Pubblicato il Marzo 15, 2024

Parcheggiare la liquidità durante una crisi non significa trovare uno strumento a ‘rischio zero’, ma capire che il vero pericolo si nasconde nel rischio emittente e nei costi impliciti degli stessi prodotti pensati per proteggerci.

  • I certificati a “capitale garantito” non sono protetti dal FITD e ti espongono al fallimento della banca emittente.
  • Fondi monetari e conti deposito possono avere costi reali che superano i rendimenti, erodendo il capitale nel tempo.

Raccomandazione: Analizzare sempre la solidità di chi emette lo strumento (CET1 Ratio, rating) prima di considerare il rendimento promesso.

Di fronte a un crollo di mercato, l’istinto primario di ogni risparmiatore è uno solo: mettere in salvo il capitale. La ricerca dello “strumento sicuro” diventa un’ossessione, un’ancora di salvezza in un mare in tempesta. La mente corre subito ai classici rifugi: Titoli di Stato a breve scadenza, conti deposito, buoni postali. Strumenti percepiti come solidi, quasi indistruttibili. Negli ultimi anni, anche i certificati a capitale protetto sono entrati in questo olimpo della sicurezza, promettendo di restituire l’intero importo investito a scadenza, a prescindere dalle turbolenze.

Questa corsa alla protezione, però, spesso trascura un dettaglio fondamentale. La sicurezza non è un concetto assoluto, ma relativo. Ogni strumento, anche il più conservativo, nasconde dei compromessi e dei rischi specifici che non appaiono in etichetta. Si tende a focalizzarsi sul rendimento (seppur minimo) o sulla garanzia del capitale, ignorando le domande più importanti: chi garantisce? A quali condizioni? E quali sono i costi reali, visibili e impliciti, che possono lentamente erodere quel patrimonio che cerchiamo disperatamente di difendere?

Ma se il vero pericolo non fosse la volatilità del mercato, bensì gli angoli ciechi degli strumenti che scegliamo per proteggerci? Questo articolo non si limiterà a elencare le opzioni disponibili per parcheggiare la liquidità. Adotterà una prospettiva diversa, più profonda e prudente: analizzerà i meccanismi di protezione di ciascuno strumento, svelandone i rischi nascosti, in particolare il rischio emittente e l’impatto dei costi reali. L’obiettivo è fornire al risparmiatore terrorizzato dalla perdita non una lista di prodotti, ma una mappa per navigare le acque della crisi con vera consapevolezza, capendo che la difesa più efficace del patrimonio parte dalla comprensione dei suoi potenziali punti deboli.

In questa analisi, esamineremo in dettaglio la struttura di protezione dei certificati, il ruolo dei beni rifugio come il Franco Svizzero, le vulnerabilità dei fondi monetari e la solidità delle polizze di Ramo I, per arrivare a una strategia di parcheggio della liquidità che sia realmente difensiva.

Come ottenere un rendimento positivo anche se il mercato scende del 30% (grazie alla barriera)?

I certificati a capitale protetto o condizionatamente protetto rappresentano una soluzione ingegneristica interessante per chi cerca un compromesso tra protezione e rendimento. La loro magia risiede in un elemento chiave: la barriera. Questo livello di prezzo, fissato al momento dell’emissione (ad esempio, al 70% del valore iniziale del sottostante), agisce come uno scudo. Se alla data di valutazione finale, l’indice o l’azione sottostante non ha infranto questo livello, l’investitore non solo riceve il rimborso del capitale, ma incassa anche le cedole o il premio previsto.

Immaginiamo un certificato sull’indice Euro Stoxx Oil & Gas con una barriera al 70%. Se alla scadenza l’indice ha perso il 10%, il 20% o persino il 29%, la protezione scatta ugualmente, garantendo capitale e rendimento. Questa caratteristica permette di navigare mercati laterali o moderatamente ribassisti ottenendo comunque una performance positiva. Ad esempio, il certificato ISIN IT0005380404 di Banca Akros sull’indice Euro Stoxx Oil&Gas promette una cedola del 2,5% se alla scadenza l’indice non si troverà sotto il valore di strike, offrendo una protezione condizionata anche a fronte di lievi ribassi.

Tuttavia, è fondamentale capire che questa protezione non è assoluta. Se la barriera viene infranta, l’investitore è esposto alla performance negativa del sottostante, subendo una perdita proporzionale al calo registrato dal valore iniziale. La protezione, quindi, è condizionata al rispetto di questo paletto. Non si tratta di una garanzia incondizionata, ma di un patto di rischio-rendimento ben definito che offre un cuscinetto contro le perdite moderate, ma non contro i crolli verticali del mercato.

Perché comprare asset in Franchi Svizzeri è storicamente un rifugio anti-crisi?

Quando le borse europee tremano e l’incertezza politica o economica avvolge l’Eurozona, gli investitori cercano istintivamente un porto sicuro. Storicamente, uno dei rifugi più solidi è stato il Franco Svizzero (CHF). Questa valuta deve la sua fama di “bene rifugio” a una combinazione unica di fattori: la stabilità politica ed economica della Svizzera, un sistema bancario percepito come robusto e una politica monetaria tradizionalmente prudente condotta dalla Banca Nazionale Svizzera.

In periodi di crisi, si osserva spesso un deflusso di capitali verso asset denominati in CHF. Questo aumento della domanda tende a rafforzare il Franco rispetto all’Euro. Per un investitore italiano, detenere liquidità o investimenti in Franchi Svizzeri può quindi offrire una doppia protezione: non solo si allontana il capitale dall’epicentro della crisi, ma si può anche beneficiare di un’eventuale rivalutazione del cambio EUR/CHF. In pratica, mentre il valore degli asset in euro potrebbe scendere, il valore degli asset in franchi, una volta riconvertiti in euro, potrebbe aumentare o rimanere stabile proprio grazie all’effetto cambio.

Montagne svizzere con monete del franco svizzero e grafico di correlazione inversa

Tuttavia, questo meccanismo non è privo di rischi. Il principale è proprio il rischio di cambio. Se, contro le aspettative, l’Euro dovesse rafforzarsi rispetto al Franco, l’investimento subirebbe una perdita al momento della riconversione. Inoltre, bisogna considerare i costi legati alla conversione della valuta e la potenziale doppia imposizione fiscale. Scegliere il Franco Svizzero come rifugio significa quindi scommettere sulla continuazione del suo status di porto sicuro, accettando un’esposizione a dinamiche valutarie che possono essere imprevedibili.

Cosa succede al tuo “capitale garantito” se la banca che ha emesso il certificato fallisce?

Questa è la domanda più importante e spesso la più trascurata da chi investe in certificati. La dicitura “capitale garantito” si riferisce alla struttura del prodotto, non a una garanzia esterna. A differenza dei conti correnti e dei conti deposito, i certificati di investimento non beneficiano della copertura del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD). Come evidenziato da un’analisi dettagliata del rischio emittente, in caso di default della banca emittente, il capitale investito è a rischio.

Quando si acquista un certificato, si diventa a tutti gli effetti creditori della banca. In caso di risoluzione o liquidazione (il cosiddetto bail-in), si viene inseriti in una gerarchia di creditori. Secondo la normativa europea, i primi a subire le perdite sono azionisti e detentori di obbligazioni subordinate. I certificati, essendo strumenti di debito chirografario, si collocano subito dopo, ma prima dei depositi protetti. In sostanza, se le perdite della banca sono così ingenti da azzerare il valore di azioni e obbligazioni subordinate, si passa ad aggredire il capitale dei detentori di certificati. L’episodio della risoluzione delle quattro banche italiane nel 2015 (Banca Marche, Etruria, CariFerrara, CariChieti) ha mostrato concretamente come gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati abbiano perso i loro investimenti. Fortunatamente, in quel caso i certificati non furono coinvolti, ma il meccanismo del bail-in è chiaro.

La vera protezione, quindi, non risiede nella struttura del certificato, ma nella solidità patrimoniale dell’emittente. Scegliere un certificato emesso da una grande banca sistemica con un elevato CET1 Ratio (l’indicatore principale di solidità) è la prima e più importante forma di tutela. Diversificare tra più emittenti è un’ulteriore, saggia precauzione per non concentrare il rischio su un’unica istituzione.

Checklist per valutare la solidità dell’emittente

  1. Verificare il rating di credito dell’emittente (Moody’s, S&P, Fitch) assegnato dalle principali agenzie.
  2. Analizzare il CET1 Ratio della banca (Common Equity Tier 1), un indicatore chiave della sua solidità patrimoniale.
  3. Controllare se la banca è classificata come sistemicamente importante (G-SIB o D-SIB), il che implica una maggiore vigilanza.
  4. Diversificare gli investimenti su certificati emessi da istituti bancari differenti per ridurre il rischio di concentrazione.
  5. Verificare che l’emittente sia parte del Single Resolution Mechanism (SRM) europeo, il meccanismo di gestione delle crisi.

L’errore di parcheggiare in fondi liquidità con commissioni superiori ai rendimenti attuali

In periodi di forte incertezza, molti risparmiatori si rifugiano nei fondi monetari o negli ETF sulla liquidità, considerandoli un parcheggio sicuro e facilmente accessibile. Questi strumenti investono in attività a brevissimo termine e a bassissimo rischio, come pronti contro termine o titoli di stato con scadenza residua di pochi mesi. Sebbene offrano una diversificazione e una liquidabilità eccellenti, nascondono un nemico silenzioso: i costi di gestione (TER).

In un contesto di tassi di interesse bassi o addirittura negativi, le commissioni annue, anche se apparentemente contenute (spesso tra lo 0,1% e lo 0,5%), possono superare il rendimento lordo generato dal fondo. Il risultato è un rendimento reale negativo: il capitale, invece di essere protetto, viene lentamente eroso. È come parcheggiare l’auto in un garage a pagamento dove la tariffa oraria è superiore al valore che l’auto guadagna stando ferma. A fine giornata, si avranno meno soldi di prima. Questa erosione è lenta ma costante, e su orizzonti temporali di diversi mesi o anni può diventare significativa.

Dettaglio macro di monete che si dissolvono gradualmente rappresentando l'erosione del capitale

I conti deposito, soprattutto quelli vincolati, possono rappresentare un’alternativa interessante. Generalmente non hanno costi di gestione espliciti e, soprattutto, godono della protezione del FITD fino a 100.000 euro per depositante e per banca, una garanzia che i fondi monetari non offrono. Il compromesso, in questo caso, è una minore liquidità, dato che le somme sono spesso vincolate per un periodo definito. La scelta dipende quindi dall’orizzonte temporale e dalla necessità di avere accesso immediato alle somme.

Il seguente quadro riassume le principali differenze tra gli strumenti di parcheggio della liquidità più comuni. Come mostra una analisi comparativa recente, ogni opzione presenta un profilo di costo, liquidità e protezione unico.

Confronto tra strumenti di liquidità
Strumento TER medio Liquidità Protezione FITD Fiscalità
Fondi Monetari 0,3-0,5% T+2 No 26%
ETF Monetari 0,05-0,15% Immediata No 26%
Conti Deposito 0% Vincolata Sì (fino 100k€) 26%
Certificati Protetti 1-2% implicito Limitata No 26%

Come spendere l’1% del portafoglio per assicurarsi contro un crollo del 20%?

Un approccio alternativo alla protezione del capitale consiste nel vederla non come un investimento a rendimento zero, ma come una vera e propria polizza assicurativa. Invece di spostare l’intero portafoglio su asset ultra-conservativi, si può dedicare una piccola parte (ad esempio, l’1-2%) all’acquisto di strumenti che generano un profitto elevato proprio in caso di crolli di mercato. Questa strategia, nota come “tail risk hedging”, utilizza opzioni finanziarie, come le opzioni PUT, per costruire una protezione asimmetrica.

L’acquisto di un’opzione PUT sull’indice di borsa principale (ad esempio, l’Euro Stoxx 50) dà il diritto, ma non l’obbligo, di vendere quell’indice a un prezzo predeterminato (strike price) entro una certa data. Se il mercato crolla al di sotto dello strike, il valore dell’opzione PUT esplode, generando un profitto che può compensare, in tutto o in parte, le perdite subite dal resto del portafoglio azionario. Se il mercato sale, l’opzione scade senza valore e la perdita è limitata al costo sostenuto per acquistarla (il “premio”). È l’equivalente di pagare il premio di un’assicurazione incendio: si spera di non doverla mai usare, ma offre tranquillità.

I certificati d’investimento stessi sono una forma di questa logica. Come spiega il team di ricerca di Moneyfarm nel suo blog, questi strumenti sono costruiti combinando diverse opzioni finanziarie:

Questi prodotti sono tecnicamente definiti come derivati ‘cartolarizzati’ ovvero frutto di una combinazione di diversi contratti finanziari (opzione) incorporati in un unico strumento. A seconda dei contratti inclusi si possono ottenere strumenti che garantiscono livelli incrementali di protezione.

– Moneyfarm Research, Blog Moneyfarm – Certificati di Investimento

In un portafoglio di 100.000 euro, dedicare 1.000 euro all’acquisto di opzioni PUT o di specifici certificati “bear” può creare una rete di sicurezza efficace. Questa spesa va vista come un costo certo per proteggersi da un evento incerto ma potenzialmente catastrofico. Permette di mantenere il resto del portafoglio investito per il lungo termine, senza dover liquidare tutto al primo segno di ribasso, ma avendo la certezza che un crollo non azzererà il patrimonio.

Il segreto contabile che permette alla Ramo I di non scendere mai di valore (o quasi)

Le polizze vita di Ramo I, e in particolare le loro Gestioni Separate, sono spesso percepite come uno degli strumenti più stabili in assoluto, capaci di attraversare le tempeste dei mercati finanziari senza subire scossoni. Questa stabilità quasi proverbiale non è magia, ma il risultato di un preciso principio contabile: la valutazione al costo storico.

A differenza dei fondi comuni o degli ETF, che devono valutare i loro asset al prezzo di mercato ogni giorno (mark-to-market), le Gestioni Separate mantengono in bilancio i titoli obbligazionari (principalmente Titoli di Stato) al loro prezzo di acquisto fino alla scadenza. Questo significa che le oscillazioni di prezzo giornaliere dei BTP, ad esempio, non impattano sul valore della Gestione Separata e, di conseguenza, sul capitale dell’assicurato. Se un BTP acquistato a 100 scende a 95 sul mercato, nella Gestione Separata continua a essere valorizzato 100. La minusvalenza è solo “potenziale” e non viene contabilizzata.

Questo meccanismo crea uno scudo formidabile contro la volatilità. Come sottolinea l’analisi ACEPI sui certificati protetti, anche se applicato a un contesto diverso, il principio di definire in anticipo i valori minimi a scadenza è un potente stabilizzatore. Finché la compagnia assicurativa non è costretta a vendere i titoli prima della scadenza, le perdite non vengono realizzate. Il rendimento della gestione è dato unicamente dalle cedole incassate dai titoli in portafoglio, che vengono distribuite agli assicurati al netto dei costi. Questo spiega perché il valore delle quote di Ramo I tende a crescere in modo lento ma costante, senza mai (o quasi mai) scendere.

Il punto debole di questo sistema si manifesta in caso di riscatti di massa. Se troppi clienti chiedono il rimborso contemporaneamente, la compagnia potrebbe essere costretta a vendere i titoli sul mercato a un prezzo inferiore a quello di carico, realizzando così le perdite e ripartendole su tutti gli assicurati. Tuttavia, la natura di lungo periodo di questi contratti e la presenza di penali di uscita rendono questo scenario, sebbene possibile, piuttosto raro.

Oro o Commodities: quale asset reale protegge meglio quando la moneta si svaluta?

In scenari di crisi estrema, soprattutto quando la fiducia nella moneta stessa viene meno a causa di un’inflazione galoppante o di politiche monetarie ultra-espansive, gli investitori si rivolgono agli asset reali. Tra questi, l’oro è storicamente il re indiscusso. A differenza delle valute fiat, che possono essere stampate all’infinito, l’oro è una risorsa finita, che ha mantenuto il suo valore intrinseco per millenni. La sua funzione non è tanto quella di generare un rendimento, quanto quella di agire da riserva di valore.

Quando il potere d’acquisto dell’euro o del dollaro si erode, il prezzo dell’oro tende ad apprezzarsi, conservando la ricchezza reale dell’investitore. Altre materie prime (commodities) come petrolio, rame o grano possono offrire una protezione dall’inflazione, ma sono molto più legate ai cicli economici. Un rallentamento economico globale può far crollare il loro prezzo anche in presenza di inflazione, rendendole meno affidabili come puri beni rifugio. L’oro, al contrario, ha una bassa correlazione con l’andamento dell’economia e dei mercati azionari, il che lo rende un eccellente diversificatore.

Tuttavia, investire in oro presenta delle sfide pratiche. L’acquisto di oro fisico (lingotti, monete) offre la massima sicurezza contro il rischio di controparte, ma comporta costi significativi di acquisto (spread), custodia (cassette di sicurezza, assicurazioni) e una liquidità limitata. Un’alternativa più efficiente sono gli strumenti finanziari come gli ETC (Exchange Traded Commodities) o ETF sull’oro, che replicano il prezzo del metallo prezioso. Questi strumenti sono liquidi come un’azione, hanno costi di gestione bassi ma reintroducono un elemento di rischio di controparte (l’emittente dell’ETC).

La scelta tra oro fisico e strumenti finanziari dipende dal grado di sfiducia nel sistema finanziario. Per una protezione estrema, l’oro fisico è insuperabile. Per una diversificazione tattica e liquida, gli ETC rappresentano una soluzione più pratica. Il seguente confronto evidenzia i pro e i contro delle due opzioni.

Oro fisico vs ETC sull’oro: costi e rischi
Aspetto Oro Fisico ETC/ETF Oro
Spread acquisto/vendita 3-5% 0,1-0,3%
Costi custodia annui 0,5-1% (cassetta sicurezza) 0,15-0,4% (TER)
Rischio controparte Nessuno Presente (emittente)
Liquidità Limitata (orari negozi) Immediata (mercato)
Assicurazione Necessaria (costo extra) Inclusa nel TER

Da ricordare

  • La vera protezione non è la garanzia del capitale, ma la solidità finanziaria di chi la offre (rischio emittente).
  • I certificati non sono coperti dal FITD; in caso di bail-in, il capitale è a rischio prima dei conti deposito.
  • Anche gli strumenti “sicuri” come i fondi monetari possono erodere il capitale se i costi di gestione superano i rendimenti.

Perché le Gestioni Separate di Ramo I stanno tornando appetibili con i tassi in rialzo?

Per anni, le Gestioni Separate di Ramo I hanno sofferto un calo di popolarità a causa dei rendimenti decrescenti, conseguenza diretta del crollo dei tassi di interesse sui titoli di stato, loro asset principale. Tuttavia, il recente e brusco rialzo dei tassi da parte delle banche centrali ha rimescolato le carte, rendendo questi strumenti nuovamente interessanti per un profilo di rischio conservativo.

Il motivo è semplice: le compagnie assicurative possono ora investire la nuova liquidità e i capitali in scadenza in BTP e altre obbligazioni che offrono cedole significativamente più alte rispetto al passato. Questo nuovo flusso di rendimento andrà a rimpinguare gradualmente il rendimento medio della Gestione Separata, che potrà così tornare a offrire performance positive e competitive, pur mantenendo il suo caratteristico profilo di bassissima volatilità grazie al meccanismo di valutazione a costo storico.

In un contesto di mercato incerto, questi prodotti combinano il meglio di due mondi: la stabilità e la protezione del capitale tipiche del mondo assicurativo e i rendimenti in crescita del mondo obbligazionario. Come evidenzia una recente analisi di mercato 2024, strumenti che riducono la volatilità pur garantendo il rimborso del capitale a scadenza svolgono una funzione cruciale in portafogli difensivi. Mentre i certificati offrono strutture di rendimento più complesse, le Gestioni Separate offrono una semplicità e una prevedibilità che possono essere molto rassicuranti.

L’investitore che oggi sottoscrive una polizza di Ramo I beneficia quindi di un punto di ingresso favorevole. È importante, però, non dimenticare i vincoli di questi prodotti: si tratta di investimenti di lungo periodo, spesso con penali elevate in caso di riscatto anticipato. La loro illiquidità è il prezzo da pagare per la loro stabilità. La scelta di allocare parte della propria liquidità in una Gestione Separata deve quindi essere ponderata in base al proprio orizzonte temporale e alle proprie reali necessità di accesso al capitale.

Il contesto dei tassi ha cambiato le prospettive di questi strumenti. È utile approfondire le ragioni per cui le Gestioni Separate stanno riguadagnando attrattiva.

Domande frequenti su Gestione Separata e stabilità del capitale

Come fanno le polizze Ramo I a mantenere valore stabile?

La protezione implicita è rappresentata dalla ridotta volatilità del prodotto anche quando i sottostanti sono sottoposti a forti oscillazioni di prezzo a causa di tensioni del mercato. Questo è possibile grazie alla contabilizzazione dei titoli al costo storico anziché al valore di mercato.

Cosa succede se molti riscattano contemporaneamente?

Uno scenario di riscatti di massa potrebbe costringere la gestione a vendere i titoli in portafoglio prima della loro scadenza. Se i prezzi di mercato sono inferiori ai prezzi di carico, questo cristallizzerebbe delle minusvalenze che verrebbero poi ripartite su tutti gli assicurati, intaccando il rendimento o il capitale.

I rendimenti passati sono indicativi di quelli futuri?

No, assolutamente. I rendimenti storici elevati di molte Gestioni Separate erano sostenuti da un portafoglio di titoli di stato con cedole molto generose, acquistati anni fa. Man mano che questi titoli scadono e vengono sostituiti con nuovi a tassi diversi, questo vantaggio si sta esaurendo.

Scritto da Marco Valeri, Analista Finanziario Indipendente (CFA) con oltre 15 anni di esperienza nella gestione patrimoniale e nei mercati globali. Specializzato in asset allocation strategica, obbligazioni governative (BTP) e costruzione di portafogli ETF per investitori privati.