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Mutuo espresso in valuta estera e rischio legato al tasso di cambio: conclusioni dell’Avvocato generale della Corte di Giustizia UEConclusioni dell’Avvocato generale presentate il 3 maggio 2018 – Tutela dei consumatori – Clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori – Contratti di credito espressi in valuta estera – Misure legislative adottate dagli Stati membri per porre rimedio a clausole contrattuali abusive – Articolo 4, paragrafo 2, della Direttiva 93/13/CEE e nozione di “[formulazione chiara e comprensibile]” – Articolo 1, paragrafo 2, della Direttiva 93/13 e nozione di “disposizioni legislative o regolamentari imperative” – Competenza dei giudici degli Stati membri di valutare d’ufficio il carattere abusivo di clausole contrattuali

L’Avvocato generale della Corte di Giustizia UE, Evgeni Tanchev, ha presentato le proprie conclusioni nella causa C-51/17, in cui la Corte è stata chiamata a pronunciarsi su una controversia sorta a seguito della sentenza della Corte del 30 aprile 2014 in tema di compatibilità con il diritto dell’Unione di clausole di contratti di credito espressi in valuta estera.

Entrando nel merito della causa, nel febbraio 2008, la sig.ra Ilyés e il sig. Kiss hanno stipulato con una Banca ungherese un contratto di finanziamento per l’erogazione di un mutuo denominato in franchi svizzeri (CHF).

Conformemente a detto contratto, sebbene le rate mensili di ammortamento fossero da pagare in fiorini ungheresi (HUF), l’importo complessivo di dette rate veniva calcolato in base al tasso di cambio corrente tra HUF e CHF. Inoltre, i mutuatari accettavano di assumersi il rischio relativo alle possibili fluttuazioni del tasso di cambio tra tali due valute.

In seguito, il tasso di cambio ha subito notevoli variazioni a danno dei mutuatari con un aumento significativo dell’importo delle loro rati mensili.

Nel maggio 2013, la sig.ra Ilyés e il sig. Kiss hanno avviato azioni legali dinanzi ai giudici ungheresi nei confronti della OTP Bank e della OTP Factoring, alla quale erano stati trasferiti i crediti derivanti dal contratto di mutuo di cui trattasi.

Nel corso di tale procedimento giurisdizionale, è stata sollevata la questione se la clausola contrattuale che addossava il rischio del tasso di cambio ai mutuatari potesse considerarsi abusiva ai sensi della Direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, e, come tale, non vincolante per i mutuatari in quanto non era stata formulata in modo chiaro e comprensibile dalla Banca interessata.

Nel frattempo, nel 2014, l’Ungheria ha emanato leggi con cui venivano eliminate dai contratti di mutuo denominati in valuta estera determinate clausole abusive, convertiti virtualmente in HUF tutti i debiti pendenti dei consumatori derivanti da detti contratti e introdotte ulteriori modifiche al contenuto dei rapporti giuridici tra le parti dei contratti di cui trattasi.

Tali leggi erano, altresì, intese ad ottemperare ad una decisione della Kúria (Corte suprema, Ungheria) che dichiarava la non conformità alla Direttiva di determinate clausole inserite nei contratti di mutuo denominati in valuta estera (tale decisione veniva pronunciata alla luce della sentenza della Corte di giustizia nella causa Kásler). Tuttavia, le nuove leggi continuavano ad addossare al mutuatario il rischio del tasso di cambio.

Posto che, ai sensi della Direttiva, le clausole contrattuali che riproducono disposizioni legislative e regolamentari imperative non rientrano nel suo ambito di applicazione, il Fővárosi Ítélőtábla (Corte d’appello regionale di Budapest, Ungheria), investito della controversia della sig.ra Ilyés e del sig. Kiss, ha chiesto alla Corte di giustizia se esso possa valutare il carattere abusivo di una clausola non chiara che addossa al mutuatario il rischio del tasso di cambio sebbene la validità della clausola di cui trattasi sia stata confermata dal legislatore ungherese.

L’Avvocato generale propone di rispondere alle questioni pregiudiziali sollevate dalla Corte d’appello regionale di Budapest nel modo seguente:

1. una clausola contrattuale, imposta da un intervento legislativo, che continua a far gravare sul consumatore il rischio del tasso di cambio con effetto ex tunc non può essere considerata come “oggetto di negoziato individuale” ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della Direttiva 93/13/CEE del Consiglio, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori.

2. In circostanze come quelle del procedimento principale, una clausola che diventa parte di un contratto a seguito di un intervento legislativo e che continua a far gravare sul consumatore il rischio del tasso di cambio con effetto ex tunc, non “riproduce disposizioni legislative o regolamentari imperative” ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 2, della Direttiva 93/13.

3. Spetta al giudice del rinvio stabilire, tenuto conto di tutte le circostanze relative al contratto e della giurisprudenza della Corte se, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 2, della Direttiva 93/13 e del requisito posto da quest’ultima che le clausole contrattuali devono essere formulate in “modo chiaro e comprensibile”, i creditori sono tenuti a fornire ai consumatori le informazioni finanziarie pertinenti in loro possesso al momento della conclusione del contratto, compresi i pertinenti dati macroeconomici, e a chiarire i loro effetti sui meccanismi del tasso di cambio.

4. Nella misura in cui un successivo intervento legislativo dello Stato membro non abbia posto rimedio al carattere abusivo di una clausola alla luce dei requisiti di chiarezza e trasparenza, quali sanciti dalla Direttiva 93/13, la conformità di tali clausole con tale obbligo è determinata a partire dalla data di stipula del contratto.

5. Il giudice nazionale è tenuto ad esaminare d’ufficio il carattere abusivo di una clausola contrattuale che ricade nell’ambito di applicazione della direttiva e, in tal modo, ad ovviare allo squilibrio che esiste tra il consumatore e il creditore laddove disponga degli elementi necessari a tal fine in diritto e in fatto.

Consulta il testo integrale -> Conclusioni Avvocato generale 3 maggio 2018