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Obbligo del segreto professionale incombente alle Autorità di vigilanza: importante pronunce della Corte di Giustizia UECorte di Giustizia dell’Unione europea – Sentenza 13 settembre 2018 – Rinvio pregiudiziale – Ravvicinamento delle legislazioni – Direttiva 2004/39/CE – Articolo 54, paragrafi 1 e 3 – Portata dell’obbligo di segreto professionale che incombe sulle autorità nazionali di sorveglianza finanziaria – Decisione che constata la perdita dell’onorabilità professionale – Casi contemplati dal diritto penale – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articoli 47 e 48 – Diritti della difesa – Accesso al fascicolo

La Corte di Giustizia dell’Unione europea è stata chiamata in causa per dirimere una delicata controversia in materia obbligo del segreto professionale incombente alle Autorità di vigilanza.

Entrando nel merito della causa, nel 2010, la Commission luxembourgeoise de surveillance du secteur financier (commissione lussemburghese di vigilanza del settore finanziario, “CSSF”) ha ritenuto che il sig. DV non fosse più affidabile e che dovesse pertanto dimettersi dalle sue funzioni di amministratore presso un ente vigilato dalla CSSF. La CSSF ha motivato la sua decisione, tra l’altro, sulla base del ruolo svolto dal sig. DV nella costituzione e nell’esercizio della Luxalpha, una società che sarebbe stata coinvolta nelle condotte fraudolente del sig. Bernard Madoff.

Per poter provvedere alla sua difesa, il sig. DV ha chiesto alla CSSF di trasmettergli alcuni documenti che essa aveva raccolto nell’ambito della vigilanza esercitata sulla Luxalpha e sulla banca depositaria di quest’ultima, l’UBS. Secondo il sig. DV, detti documenti sono indispensabili per comprendere il ruolo dei vari intervenienti nella costituzione della Luxalpha, in particolare, nel contesto della causa Madoff. La CSSF si è opposta alla trasmissione dei documenti invocando il suo obbligo di rispettare il segreto professionale in qualità di autorità di vigilanza del settore finanziario.

Adita di tale controversia, la Corte amministrativa di Lussemburgo si domanda se l’obbligo del segreto professionale imponga alla CSSF di rifiutare la comunicazione dei documenti richiesti dal sig. DV. Infatti, la Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari1 dispone che il segreto professionale può, in via eccezionale, essere escluso nei casi contemplati dal diritto penale.

La Corte amministrativa di Lussemburgo si chiede se tale disposizione sia applicabile nel caso di specie, dal momento che la misura imposta al sig. DV è, secondo il diritto lussemburghese, di natura amministrativa, ma rientrerebbe nel diritto penale nel senso ampio definito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. In caso di risposta negativa, tale organo giurisdizionale si domanda come conciliare l’obbligo del segreto professionale con il rispetto dei diritti della difesa.

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 54, paragrafi 1 e 3, della Direttiva 2004/39/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, relativa ai mercati degli strumenti finanziari, che modifica le Direttive 85/611/CEE e 93/6/CEE del Consiglio e la Direttiva 2000/12/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e che abroga la Direttiva 93/22/CEE del Consiglio (GU 2004, L 145, pag. 1), letto in combinato disposto con gli articoli 41, 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

La Corte (Quinta Sezione) ha dichiarato che il citato articolo 54 della Direttiva 2004/39/CE deve essere interpretato nel senso che:

– l’espressione “casi contemplati dal diritto penale”, di cui ai paragrafi 1 e 3 di tale articolo, non riguarda la situazione in cui le Autorità designate dagli Stati membri per esercitare le funzioni previste da tale Direttiva adottano una misura – come quella di cui al procedimento principale, che vieta ad una persona di esercitare presso un’impresa vigilata la funzione di amministratore o un’altra funzione il cui esercizio è soggetto ad autorizzazione, con ordine di dimettersi dai suoi incarichi al più presto, poiché tale persona non soddisfa più i requisiti di onorabilità professionale di cui all’articolo 9 di detta Direttiva – che rientra tra le misure che le Autorità competenti devono adottare nell’esercizio delle competenze di cui dispongono ai sensi delle disposizioni del titolo II della medesima Direttiva. Infatti, tale disposizione, nel prevedere che l’obbligo del segreto professionale possa, in via eccezionale, essere escluso in tali casi, fa riferimento alla trasmissione o all’utilizzo di informazioni riservate ai fini delle azioni penali nonché delle sanzioni rispettivamente condotte o inflitte ai sensi del diritto penale nazionale;

– l’obbligo di segreto professionale di cui al paragrafo 1 di tale articolo, letto in combinato disposto con gli articoli 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, deve essere garantito e attuato in modo da conciliarlo con il rispetto dei diritti della difesa. Pertanto, spetta al giudice nazionale competente, qualora un’Autorità competente deduca tale obbligo per rifiutare la comunicazione delle informazioni in suo possesso che non sono incluse nel fascicolo riguardante il soggetto interessato da un atto che gli arreca pregiudizio, verificare se tali informazioni siano oggettivamente connesse alle accuse mosse nei suoi confronti e, in caso affermativo, trovare un equilibrio tra l’interesse del soggetto di cui si tratta ad ottenere le informazioni necessarie per essere in grado di esercitare pienamente i diritti di difesa e gli interessi a mantenere la riservatezza di informazioni soggette all’obbligo del segreto professionale, prima di decidere in merito alla comunicazione di ciascuna delle informazioni richieste.

Consulta il testo integrale -> Corte UE – Sentenza 13 settembre 2018

Corte di Giustizia dell’Unione europea – Sentenza 13 settembre 2018

Rinvio pregiudiziale – Ravvicinamento delle legislazioni – Direttiva 2013/36/UE – Articolo 53, paragrafo 1 – Obbligo del segreto professionale incombente alle Autorità nazionali di vigilanza prudenziale sugli enti creditizi – Ente creditizio di cui è stata ordinata la liquidazione coatta – Divulgazione di informazioni riservate nell’ambito di procedimenti civili o commerciali

La Corte di Giustizia dell’Unione europea è stata chiamata in causa per dirimere una delicata controversia in materia obbligo del segreto professionale incombente alle Autorità di vigilanza.

Entrando nel merito della causa, il sig. Enzo Buccioni è titolare dal 2004 di un conto corrente aperto presso un ente creditizio italiano, la Banca Network Investimenti S.p.A. (“BNI”). In seguito alla procedura di liquidazione coatta amministrativa di tale ente nel 2012, il sig. Buccioni ha ricevuto esclusivamente un rimborso parziale dal Fondo interbancario di tutela dei depositi. Nel 2015, per ottenere informazioni supplementari al fine di valutare l’opportunità di agire in giudizio contro la Banca d’Italia e contro la BNI per i danni subiti, il sig. Buccioni ha chiesto alla Banca d’Italia la divulgazione di vari documenti relativi alla vigilanza sulla BNI. La Banca d’Italia ha respinto parzialmente tale domanda, sostenendo, in particolare, che taluni documenti di cui era stata chiesta la divulgazione contenevano informazioni riservate coperte dall’obbligo del segreto professionale ad essa incombente. Il sig. Buccioni ha, quindi, proposto dinanzi agli organi giurisdizionali amministrativi italiani un ricorso diretto all’annullamento di tale decisione.

Il Consiglio di Stato, giudice di ultimo grado, ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte alcune questioni. Esso chiede alla Corte se la Direttiva 2013/36 osti a che le Autorità competenti degli Stati membri (nel caso di specie, la Banca d’talia) divulghino informazioni riservate ad una persona che ne faccia richiesta per poter avviare un procedimento civile o commerciale volto alla tutela di interessi patrimoniali che sarebbero stati lesi a seguito della messa in liquidazione coatta amministrativa di un ente creditizio.

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 53, paragrafo 1, della Direttiva 2013/36/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, sull’accesso all’attività degli enti creditizi e sulla vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e sulle imprese di investimento, che modifica la Direttiva 2002/87/CE e abroga le Direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE (GU 2013, L 176, pag. 338).

La Corte (Quinta Sezione) ha dichiarato che l’articolo 53, paragrafo 1, della Direttiva 2013/36/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, sull’accesso all’attività degli enti creditizi e sulla vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e sulle imprese di investimento, che modifica la Direttiva 2002/87/CE e abroga le Direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE, dev’essere interpretato nel senso che esso non osta a che le Autorità competenti degli Stati membri divulghino informazioni riservate a una persona che ne faccia richiesta per poter avviare un procedimento civile o commerciale volto alla tutela di interessi patrimoniali che sarebbero stati lesi a seguito della messa in liquidazione coatta amministrativa di un ente creditizio. Tuttavia, la domanda di divulgazione deve riguardare informazioni in merito alle quali il richiedente fornisca indizi precisi e concordanti che lascino plausibilmente supporre che esse risultino pertinenti ai fini di un procedimento civile o commerciale, il cui oggetto dev’essere concretamente individuato dal richiedente e al di fuori del quale le informazioni di cui trattasi non possono essere utilizzate. Spetta alle Autorità e ai giudici competenti effettuare un bilanciamento tra l’interesse del richiedente a disporre delle informazioni di cui trattasi e gli interessi legati al mantenimento della riservatezza delle informazioni coperte dall’obbligo del segreto professionale, prima di procedere alla divulgazione di ciascuna delle informazioni riservate richieste.

Consulta il testo integrale -> Corte UE – Sentenza 13 settembre 2018