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Obbligazioni Parmalat ed obblighi informativi: niente risarcimento per lo speculatoreCassazione Civile – Sentenza 3 agosto 2017, n. 19417

Intermediazione finanziaria – Onere della prova circa la specifica diligenza richiesta all’intermediario – Sottoscrizione di clausola con generico avvertimento di rischio – Insufficienza – Ratio

La Supra Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in materia di investimenti in obbligazioni Parmalat, soffermandosi, nello specifico, nell’ipotesi in cui l’investimento sia stato qualificato, anche dalla stessa Banca, come operazione inadeguata.

Entrando nel merito della causa, la Corte d’Appello di Bari, confermando la pronuncia di primo grado, ha respinto la domanda proposta dall’attrice, volta al riconoscimento della nullità, inefficacia od annullabilità dei contratti di vendita di obbligazioni Parmalat e alla restituzione delle somme investite, oltre che al risarcimento dei danni.

A sostegno della decisione la Corte ha affermato che non vi è stata violazione della regola dell’inversione dell’onere della prova nell’aver ritenuto non dimostrato il nesso causale tra il dedotto inadempimento agli obblighi informativi ed il danno, dal momento che le due circostanze incontestate, consistenti, l’una, nel rifiuto della investitrice di fornire alla Banca informazioni sulla propria condizione finanziaria, sugli obiettivi d’investimento, sull’esperienza in materia e sulla propensione al rischio, e l’altra nell’avere la Banca sconsigliato per iscritto di acquistare le obbligazioni Parmalat, ritenendo inadeguata l’operazione, hanno interrotto il nesso causale non avendo potuto la Banca, in mancanza d’informazioni sui titoli in questione, adempiere agli incarichi conferiti con la dovuta diligenza.

Non ha pregio la tesi secondo la quale la Banca sarebbe stata, comunque, tenuta a fornire le informazioni sul prodotto pur in presenza del predetto rifiuto e della sottoscrizione degli ordini.

L’obbligo di fornire informazioni sarebbe scattato solo se a fronte della segnalazione d’inadeguatezza le investitrici avessero chiesto spiegazioni più analitiche.

Sul difetto di forma scritta viene escluso che sarebbe stato necessario stipulare un altro contratto in concomitanza con l’entrata in vigore del TUF del 1998, dal momento che anche il contratto originario osservava l’obbligo di forma.

Non sussiste la nullità per abuso del mandato gestorio sia perché l’ordine era stato effettuato dal marito dell’appellante, sia perché questa eccezione, come già rilevato dal Giudice di primo grado, è tardiva ed il rilievo officioso delle nullità non sana tale tardività quando la parte abbia eccepito specificamente un profilo di nullità e tardivamente ne abbia formulato uno diverso.

Peraltro, nel merito, il contratto prevedeva espressamente la facoltà di compiere operazioni anche separatamente.

Il conflitto d’interessi non può desumersi soltanto dal fatto che la negoziazione riguardasse titoli di proprietà della Banca, trattandosi di operazione non vietata né dalla legge, né dalla Consob, ma occorre la prova concreta del rapporto tra Banca intermediaria e società che ha emesso i titoli.

La dipendente della Banca che ha deposto, infine, non è incapace ed ha chiarito che i titoli in questione non facevano parte del “paniere” della Banca. Ciò prova che non vi era rapporto tra la Banca e le società emittenti.

Del resto la Banca non aveva interesse a smobilizzare investimenti con sue obbligazioni per far acquistare quelle di terzi, peraltro, dopo averne segnalato l’inadeguatezza.

Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione l’investitrice con otto motivi. Ha resistito con controricorso la Banca, accompagnato da memoria.

Secondo quanto statuito dalla Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento “nell’ipotesi in cui un investimento finanziario sia stato qualificato anche dall’intermediario come operazione inadeguata, l’assolvimento degli obblighi informativi cui quest’ultimo è tenuto, in mancanza della prova dell’osservanza delle cogenti prescrizioni contenute negli artt. 28 e 29 del Regolamento Consob, n. 11522 del 1998, attuative dell’art. 21 del T.U.F. non può essere desunta in via esclusiva dal profilo soggettivo del cliente, dal suo rifiuto di fornire indicazioni su di esso o soltanto dalla sottoscrizione dell’avvenuto avvertimento dell’inadeguatezza dell’operazione in forma scritta, essendo necessario che l’intermediario, a fronte della sola allegazione contraria dell’investitore sull’assolvimento degli obblighi informativi” fornisca la prova positiva, con ogni mezzo, del comportamento diligente della banca. Tale prova può essere integrata dal profilo soggettivo del cliente o da altri convergenti elementi probatori ma non può essere desunta soltanto da essi”.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 3 agosto 2017, n. 19417

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