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Contratto di mutuo e cessione del quinto dello stipendioCassazione Civile – Sentenza 6 marzo 2018, n. 5160

Nullità del contratto di finanziamento contro cessione del quinto – Determinazione del tasso usurario – Determinazione delle componenti ai fini del calcolo del tasso di interessi

Con l’interessante sentenza in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha affrontato la delicata questione della validità del conteggio degli oneri assicurativi nell’ambito dei contratti di finanziamento mediante cessione del quinto dello stipendio o della pensione.

Nel caso di specie si trattava di un contratto di finanziamento, con oneri assicurativi facoltativi.

La Suprema Corte ha ribadito la “centralità sistematica” dell’art. 644, comma 3, c.p. quale norma di raccordo delle diverse disposizioni in materia di usura, secondo cui, per la determinazione del tasso di interesse usurario, si deve tener conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito.

Una norma, in punto di definizione della fattispecie usuraria rilevante, che non può non valere pure per “l’intero arco normativo che risulta regolare il fenomeno dell’usura e quindi anche per le disposizioni regolamentari ed esecutive e per le istruzioni emanate dalla Banca d’Italia”.

Infatti, “se è manifesta l’esigenza di una lettura a sistema di queste varie serie normative, pure appare chiaro che al centro di tale sistema si pone la definizione di fattispecie usuraria tracciata dall’art. 644, alla quale si uniformano, e con la quale si raccordano, le diverse altre disposizioni che intervengono in materia”.

Entrando nel merito della causa, con sentenza n. 1349/2013, il Tribunale di Reggio Emilia accolse la domanda formulata dall’attore per la declaratoria della nullità parziale, ex art. 644 c.p., Legge n. 108/1996 e art. 1815 c.c., del contratto di finanziamento contro cessione del quinto della retribuzione, stipulato con Italcredi S.p.A. nel luglio del 2008.

Per quel che qui ancora rileva, il Tribunale ritenne configurabile la c.d. usura presunta, posto che il tasso pattuito, compresi i costi assicurativi, era del 19,033%, mentre il tasso soglia per operazioni analoghe nel trimestre, in base al D.M. 23 giugno 2008, il quale recepiva segnalazioni delle banche che secondo la Banca d’Italia dovevano tener conto anche degli oneri assicurativi, era del 15,11% (TEGM 10,07%).

Secondo il giudice di primo grado, ricorreva anche la c.d. usura concreta ex art. 644, comma 3, c.p. sussistendo sia la sproporzione eccessiva tra i vantaggi del mutuante e quanto ricevuto dal mutuatario (l’importo da restituire era di euro 37.200,00 a fronte di un capitale di euro 17.038,03), sia la difficoltà economico-finanziaria di quest’ultimo (famiglia monoreddito di circa euro 20.000 annui e precedente prestito), circostanze non contestate dalla convenuta.

La decisione è stata confermata dalla Corte d’Appello di Bologna con sentenza n. 2128 del 14 ottobre 2014. La Corte, ritenuto che non vi sia contraddittorietà fra il riconoscimento di usura presunta ed usura concreta, essendo identiche le conseguenze giuridiche ex art. 1815 c.c., ha confermato la sussistenza, nel caso di specie, di entrambe le ipotesi.

Con riferimento alla prima (usura presunta), pur osservando che il Tribunale aveva errato nel ritenere che nel D.M. dell’epoca fossero inclusi nel calcolo del TEGM i costi assicurativi ex lege, il giudice di secondo grado ha ritenuto che la conseguenza dell’eventuale illegittimità dello stesso D.M. per violazione dell’art. 644, comma 4, c.p. non potrebbe che essere la “disapplicazione selettiva” ed il “ricalcolo” del tasso soglia “sulla scorta delle rilevazioni già effettuate”, potendosi ipotizzare, comunque, “un aumento del TEGM corretto rispetto al 10,07% rilevato”.

Con riferimento all’usura concreta, la Corte di Appello ha ritenuto incontestato: che il TEG effettivamente praticato in contratto, non inclusivo dei costi assicurativi previsti ex lege, era del 14,89%, superando di quasi la metà il TEGM del D.M. citato e, quindi, sfiorando il tasso soglia (calcolato escludendo i costi assicurativi predetti e, quindi, di per sé già censurabile); che il TAEG concreto (comprendente i costi assicurativi) era del 19,88%; che entrambe tali percentuali erano, quindi, ben superiori al tasso medio per operazioni similari praticate da altri operatori sul mercato rilevato dal D.M..

Di conseguenza, secondo la Corte, risultava sicuramente integrata la sproporzione richiesta dalla norma rispetto al tasso medio per operazioni similari.

Quanto alle circostanze concrete ed allo stato di difficoltà economica, dalle testimonianze escusse risultava che gli inviati Italcredi avevano rappresentato all’attore la possibilità di risparmi in virtù della conclusione del contratto ed erano stati edotti del precedente finanziamento (non rilevando la volontarietà dei debiti contratti al fine di accertare lo stato di difficoltà). Inoltre, non era contestabile che, trattandosi di cessione del quinto, l’attore avesse dovuto esibire a Italcredi la sua situazione economica e le sue buste paga.

Avverso tale decisione, propone ricorso in Cassazione Italcredi S.p.A., sulla base di cinque motivi.

Resiste con controricorso l’attore.

La Suprema Corte di Cassazione confermando in toto la sentenza della Corte d’Appello di Bologna, sulla scorta del Giudice di primo grado del Tribunale di Reggio Emilia, prende posizione sulla validità delle istruzioni di Banca d’Italia antecedenti a quelle del luglio 2009, nonché dei D.M. recanti tassi soglia determinati in base a dette istruzioni, affermando che tale normativa “appare contrastare con il principio della omnicompresività fissato dall’art. 644, comma 3, c.p. e valevole sia sotto il profilo penale che sotto quello civile”.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 6 marzo 2018, n. 5160