Pubblicato il Maggio 10, 2024

L’obiettivo non è solo trovare titoli tassati al 12,5%, ma costruire un portafoglio dove il vantaggio fiscale non venga annullato da rischi nascosti come il cambio o da rendimenti inferiori.

  • I titoli di stato “White List” (es. Bund tedeschi, Treasury USA) offrono una tassazione dimezzata, ma solo se acquistati direttamente, non tramite ETF.
  • Il rischio di cambio su bond in valuta estera (es. dollaro) può facilmente erodere e superare il beneficio fiscale, richiedendo una gestione attiva.

Raccomandazione: Analizzare sempre il rendimento netto atteso, confrontando un titolo corporate al 26% con uno governativo al 12,5% tramite il calcolo del “break-even yield” per una scelta consapevole.

L’investitore italiano si trova costantemente di fronte a un bivio: come massimizzare i rendimenti in un contesto fiscale che, di default, applica un’aliquota del 26% sulle plusvalenze e sui redditi da capitale? La risposta più comune e apparentemente semplice è quella di rifugiarsi nei titoli di Stato nostrani, i BTP, noti per godere di un regime fiscale di favore al 12,5%. Questa strategia, sebbene valida, è solo la punta dell’iceberg di un universo di opportunità molto più vasto e complesso.

Molti si fermano alla superficie, credendo che l’ottimizzazione fiscale si esaurisca nell’acquisto di BTP o di qualche titolo di Stato europeo. In realtà, il mondo degli investimenti a tassazione agevolata è globale e ricco di sfumature. Il vero salto di qualità per un investitore non consiste nel collezionare titoli al 12,5%, ma nel padroneggiare l’arte del bilanciamento. Si tratta di capire quando un’obbligazione in dollari, nonostante il rischio di cambio, è preferibile a una in euro, o perché un bond corporate con tassazione piena potrebbe, in certe condizioni, rivelarsi più profittevole di un titolo di Stato agevolato. Questo non è più solo investire, è un esercizio di arbitraggio fiscale strategico.

Questo articolo non sarà una semplice lista della spesa di titoli “scontati”. Al contrario, esploreremo i meccanismi, i rischi e le strategie per costruire un portafoglio globalmente diversificato e fiscalmente efficiente. Analizzeremo come accedere ai mercati obbligazionari mondiali beneficiando della tassazione al 12,5%, come gestire il debito di rischio legato alle valute e come calcolare l’effettiva convenienza di ogni scelta, andando oltre il semplice dato dell’aliquota.

Per navigare con competenza in questo scenario, è fondamentale avere una mappa chiara delle opzioni disponibili e degli strumenti per valutarle. Il seguente sommario delinea il percorso che intraprenderemo per trasformare un’apparente complessità in un concreto vantaggio strategico.

Quali obbligazioni estere godono dello stesso sconto fiscale dei BTP italiani?

L’agevolazione fiscale al 12,5% non è un’esclusiva dei titoli di Stato italiani. La normativa si estende a tutte le obbligazioni emesse da governi e enti pubblici di paesi inclusi nella cosiddetta “White List”, ovvero l’elenco di stati che garantiscono un adeguato scambio di informazioni con l’Italia. Questo apre le porte a un universo di diversificazione geografica e di rating, consentendo di costruire un portafoglio solido senza rinunciare all’efficienza fiscale. Paesi con rating sovrano elevatissimo come Germania (Bund), Canada o Svizzera rientrano in questa categoria, offrendo un’alternativa a basso rischio ai BTP. Allo stesso modo, anche i Treasury Bond statunitensi, i Gilt britannici e i JGB giapponesi godono dello stesso trattamento.

Un’altra categoria di emittenti da non sottovalutare è quella degli organismi sovranazionali. Enti come la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), la Banca Mondiale (World Bank) e l’Unione Europea stessa emettono regolarmente obbligazioni, spesso denominate in Euro, con rating eccellenti (tipicamente AAA o AA+) e tassazione agevolata. Questi strumenti rappresentano un’opzione ideale per chi cerca la massima sicurezza e vuole diversificare dal rischio di un singolo paese.

È cruciale però fare una distinzione fondamentale: l’agevolazione si applica solo all’acquisto diretto del singolo titolo. Investire negli stessi identici titoli di stato attraverso un ETF (Exchange Traded Fund) comporta una vera e propria trappola fiscale. Infatti, la normativa vigente considera gli ETF come un contenitore unico, la cui tassazione dei proventi è fissata al 26%, indipendentemente dalla natura dei titoli sottostanti. Si tratta di una stortura che penalizza gli investitori meno esperti, i quali, cercando una diversificazione semplice, si trovano a pagare il doppio delle tasse. Uno studio ha evidenziato come gli ETF su titoli White List siano tassati al 26%, vanificando completamente il vantaggio dell’investimento diretto.

Per l’investitore consapevole, la conoscenza di quali paesi ed emittenti rientrano in questa lista privilegiata è il primo passo per un’ottimizzazione fiscale che non si ferma ai confini nazionali.

Come illustra una recente analisi comparativa, la scelta è ampia ma richiede attenzione ai dettagli, soprattutto al rischio valutario per i titoli non in euro.

Paesi White List con tassazione al 12,5%
Paese Esempio Titolo Rating S&P Rischio Valuta (per investitore Euro)
Germania Bund Tedesco AAA No
Francia OAT Francese AA- No
USA Treasury Bond AA+
Regno Unito Gilt Britannico AA
Canada Government Bond AAA
Svizzera Confederation Bond AAA
Giappone JGB A+
Australia Commonwealth Bond AAA

Comprendere questo perimetro è la base per costruire un portafoglio che sia al contempo globale e fiscalmente efficiente, evitando le trappole più comuni.

Come investire in “obbligazioni del mondo” sicure con tassazione dimezzata?

Una volta identificato l’universo dei titoli di stato “White List”, il passo successivo è capire come acquistarli concretamente. L’accesso a queste obbligazioni è più semplice di quanto si possa pensare e può avvenire attraverso due canali principali: il mercato primario e il mercato secondario. L’acquisto sul mercato primario avviene al momento dell’emissione, partecipando alle aste tramite la propria banca o un intermediario finanziario abilitato. Questa modalità è più comune per i titoli di stato nazionali, ma è accessibile anche per alcune emissioni estere di grande rilievo.

Tuttavia, il metodo più flessibile e diffuso per l’investitore privato è operare sul mercato secondario. La maggior parte delle obbligazioni governative e sovranazionali “White List” è quotata e scambiata quotidianamente sul mercato EuroMOT di Borsa Italiana. Questa piattaforma permette di comprare e vendere titoli esteri con la stessa facilità di un BTP, fornendo trasparenza sui prezzi e liquidità. L’approccio strategico più efficace per integrare questi strumenti è la logica “Core-Satellite”: una porzione centrale (Core) del portafoglio può essere dedicata ai sicuri e liquidi titoli in Euro (come Bund tedeschi o obbligazioni BEI), mentre una parte satellite può essere allocata a titoli con potenziali di rendimento e diversificazione maggiori, come i Treasury USA, gestendo attivamente il rischio di cambio.

Composizione minimalista di sfere dorate e argentate su superficie riflettente rappresentanti la strategia core-satellite

Investire in obbligazioni estere non è solo una questione di clic sulla piattaforma di trading. Richiede un’analisi preliminare che vada oltre il semplice tasso di interesse offerto. La stabilità del paese emittente e la sua capacità di rimborsare il capitale a scadenza, riassunta nel rating, sono il primo fattore da considerare. Un rendimento elevato è spesso sinonimo di rischio maggiore, un principio che non va mai dimenticato. Inoltre, è fondamentale verificare la liquidità del titolo sul mercato secondario: un’obbligazione poco scambiata potrebbe essere difficile da vendere al momento desiderato e a un prezzo equo. Infine, bisogna sempre tenere conto dei costi di transazione e delle commissioni applicate dal proprio broker, che possono variare per i titoli esteri.

Piano d’azione: Guida pratica per l’acquisto di obbligazioni White List

  1. Scegliere il canale: Valutare se acquistare i titoli di stato in asta al momento dell’emissione tramite banca o, più comunemente, negoziarli sull’EuroMOT di Borsa Italiana.
  2. Valutare il rischio emittente: Analizzare la stabilità del Paese e il suo rating per stimare la probabilità di rimborso del capitale a scadenza, senza farsi guidare solo da tassi elevati.
  3. Verificare la liquidità: Prima dell’acquisto, controllare i volumi di scambio giornalieri del titolo sul mercato secondario per assicurarsi di poterlo liquidare facilmente in futuro.
  4. Considerare i costi: Tenere conto delle commissioni di transazione e dei costi di custodia del proprio broker, che possono incidere sul rendimento netto finale, specialmente per i titoli esteri.
  5. Analizzare il contesto valutario: Per i bond non in Euro, valutare il trend del cambio e definire una strategia (copertura parziale o totale) per gestire il “debito di rischio” valutario.

Un approccio disciplinato a questi passaggi trasforma l’investimento in obbligazioni mondiali da un’avventura rischiosa a una colonna portante della propria strategia finanziaria.

Il pericolo di guadagnare il 4% di interessi e perdere il 10% sul cambio valuta

L’attrattiva di un Treasury Bond americano che offre un rendimento interessante e una tassazione al 12,5% può essere forte, ma nasconde un “debito di rischio” silenzioso e potente: il cambio valutario. Investire in un’obbligazione denominata in una valuta diversa dall’Euro significa esporsi alla sua volatilità. Un guadagno apparentemente sicuro sulla cedola può essere completamente azzerato, o addirittura trasformato in una perdita, da un movimento sfavorevole del tasso di cambio. Immaginiamo di acquistare un T-Bond con un rendimento del 4%. Se nel corso dell’anno il dollaro si deprezza del 10% rispetto all’Euro, il nostro rendimento netto in Euro non sarà positivo, ma una perdita secca del 6%, al lordo delle tasse. Questo non è un rischio teorico; il 2025, ad esempio, è stato un anno che ha dimostrato questa dinamica, con una perdita del dollaro dell’11,2% rispetto a inizio anno che ha pesantemente impattato i portafogli degli investitori europei.

Il tasso di cambio è notoriamente una delle variabili più imprevedibili e difficili da prevedere nei mercati finanziari. L’EUR/USD, la coppia valutaria più scambiata al mondo, mostra una notevole variabilità. Dati storici indicano che la volatilità del dollaro può svalutarsi o rivalutarsi di almeno il 7% in un singolo anno, un margine che può facilmente superare il rendimento della maggior parte delle obbligazioni governative. Ignorare questa variabile significa scommettere, non investire. Pertanto, la gestione del rischio di cambio non è un’opzione, ma una componente essenziale della strategia. Questo può avvenire attraverso diversi strumenti, come l’uso di ETF “hedged” (coperti dal rischio di cambio), che però, come abbiamo visto, soffrono di una tassazione penalizzante al 26%. L’alternativa per chi acquista il titolo diretto è utilizzare strumenti derivati come futures o opzioni, una pratica però complessa e costosa per l’investitore retail.

Una gestione più pragmatica è quella suggerita da alcuni esperti, che consigliano un approccio tattico basato sull’analisi del trend di mercato. Come sottolinea l’esperto Renato Viero, la gestione del cambio è una questione di timing e strategia.

Il tasso di cambio è la più imprevedibile delle variabili finanziarie. Consiglio di lasciare il cambio scoperto quando l’euro-dollaro è in un trend favorevole, mentre suggerisco ETF hedgiati almeno parzialmente quando il trend diventa sfavorevole.

– Renato Viero, Il Sole 24 Ore – RV Capital Partners

Questo approccio, sebbene richieda un monitoraggio attivo, riconosce che non esiste una soluzione unica per tutti. La decisione di coprire o meno il rischio di cambio dipende dalla propria visione di mercato, dall’orizzonte temporale e dalla propensione al rischio, trasformando la gestione valutaria in un elemento attivo dell’arbitraggio fiscale.

In definitiva, il beneficio del 12,5% su un bond in valuta estera è reale solo se il rendimento complessivo, una volta riconvertito in euro, rimane positivo e superiore alle alternative.

Perché paghi il 26% sulle azioni Apple ma solo il 12,5% sui bond USA?

La risposta a questa domanda risiede in una distinzione fondamentale nel diritto tributario internazionale: la differenza tra redditi da capitale (interessi e dividendi) e plusvalenze (capital gain), e soprattutto la natura dell’emittente. Per il fisco italiano, non tutti i titoli esteri sono uguali. La chiave di volta è la cooperazione fiscale tra Stati. L’agevolazione al 12,5% è un “premio” riservato ai rendimenti generati da titoli di debito emessi da governi di Paesi che sono nella “White List”. Quando si acquista un Treasury Bond, si sta prestando denaro al governo degli Stati Uniti, un emittente sovrano di un paese collaborativo. Pertanto, sia gli interessi (cedole) che le eventuali plusvalenze derivanti dalla vendita del titolo sono tassati con l’aliquota di favore del 12,5%.

Al contrario, quando si acquistano azioni di Apple, non si sta prestando denaro a un governo, ma si sta diventando soci di un’azienda privata, per quanto grande e globale. Le azioni sono considerate capitale di rischio e i loro rendimenti (dividendi e plusvalenze) non beneficiano di alcuna agevolazione speciale legata alla cooperazione internazionale. Pertanto, sono soggetti all’aliquota ordinaria del 26%. Lo stesso principio si applica anche se si acquistasse un’obbligazione emessa da Apple (un bond corporate): anche in questo caso, il debitore è un’entità privata e, di conseguenza, gli interessi pagati da questo bond sarebbero tassati al 26%. Questa distinzione è cruciale: l’agevolazione fiscale non dipende dal paese di origine dell’asset (in entrambi i casi, gli USA), ma dalla natura dell’emittente (pubblico vs. privato) e dal tipo di strumento (debito sovrano vs. capitale di rischio o debito corporate).

È interessante notare come questa logica si estenda anche agli strumenti derivati o aggregati. Un ETF che investe esclusivamente in Treasury USA, sebbene il sottostante sia interamente composto da titoli agevolati, viene considerato fiscalmente come un prodotto a sé stante e le sue plusvalenze sono tassate al 26%. Questo crea un’asimmetria che l’investitore strategico deve conoscere per poter effettuare un corretto arbitraggio fiscale. La regola è chiara: solo i paesi che cooperano contro l’evasione fiscale godono dell’agevolazione, e solo per i loro titoli di debito pubblico.

La tabella seguente riassume in modo schematico le diverse aliquote applicabili, evidenziando come la struttura fiscale premi il debito governativo di Paesi collaborativi.

Tassazione asset USA per investitori italiani
Tipologia Asset Esempio Tassazione Cedole/Dividendi Tassazione Plusvalenze
Titolo di Stato USA Treasury Bond 12,5% 12,5%
Azione USA Apple Inc. 26% 26%
Obbligazione Corporate USA Apple Bond 26% 26%
ETF su Treasury USA iShares Treasury 26%* 26%

Questa conoscenza permette di navigare le complessità fiscali e di fare scelte di investimento pienamente consapevoli, distinguendo chiaramente tra rischio sovrano e rischio corporate.

Quando un bond corporate al 26% batte comunque un titolo di stato al 12,5%?

La tassazione agevolata è un vantaggio potente, ma non è l’unico fattore da considerare. Un investitore non dovrebbe mai scegliere un prodotto finanziario basandosi esclusivamente sull’aliquota fiscale. Esistono scenari in cui un’obbligazione societaria (corporate), nonostante una tassazione più che doppia (26% vs 12,5%), può risultare più redditizia di un titolo di Stato. La chiave per risolvere questo apparente paradosso sta nel concetto di rendimento di pareggio (break-even yield) e nella corretta valutazione del rischio di credito.

Matematicamente, per compensare lo svantaggio fiscale, un’obbligazione corporate deve offrire un rendimento lordo significativamente più alto. Per calcolare il punto di pareggio, si può utilizzare una semplice formula: il rendimento netto del bond corporate deve essere uguale o superiore a quello del titolo di Stato. Questo si traduce nella condizione: `Yield_Corp × (1 – 0.26) > Yield_Gov × (1 – 0.125)`. Semplificando, si scopre che un’obbligazione corporate deve offrire un rendimento lordo di circa il 41,6% superiore a quello di un titolo di Stato per generare lo stesso rendimento netto. Ad esempio, se un BTP offre un rendimento lordo del 3%, un’obbligazione corporate dovrà rendere almeno il 4,25% lordo per essere fiscalmente equivalente. Se offrisse il 5%, diventerebbe la scelta più vantaggiosa, al netto del rischio.

Macro fotografia di monete europee impilate con riflessi dorati e argentati su superficie scura

E qui entra in gioco il secondo fattore: il rischio di credito. Il maggior rendimento offerto dai bond corporate non è un regalo, ma il compenso per un rischio più elevato. Le aziende, a differenza degli Stati sovrani che possono stampare moneta, hanno una probabilità di default (fallimento) non nulla. Questo rischio è misurato dal rating di credito (AAA, BB, C, ecc.). Un investitore razionale deve quindi chiedersi: il rendimento extra offerto dal bond corporate (lo “spread di credito”) è sufficiente a compensare sia lo svantaggio fiscale sia il maggior rischio di insolvenza? In periodi di forte crescita economica e stabilità finanziaria, gli spread di credito tendono a comprimersi e gli investitori sono più propensi ad accettare il rischio corporate, rendendo questi titoli particolarmente attraenti. Al contrario, in periodi di incertezza, la sicurezza dei titoli di Stato, unita al vantaggio fiscale, li rende la scelta preferibile.

Piano d’azione: La formula del Break-Even Yield

  1. Impostare la formula: Calcolare il rendimento lordo minimo che un bond corporate deve offrire per pareggiare un titolo di stato usando la disequazione: `Yield_Corp × 0.74 > Yield_Gov × 0.875`.
  2. Calcolare il moltiplicatore: Per una stima rapida, ricordare che un bond corporate deve offrire un rendimento lordo superiore di almeno il 41,6% per essere competitivo.
  3. Eseguire un calcolo pratico: Se un BTP rende il 3% lordo (2,625% netto), un bond corporate per pareggiare deve rendere almeno il 3,55% lordo (2,627% netto). Un rendimento del 4,25% diventa già più interessante.
  4. Ponderare il rischio di credito: Valutare se il rendimento extra (“spread”) offerto dal corporate è un compenso adeguato per il maggior rischio di default rispetto al titolo di Stato.
  5. Analizzare il contesto di mercato: Considerare che in fasi di ottimismo economico, gli spread si riducono e il rischio percepito per i bond corporate diminuisce, rendendoli potenzialmente più attraenti nonostante la fiscalità.

La scelta finale non sarà mai dettata solo dalle tasse, ma da un’analisi ponderata del rapporto rischio/rendimento, ottimizzato per l’efficienza fiscale reale.

Perché un BTP al 4% rende più di un conto deposito al 5% (grazie alle tasse)?

Questa domanda, apparentemente controintuitiva, svela una delle più importanti asimmetrie fiscali nel panorama del risparmio italiano. A prima vista, un’offerta di un conto deposito che promette un rendimento lordo del 5% sembra imbattibile rispetto a un Buono del Tesoro Poliennale (BTP) che rende il 4%. Tuttavia, come spesso accade in finanza, il diavolo si nasconde nei dettagli, e in questo caso il dettaglio si chiama “tassazione”. I rendimenti dei conti deposito, infatti, sono considerati redditi da capitale e sono soggetti all’aliquota ordinaria del 26%. Al contrario, gli interessi generati dai BTP, in quanto titoli di Stato, godono del regime di favore con un’aliquota del 12,5%.

Facciamo un semplice calcolo. Un investimento di 10.000 euro in un conto deposito al 5% lordo genera 500 euro di interessi. Su questi, lo Stato preleva il 26%, ovvero 130 euro. Il guadagno netto per il risparmiatore è di 370 euro. Consideriamo ora lo stesso investimento in un BTP al 4% lordo. Questo genera 400 euro di interessi. L’imposta dovuta, al 12,5%, è di soli 50 euro. Il guadagno netto finale è di 350 euro. In questo specifico esempio, il conto deposito rimane leggermente più vantaggioso, ma il divario si è drasticamente ridotto. Se il conto deposito offrisse il 4,5% e il BTP il 4%, il BTP diventerebbe il vincitore netto. Questo dimostra come, nonostante un tasso lordo più alto del conto deposito, il BTP spesso offre un guadagno netto superiore o molto vicino, specialmente dopo l’emissione di BTP Valore con rendimenti competitivi.

Ma la fiscalità non è l’unico elemento da considerare. La battaglia tra BTP e conto deposito si gioca anche su altri campi fondamentali come rischio, liquidità e trattamento successorio. Il capitale investito in un conto deposito è protetto dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) fino a 100.000 euro, offrendo una sicurezza quasi assoluta. Il BTP, invece, è soggetto al “rischio prezzo”: il suo valore di mercato può fluttuare in base all’andamento dei tassi di interesse. Per contro, il BTP offre una liquidità giornaliera sul mercato secondario, mentre i conti deposito spesso impongono vincoli temporali rigidi, con penali in caso di svincolo anticipato. Infine, un vantaggio non trascurabile dei BTP è l’esenzione totale dalle imposte di successione, a differenza dei conti deposito che rientrano nell’asse ereditario.

La seguente tabella, basata su un’analisi di esperti di pianificazione finanziaria, riassume i pro e i contro delle due soluzioni.

BTP vs Conto Deposito: Battle Card completa
Criterio BTP Conto Deposito
Tassazione 12,5% 26%
Rischio Capitale Rischio prezzo (tassi) Garantito fino 100k€ FITD
Liquidità Quotidiano su mercato Vincoli temporali rigidi
Capital Gain Possibile (tassato 12,5%) Non possibile
Imposte Successione Esente Soggetto

La scelta non è assoluta, ma dipende dalle esigenze individuali di liquidità, propensione al rischio e pianificazione patrimoniale, dove la fiscalità gioca un ruolo da protagonista.

Perché investire in India o Cina è rischioso ma necessario per la crescita futura?

L’inclusione di mercati emergenti come l’India e la Cina in un portafoglio obbligazionario solleva immediatamente due questioni: il rischio e la tassazione. Dal punto di vista fiscale, la situazione è chiara e sfavorevole. Né la Cina né l’India fanno parte della “White List” dei paesi collaborativi. Di conseguenza, i rendimenti generati da eventuali titoli di Stato di questi paesi sono soggetti all’aliquota piena del 26%. Questo significa che, a parità di rendimento lordo, un bond indiano è fiscalmente molto meno efficiente di un Treasury americano o di un Bund tedesco. L’investitore si trova quindi di fronte a un primo ostacolo: per giustificare l’investimento, il rendimento lordo offerto da questi titoli deve essere sostanzialmente più elevato per compensare sia il carico fiscale maggiore sia i rischi intrinseci.

E i rischi non sono pochi. Si va dal rischio geopolitico a quello normativo, dalla minore trasparenza dei mercati a un rischio di credito sovrano percepito come più alto rispetto alle economie sviluppate. A tutto ciò si aggiunge un significativo rischio di cambio, dato che le valute di questi paesi (come il Renminbi cinese o la Rupia indiana) possono avere volatilità elevate e sono spesso soggette a interventi delle rispettive banche centrali. Allora, perché un investitore dovrebbe considerare di accollarsi un carico fiscale pieno e una serie di rischi complessi? La risposta sta in una sola parola: crescita. Le economie di Cina e India stanno crescendo a un ritmo che le nazioni occidentali non vedono da decenni. Questo dinamismo si traduce in opportunità di rendimento potenzialmente più elevate e, soprattutto, in una fondamentale diversificazione rispetto ai cicli economici dei mercati sviluppati.

L’inclusione, anche in minima parte, di questi mercati in un portafoglio globale non è tanto una scommessa a breve termine, quanto una scelta strategica di lungo periodo. I flussi di capitale globali stanno già mostrando un cambiamento epocale. In un contesto di tensioni geopolitiche, paesi come Cina e India stanno attivamente riducendo la loro esposizione al dollaro e agli asset americani, cercando di rafforzare i propri mercati interni. Uno studio ha evidenziato come il 2025 abbia segnato l’inizio del cosiddetto “Sell America Moment”, con un ri-orientamento di circa 7.500 miliardi di dollari di riserve valutarie asiatiche. Ignorare questi giganti economici significa rinunciare a partecipare a quella che sarà una delle principali fonti di crescita globale nei prossimi decenni. Per l’investitore, la sfida non è evitare questi mercati, ma accedervi in modo intelligente, magari attraverso fondi specializzati che possono gestire attivamente i rischi, pur con la consapevolezza di una minore efficienza fiscale.

L’investimento in questi mercati diventa così un tassello necessario, un “debito di rischio” calcolato che si assume oggi in vista della crescita di domani.

Punti chiave da ricordare

  • L’agevolazione fiscale al 12,5% si applica solo ai titoli di Stato (e di enti sovranazionali) di paesi “White List” acquistati direttamente, non tramite ETF.
  • Il rischio di cambio su obbligazioni in valuta estera è un fattore critico che può annullare il vantaggio fiscale e richiede una gestione strategica.
  • Un’obbligazione corporate al 26% può essere più redditizia di una governativa al 12,5% solo se offre un rendimento lordo superiore di almeno il 41,6% e se il rischio di credito è adeguatamente prezzato.

Perché le Gestioni Separate di Ramo I stanno tornando appetibili con i tassi in rialzo?

Con il recente rialzo dei tassi di interesse, un prodotto assicurativo-finanziario tradizionale come la Gestione Separata di Ramo I è tornato sotto i riflettori. Questi prodotti, che investono prevalentemente in titoli di Stato e obbligazioni a basso rischio, offrono la garanzia del capitale investito e un consolidamento annuo dei rendimenti, caratteristiche che attraggono i risparmiatori più prudenti. Il meccanismo di rendimento, basato sulla media dei rendimenti degli asset in portafoglio, permette di smussare la volatilità dei mercati, offrendo rendimenti stabili nel tempo. In un’era di tassi a zero, erano diventati poco interessanti, ma oggi, con i nuovi titoli in portafoglio che offrono cedole più generose, i rendimenti attesi sono in crescita, rendendoli nuovamente competitivi, almeno in apparenza.

Tuttavia, un’analisi critica dal punto di vista di un investitore focalizzato sull’efficienza fiscale e sulla trasparenza rivela diverse criticità. Il confronto diretto con l’acquisto di un portafoglio di obbligazioni “White List” è impietoso. Primo, la tassazione dei rendimenti nelle Gestioni Separate è un meccanismo complesso e spesso meno efficiente. L’imposta viene applicata annualmente sul rendimento consolidato e la sua aliquota effettiva dipende dalla composizione del portafoglio della gestione, risultando spesso in un carico fiscale netto superiore al 12,5% ottenibile direttamente. Secondo, i costi. Le Gestioni Separate presentano costi di gestione annui e caricamenti sui premi versati che possono erodere significativamente il rendimento finale, costi che sono totalmente assenti nell’acquisto diretto di un bond, dove si paga solo la commissione di transazione una tantum.

La trasparenza e la flessibilità sono altri due punti dolenti. Mentre per un’obbligazione quotata è possibile conoscere in ogni istante il prezzo, il rendimento a scadenza e la liquidità, le Gestioni Separate sono spesso una “scatola nera” con costi occulti e una totale mancanza di controllo sulla composizione del portafoglio. Inoltre, la liquidità è estremamente limitata. Questi prodotti prevedono vincoli pluriennali e l’applicazione di penali, a volte molto severe, in caso di riscatto anticipato. Come sottolineato da alcuni analisti:

La maggior parte delle offerte sui conti deposito condizionano il rendimento a vincoli. Se fra 6 mesi quei soldi vi servono per l’affare della vostra vita non potete metterci le mani sopra. Alcune offerte prevedono lo svincolo anticipato, ma in quel caso non vi pagheranno un cent di interessi.

– SoldiExpert SCF, MoneyReport – Analisi BTP vs Conti Deposito

Questo stesso principio di rigidità si applica, spesso in modo ancora più stringente, alle polizze di Ramo I, rendendole inadatte a chiunque possa avere necessità di liquidità non pianificate. L’acquisto diretto di un portafoglio di bond, al contrario, garantisce la massima flessibilità e controllo.

Gestione Separata vs Portafoglio Bond White List
Aspetto Gestione Separata Bond White List Diretti
Tassazione Rendimenti Complessa, spesso meno efficiente 12,5% semplice e chiaro
Costi Annui Gestione + caricamento (1-2%) Solo transazione iniziale
Trasparenza Limitata, costi occulti Totale su prezzi e rendimenti
Liquidità Vincoli pluriennali, penali Giornaliera su mercato
Flessibilità Molto limitata Massima

Per un investitore che persegue l’efficienza fiscale e la trasparenza, la costruzione di un portafoglio autonomo di obbligazioni a tassazione agevolata rimane una soluzione strutturalmente superiore a un prodotto gestito e costoso come una Gestione Separata.

Scritto da Alessandro Ferri, Dottore Commercialista e Revisore Legale, specializzato in fiscalità delle persone fisiche e pianificazione successoria. Esperto in detrazioni fiscali, dichiarazione 730 e normativa antiriciclaggio.