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Obbligazioni Parmalat ed obblighi informativi: niente risarcimento per lo speculatoreCassazione Civile – Ordinanza 10 aprile 2018, n. 8751

Intermediazione finanziaria – Non adeguatezza dell’operazione – Ordine scritto e specifico dell’investitore

La Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza in commento, torna a pronunciarsi sul default Parmalat.

Nel caso in esame la Suprema Corte si sofferma sulla nullità del contratto quadro di intermediazione finanziaria e sulla non adeguatezza dell’operazione di investimento posta in essere.

Entrando nel merito della causa, con atto di citazione notificato il 16 luglio 2008, l’attrice conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Milano, Banca Mediolanum S.p.A., chiedendo dichiararsi la nullità del contratto di intermediazione finanziaria e dei sette ordini di acquisto di azioni Parmalat – effettuati, via Internet, dal 16 dicembre 2003 al 18 dicembre 2003, per un totale di Euro 61.613,62 – per carenza della forma prescritta, e condannarsi la convenuta alla restituzione di tale importo, oltre agli interessi legali ed al maggior danno ex art. 1224 c.c. In via subordinata, l’attrice chiedeva accertarsi la responsabilità contrattuale e/o precontrattuale dell’istituto di credito per inadempimento ex artt. 1337 e 1453 c.c., e, di conseguenza, condannarsi il medesimo al risarcimento dei danni subiti, in misura pari all’importo degli investimenti effettuati.

Il Tribunale di Milano, con sentenza n. 12350/2009, rigettava le domande tutte proposte dall’attrice, con compensazione delle spese di lite.

Avverso tale decisione, l’attrice proponeva appello, che veniva respinto dalla Corte di Appello di Milano, con sentenza n. 1462/2013, depositata il 4 aprile 2013. Con tale pronuncia il giudice di seconde cure riteneva, in via preliminare, che la forma degli ordini di negoziazione fosse valida, in quanto il contratto quadro aveva un allegato che il cliente aveva dichiarato di conoscere, che consentiva anche ordini telematici e telefonici, e che non costituiva una clausola vessatoria nulla in mancanza della doppia sottoscrizione. Nel merito, la Corte territoriale riteneva che dalla documentazione versata in atti si desumesse che la cliente era dedita ad un’attività speculativa, acquistando e vendendo svariati titoli a brevissima distanza di tempo, pertanto sarebbe stata del tutto irrilevante – trattandosi di investitore abituale – la mancanza di informazioni da parte della Banca sui singoli acquisti.

Per la cassazione di tale sentenza, l’attrice ha, quindi, proposto ricorso nei confronti di Banca Mediolanum S.p.A., affidato a tre motivi. La resistente ha replicato con controricorso e con memoria.

Il P.G. ha concluso per l’accoglimento del secondo e terzo motivo di ricorso, e per il rigetto del primo.

La Suprema Corte di Cassazione, in sintesi, ha affermato i seguenti principi:

– in tema di intermediazione finanziaria, la pluralità degli obblighi facenti capo ai soggetti abilitati a compiere operazioni finanziarie, convergono verso un fine unitario consistente nel segnalare all’investitore, in relazione alla sua accertata propensione al rischio, la non adeguatezza delle operazioni di investimento (suitability rule), potendo dar corso all’operazione solo a seguito di ordine scritto dell’investitore, in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute. Per esonerare l’intermediario dall’obbligo risarcitorio, è necessario che questi fornisca la prova positiva della sua diligenza e dell’adempimento di tutte le obbligazioni poste a suo carico. Il giudizio positivo di adeguatezza dell’operazione di investimento in azioni Parmalat non può fondarsi esclusivamente sul rilievo, da parte dall’intermediario, che l’investitore era solito acquistare e vendere ingenti quantitativi di titoli azionari attraverso il canale telematico anche in un lasso di tempo brevissimo;

– con riferimento ad un contratto quadro, l’onere di forma può ritenersi adempiuto allorquando le parti richiamino per iscritto elementi contenuti in un diverso atto, espressamente e specificamente richiamato nel contratto. Tale principio è stato ribadito anche di recente, in materia di condizioni generali di contratto, essendosi affermato che, qualora le parti contraenti richiamino, ai fini dell’integrazione del rapporto negoziale, uno schema contrattuale predisposto da una di loro in altra sede, non è configurabile un’ipotesi di contratto concluso mediante moduli o formulari, assumendo la disciplina richiamata per il tramite di “relatio perfecta” il valore di clausola concordata; sicché tale disciplina resta sottratta all’esigenza dell’approvazione specifica per iscritto di cui all’art. 1341 c.c..

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Ordinanza 10 aprile 2018, n. 8751