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Diamanti da investimento: nuovo provvedimento Antitrust per Diamond Private Investment S.p.A. per inadeguata e scorretta informazione dei consumatoriAutorità Garante della Concorrenza e del Mercato – Provvedimento n. 27233 del 13 giugno 2018 – DPI-Diamond Private Investment-Diamanti da investimento

L’Antitrust, con il provvedimento in commento, torna ad occuparsi dei c.d. diamanti da investimento, contestando alla società Diamond Private Investment S.p.A. la violazione di cui all’articolo 27, comma 12, del Codice del Consumo.

Entrando nel merito, con provvedimento n. 26758 del 20 settembre 2017 l’Autorità ha accertato la diffusione, da parte di DPI, di informazioni ingannevoli ed omissive in merito al prezzo, alle caratteristiche e alla convenienza dell’acquisto dei diamanti da investimento, nonché allo status di leader di mercato di DPI stessa.

Tali informazioni sono state diffuse attraverso il sito Internet della società, il materiale promozionale e la documentazione contrattuale messi a disposizione dei consumatori, il materiale informativo predisposto per le banche convenzionate.

In particolare, DPI aveva rappresentato l’acquisto dei propri diamanti come l’acquisto del bene rifugio per eccellenza, sottolineando la liquidabilità certa dei diamanti acquistati e la crescita costante delle “quotazioni” di tali diamanti.

Tale claim era supportato da un grafico che confrontava l’andamento delle “quotazioni” dei diamanti con l’andamento della quotazione ufficiale dell’oro e con l’andamento del tasso di inflazione, che induceva a credere, contrariamente al vero, che anche per i diamanti si trattasse di quotazioni di mercato alle quali era possibile acquistare e vendere i diamanti e che l’andamento dei prezzi effettivi dei diamanti fosse continuamente crescente e che il loro acquisto potesse garantire rendimenti medi ben superiori all’inflazione, quantificati in alcuni documenti nel 4% circa.

DPI, pur offrendo i diamanti come forma di impiego del risparmio alternativa agli investimenti finanziari tradizionali, non forniva nell’informativa pre-contrattuale (c.d. Informativa alla clientela) o nelle Condizioni Generali di Vendita (“CGV”) informazioni corrette né sulle modalità di determinazione del prezzo dei propri diamanti (diversa da quella dei titoli e dei metalli quotati in mercati regolamentati e simile a quella dei beni reali, che portava ad una differenza significativa tra il prezzo di acquisto pagato dal consumatore e il costo della pietra all’origine, pari al massimo a poco più della metà di tale prezzo), né sui rischi connessi a tale forma di impiego del risparmio, dovuti sia alla fluttuazione dei prezzi all’ingrosso, sia alla scarsa liquidità dei diamanti (in assenza di un mercato in grado di assicurare un pricing trasparente ed uniforme dei diamanti lavorati, esiste un rischio significativo di non trovare in breve tempo un compratore disposto ad acquistare una pietra di una qualità specifica ad un prezzo ritenuto congruo dal venditore), sia al rischio di perdite in conto capitale derivanti dal riferimento, in caso di rivendita, al prezzo all’ingrosso e non a quello al dettaglio.

DPI offriva, inoltre, un servizio di disinvestimento, consistente nell’impegno a ricollocare il diamante entro 30 giorni lavorativi ai prezzi pubblicati al momento della richiesta di disinvestimento, presentato come un modo per realizzare i profitti ottenuti trasformandoli in liquidità immediatamente disponibile; DPI affermava, inoltre, che, sulla base della propria esperienza, tali richieste erano state storicamente evase in media in 10 giorni lavorativi. In realtà, si trattava soltanto di un impegno senza alcuna garanzia di risultato, che doveva scontare, comunque, la mancanza di liquidità del mercato dei diamanti, alla quale DPI aveva potuto far fronte grazie all’esistenza, in una specifica fase economica, di un eccesso di domanda per i propri diamanti al prezzo indicato da DPI stessa – circostanza che ha permesso di soddisfare facilmente le richieste di disinvestimento e che non è detto si ripresenti in futuro.

I rischi relativi a tale servizio erano evidenziati solo nell’Informativa e nelle CGV predisposte per i clienti di Intesa Sanpaolo, dove era contenuta l’indicazione che DPI non prestava “garanzie sui tempi di liquidazione del bene” e che “il cliente può correre il rischio di incassare un prezzo inferiore a quello di acquisto”, “DPI non presta garanzie sul buon esito della rivendita né sui tempi di liquidazione del bene ed il cliente può correre il rischio di incassare un prezzo inferiore a quello di acquisto a causa delle oscillazioni di prezzo e dei costi sostenuti al momento dell’acquisto”.

Alla luce di quanto precede, l’Autorità aveva vietato l’ulteriore diffusione della pratica commerciale sopra descritta, in quanto contraria agli articoli 20 e 21, comma 1, lettere b), c), d) e f), 22, nonché 23, comma 1, lettera t), del Codice del Consumo.

Il citato provvedimento n. 26758 del 20 settembre 2017 risulta comunicato a DPI in data 30 ottobre 2017.

Dalle evidenze documentali, risulta che la pratica ritenuta scorretta, in violazione degli articoli 20, comma 2, 21 comma 1, lettere b), c), d) e f), 22, nonché 23, comma 1, lettera t), del Codice del Consumo, non è stata interrotta nei mesi successivi alla data di notifica.

Pertanto, ricorrono, in conclusione, i presupposti per l’avvio del procedimento previsto dall’articolo 27, comma 12, del Codice del Consumo, volto all’irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da 10.000 a 5.000.000 euro.

Consulta il testo integrale -> AGCM – Provvedimento 13 giugno 2018,  n. 27233