare più a fondo, capire la metodologia usata e, soprattutto, analizzare la composizione effettiva del portafoglio.
Azioni tecnologiche o aziende stabili: quale stile vince in periodi di tassi alti?
Il contesto macroeconomico, e in particolare il livello dei tassi d’interesse, è un fattore determinante per la performance relativa degli stili di investimento. In periodi di tassi bassi o a zero, come quello che abbiamo vissuto per oltre un decennio, il denaro costa poco. Questo favorisce enormemente le azioni “growth”, come quelle tecnologiche e, per estensione, quelle del settore Clean Energy. Le aziende possono finanziarsi a basso costo per investire in progetti a lungo termine, e gli investitori sono disposti a pagare un premio per la crescita futura, poiché le alternative a basso rischio (come le obbligazioni) offrono rendimenti irrisori.
Quando le banche centrali alzano i tassi per combattere l’inflazione, lo scenario si ribalta completamente. Il costo del capitale aumenta, rendendo più onerosi i finanziamenti per le aziende indebitate e orientate alla crescita. Allo stesso tempo, le alternative a basso rischio diventano più attraenti: perché rischiare su un’azione growth volatile quando un titolo di Stato offre un rendimento sicuro? In questo contesto, gli investitori privilegiano le aziende “value”: società consolidate, con bilanci solidi, flussi di cassa stabili e la capacità di pagare dividendi. Queste aziende, spesso appartenenti a settori maturi come l’industria, i beni di consumo o la sanità, sono meno sensibili ai cicli economici e offrono una maggiore resilienza.
Questa dinamica ha avuto un impatto diretto anche sugli investimenti sostenibili. Gli ETF Clean Energy, assimilabili allo stile growth, hanno sofferto enormemente durante il ciclo di rialzi dei tassi del 2022-2023. Anche gli ETF ESG Articolo 8 e 9, pur essendo più diversificati, non sono stati immuni, poiché la loro forte componente tecnologica li ha resi vulnerabili.
Performance degli ETF ESG durante il rialzo dei tassi 2022-2023
I dati di Morningstar sono emblematici. Nel quarto trimestre del 2023, in un contesto di tassi ancora elevati, la categoria di fondi sostenibili ha subito deflussi record. Secondo l’analisi, gli investitori hanno riscattato 26,7 miliardi di euro dai fondi articolo 8. Persino le strategie Articolo 9, le più “pure”, hanno registrato i primi deflussi trimestrali netti della loro storia, per un totale di -4,7 miliardi di euro. Questo dimostra come, di fronte a un cambiamento del regime macroeconomico, neanche l’etichetta di sostenibilità possa proteggere dalla fuga degli investitori verso asset percepiti come più sicuri e adatti al nuovo contesto.
La scelta tra un ETF Clean Energy e un World ESG non è quindi solo una questione di impatto, ma anche una scommessa implicita su uno stile di investimento (growth vs. un misto growth/value) e sulla sua performance in un determinato scenario di tassi d’interesse.
Punti chiave da ricordare
- Gli ETF Clean Energy non sono un investimento “energetico” tradizionale, ma si comportano come asset “growth” ad alta tecnologia, con forte volatilità e sensibilità ai tassi d’interesse.
- Molti ETF World ESG offrono una diversificazione solo apparente, essendo spesso sovraesposti alle stesse Big Tech degli indici globali, diluendo l’impatto green.
- I rating ESG non sono standardizzati e possono essere fuorvianti. La vera analisi richiede di guardare la composizione del portafoglio e la metodologia sottostante, non solo il punteggio finale.
Rating AAA o CCC: come capire se un fondo è davvero etico o fa solo Greenwashing?
Arrivati a questo punto, è chiaro che né l’etichetta “Clean Energy” né la sigla “ESG” sono di per sé una garanzia. Il greenwashing, ovvero la pratica di presentare un prodotto come più sostenibile di quanto non sia, è un rischio concreto e diffuso. Allora, come può un investitore con i piedi per terra distinguere un investimento autentico da una trovata di marketing? La risposta non risiede nel cercare un singolo indicatore perfetto, ma nell’adottare un approccio critico e multifattoriale, basato sulla trasparenza e sull’analisi dei dati.
Il primo passo è andare oltre il nome del fondo e il suo rating ESG dichiarato. Come abbiamo visto, i rating sono soggettivi. La vera informazione si trova nel KIID (Key Investor Information Document) e nel factsheet mensile dell’ETF. Qui è necessario cercare tre cose: la composizione del portafoglio (quali sono le prime 10-20 posizioni? Sono allineate con il tuo obiettivo?), la strategia di investimento dichiarata (è un approccio di esclusione, best-in-class o di impatto mirato?) e la replica dell’indice (quale indice segue e quali sono i suoi criteri di inclusione/esclusione?). La mancanza di trasparenza su questi punti è già un primo campanello d’allarme.
Un altro elemento cruciale è la coerenza. Un fondo Articolo 9, che per definizione deve avere un obiettivo di sostenibilità, dovrebbe dimostrarlo con dati concreti. Eppure, secondo un’analisi di MainStreet Partners, più del 90% dei fondi Articolo 9 non possiede obiettivi ambientali chiaramente dichiarati e misurabili, sollevando seri dubbi sulla loro reale natura “dark green”. Un vero fondo a impatto dovrebbe pubblicare report periodici che quantificano i risultati ottenuti (es. tonnellate di CO2 evitate, litri d’acqua risparmiati). La sola dichiarazione di intenti non è sufficiente. L’investitore visionario ma cauto non si fida delle promesse, ma cerca le prove.
Per applicare questi concetti, il passo successivo è analizzare criticamente il tuo portafoglio attuale o gli ETF che stai considerando, andando oltre l’etichetta e scrutando la loro reale composizione e la loro coerenza strategica. Solo così potrai costruire un portafoglio che non solo rifletta la tua visione per un futuro più verde, ma che sia anche strutturalmente solido per affrontare le turbolenze dei mercati.
Domande frequenti su ETF Green e Investimenti Sostenibili
Cos’è il greenwashing negli ETF?
Il greenwashing è una strategia di comunicazione o di marketing che presenta come ecosostenibili le proprie attività, cercando di occultarne l’impatto ambientale negativo. Il problema colpisce migliaia di prodotti finanziari che cambiano nome includendo ESG o SRI per attrarre più masse possibili.
Come distinguere un fondo articolo 8 da uno articolo 9?
Un fondo Articolo 8 (“light green”) promuove caratteristiche di sostenibilità tra le altre, ma non è il suo obiettivo primario, rendendolo più soggetto a greenwashing. Un fondo Articolo 9 (“dark green”) ha come scopo specifico almeno uno dei 17 obiettivi di sostenibilità dell’ONU, mettendo talvolta in secondo piano il rendimento. I fondi Articolo 6, invece, sono neutrali e non si dichiarano sostenibili.
Quali settori vengono tipicamente esclusi negli ETF ESG?
I settori comunemente esclusi dagli ETF ESG includono armi, tabacco, combustibili fossili (carbone, petrolio, gas), gioco d’azzardo e intrattenimento per adulti. L’esclusione dell’energia nucleare è variabile e dipende dalla classificazione specifica di ogni fondo e dalla tassonomia di riferimento.