+39 091-6260146 info@creditofinanzanews.it  

Indizi di gravi irregolarità sull’operato degli intermediari: responsabilità della Consob nei confronti dei risparmiatoriCassazione Civile – Sentenza 12 aprile 2018, n. 9067

Banca e borsa – Irregolare attività di agente di cambio – Segnalata alla Consob – Tardiva attività ispettiva – Responsabilità per omessa vigilanza – Sussiste

Sotto la lente della Suprema Corte di Cassazione, nella sentenza in commento, è posta l’analisi dei comportamenti che la Consob dovrebbe tenere per svolgere i propri compiti di vigilanza, secondo il parametro di diligenza fissato dall’art. 1176 c.c.

Per la Suprema Corte, sussiste la responsabilità risarcitoria della Consob, nella sua veste di organo di garanzia del risparmio, per i danni cagionati agli investitori da intermediari finanziari sui quali detta Autorità non abbia adeguatamente vigilato, non potendo l’inerzia od il ritardo nell’intervento trovare giustificazione nella discrezionalità tecnica che connota l’attività della stessa.

Entrando nel merito della causa, gli originari attori, in numero di 113, hanno agito nei confronti della Repubblica Italiana e della Consob dinanzi al Tribunale di Roma e, dopo aver riferito di essere stati clienti di uno Studio, di cui era titolare un agente di cambio, in un periodo compreso tra il 1990 e l’aprile del 1996, hanno chiesto condanna delle convenute al risarcimento del danno subito per effetto di condotte addebitate sia allo Studio che alla Società, falliti, i quali avrebbero distratto, a vantaggio proprio e di terzi, le somme da essi attori depositate per essere investite, dolendosi, per un verso, del tardivo recepimento della Direttiva 93/22/CEE e, per altro verso, della mancata vigilanza da parte della Consob sull’attività degli intermediari mobiliari citati.

Nel contraddittorio con i convenuti, che hanno resistito, il Tribunale ha rigettato la domanda spiegata nei confronti della Repubblica italiana ed accolto in parte quella proposta nei confronti della Consob, che ha condannato al risarcimento del danno in misura della metà delle somme richieste da ciascun attore, in considerazione della percentuale di ritenuta responsabilità concorsuale su di essa gravante.

Contro la sentenza hanno proposto appello principale la Consob ed incidentale gli originari attori.

Con sentenza del 5 maggio 2014 la Corte d’Appello di Roma ha dichiarato inammissibile l’appello proposto dalla Consob nei confronti di alcuni appellati e respinto l’appello spiegato dalla stessa Consob nei confronti degli altri appellati ivi indicati, accogliendo per converso l’impugnazione incidentale di questi ultimi e liquidando in loro favore l’intera somma da ciascuno chiesta. A fondamento della decisione la Corte territoriale ha, per quanto rileva, osservato:

– che i poteri ispettivi all’epoca attribuiti alla Consob sugli intermediari finanziari, tra i quali rientravano gli agenti di cambio operanti individualmente, erano certamente discrezionali e, tuttavia, detta attività discrezionale trovava un limite nella norma primaria del neminem laedere e nei principi costituzionali di legalità, imparzialità e buona amministrazione;

– che per la configurazione della responsabilità della Consob per omessa vigilanza era necessaria l’esistenza di circostanze di fatto, venute a conoscenza della medesima o colposamente ignorate, che imponessero l’espletamento dell’attività ispettiva;

– che la Consob aveva ragione di dolersi della decisione adottata dal Tribunale soltanto nella parte in cui il primo giudice aveva addebitato ad essa la mancata esecuzione di ispezioni e controlli pur in assenza di circostanze concrete che ne imponessero lo svolgimento, mentre era giustificato l’addebito di un colpevole ritardo dell’inizio dell’attività ispettiva in seguito a notizie concernenti la creazione di catene di negoziazione, finalizzate a consentire un ingiustificato profitto in favore di determinate controparti, notizie ricevute nel luglio 1994;

– che, difatti, la Consob aveva atteso un anno e quattro mesi prima di disporre l’esecuzione dell’ispezione nei confronti dello Studio, ispezione che era poi iniziata solo dopo altri sei mesi, pertanto era trascorso, nel complesso, quasi un biennio, ossia un arco temporale del tutto incompatibile con le esigenze di celerità imposte dai compiti di vigilanza attribuiti alla Commissione;

– che la Consob era titolare di poteri certamente idonei ad impedire la prosecuzione dell’attività illecita ai danni dei risparmiatori, anche con l’esclusione, adottata soltanto il 22 aprile 1996, dell’agente di cambio dalla borsa e dalle contrattazioni telematiche;

– che lo Studio, già insolvente dai primi anni 80, aveva continuato ad operare occultando lo stato di insolvenza sino alla dichiarazione di fallimento con la sistematica distrazione delle somme consegnate nel tempo dai clienti per un importo sottratto, anche nell’aprile 1996, in epoca prossima al fallimento, superiore ai 68 miliardi di lire, pertanto una tempestiva azione ispettiva avrebbe consentito di scoprire la gestione illecita dello Studio, il che si desumeva dalla circostanza che l’intervento ispettivo della Consob aveva in effetti portato alla scoperta degli illeciti;

– che l’appello non meritava accoglimento neppure in relazione alla erroneità dell’accertamento dell’effettiva sussistenza del danno in capo a ciascuno dei risparmiatori, dal momento che essi avevano prodotto fascicoli individuali contenenti la documentazione posta a supporto della domanda, ivi comprese le ricevute rilasciate dallo Studio, pertanto l’appellante avrebbe dovuto argomentare con riferimento a ciascuna posizione sull’idoneità dei numerosissimi documenti prodotti a fornire la prova di cui gli attori erano onerati;

– che il Tribunale aveva errato nel porre a carico della Consob soltanto la metà delle somme richieste dagli attori, giacché essi avevano agito per l’intero stante la solidarietà tra la Commissione convenuta e gli altri responsabili degli illeciti.

In sintesi, la Cassazione conclude così che “nel quadro dell’orientamento giurisprudenziale così stabilizzatosi, l’inerzia o il ritardo della Consob, non possono mai ed in nessun caso trovare giustificazione nella discrezionalità tecnica che connota la sua attività, fermo essendo l’insegnamento di questa Corte secondo cui la discrezionalità relativa al quomodo della vigilanza non può mai estendersi anche alla scelta radicale tra l’attivarsi o non, soprattutto qualora – come nel caso di specie, secondo quanto ritenuto, come si vedrà, dal giudice del merito con apprezzamento che si sottrae al sindacato di questa Corte – sussistano gravi indizi di irregolarità (Cassazione, 3 marzo 2001, n. 3132)”.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 12 aprile 2018, n. 9067