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Anatocismo: gli interessi passivi indebitamente versati possono essere richiesti alla Banca entro 10 anni dalla chiusura del contoCassazione Civile – Sentenza 7 febbraio 2017, n. 3190

Conto corrente di corrispondenza – Anatocismo – Onere della prova sull’esistenza della simmetricità cronologica della cadenza degli interessi passivi ed attivi dopo la delibera CICR del 9 febbraio 2000

La Suprema Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in materia di anatocismo, focalizzando, questa volta, l’attenzione sulla prescrizione del diritto del correntista alla restituzione degli interessi anatocistici.

La prescrizione del diritto del correntista alla restituzione degli interessi anatocistici, secondo quanto statuito, decorre dalla chiusura del conto e si verifica dopo 10 anni da tale momento. Oltre tale lasso di tempo il cliente non può più fare causa alla Banca e non può ottenere la restituzione delle maggiorazioni sugli interessi versati all’Istituto di credito.

Entrando nel merito della causa, la Corte d’Appello di Torino ha condannato la Società Cooperativa Banca Popolare di Intra al pagamento della somma di € 141.396 in favore della Società attrice a titolo di ripetizione delle somme indebitamente percette dall’Istituto bancario per illegittima applicazione della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi. Il giudizio era stato introdotto dalla Società e dai fideiussori.

Nel corso del giudizio d’appello veniva emessa una sentenza non definitiva di accoglimento dell’eccezione di nullità dovuta alla violazione del divieto di anatocismo e con separata ordinanza si procedeva alla prosecuzione del giudizio, disponendo consulenza tecnica d’ufficio al fine di rideterminare il rispettivo dare ed avere tra correntista e Banca, previa decurtazione della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, delle commissioni di massimo scoperto e delle valute.

Con comunicazione datata 31.07.2006 il consulente tecnico d’ufficio, allegando copia del dispositivo, dava atto dell’intervenuto fallimento della Società. Sentito il consulente d’ufficio a chiarimenti in ordine all’applicazione con reciprocità su uno dei conti correnti della trimestralizzazione del computo degli interessi attivi, veniva emessa ordinanza interruttiva del giudizio il giorno 8.11.2008.

In data 30.04.2009 è stato riassunto il giudizio e la Banca ha preliminarmente eccepito l’estinzione del giudizio.

La Corte d’Appello su tale eccezione ha rilevato che il fallimento è stato dichiarato il 9.06.2006.

L’art. 43 della legge fallimentare novellata, nel quale è affermato il principio dell’automaticità dell’effetto interruttivo conseguente al fallimento, è entrato in vigore il 16.07.2006, in data successiva alla dichiarazione di fallimento della società con conseguente inapplicabilità del nuovo regime.

La Società fallita era costituita in giudizio con un proprio procuratore speciale che non ha provveduto alla dichiarazione in udienza. Ne consegue che l’ordinanza d’interruzione deve essere revocata e la Società deve ritenersi rappresentata dagli originari difensori.

Nel merito, in ordine all’eccezione di prescrizione dell’indebito accertato, la Corte ha evidenziato che tale profilo era stato affrontato e risolto nella sentenza non definitiva laddove si era stabilito che il ricalcolo delle poste di dare ed avere doveva essere svolto fin dall’inizio del rapporto in quanto il contratto di conto corrente ha natura unitaria e, conseguentemente, la Società si è correttamente attivata entro il termine prescrizionale decorrente dalla chiusura del conto stesso.

Non può applicarsi al conto corrente bancario l’art. 1831 c.c., proprio del conto corrente ordinario, secondo quanto reiteratamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità, con conseguente unitarietà del conto corrente bancario dall’apertura alla chiusura definitiva senza possibilità di frazionamenti. Pertanto, le liquidazioni trimestrali degli interessi costituiscono mere operazioni contabili prive di giuridico rilievo eseguite per comodità contabile, dovendosi prestare attenzione soltanto alla liquidazione finale.

Infine, la Corte d’Appello, rilevato che le risultanze, meramente contabili, della consulenza tecnica d’ufficio non sono state oggetto di critica, salvo le censure in diritto già esaminate, ha evidenziato come il consulente abbia ricostruito interamente il rapporto dalla sua apertura, applicando secondo la logica economica il tasso minimo alle operazioni attive per il correntista e quello massimo per le operazioni passive e comprendendo nel divario il compenso per la prestazione della Banca.

Il saldo ha tenuto conto degli interessi attivi come sopra determinati.

Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione l’Istituto bancario, affidandosi a quattro motivi. Hanno resistito con controricorso i fideiussori.

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

La Suprema Corte di Cassazione, uniformandosi al consolidato orientamento di legittimità, richiama la massima ufficiale della sentenza delle Sezioni Unite n. 24418 del 2010 secondo cui tale azione “[…] è soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, la quale decorre, nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. Infatti, nell’anzidetta ipotesi ciascun versamento non configura un pagamento dal quale far decorrere, ove ritenuto indebito, il termine prescrizionale del diritto alla ripetizione, giacché il pagamento che può dar vita ad una pretesa restitutoria è esclusivamente quello che si sia tradotto nell’esecuzione di una prestazione da parte del solvens con conseguente spostamento patrimoniale nei confronti dell’accipiens” (si veda, anche, la più recente Cassazione Civile 24 maggio 2016, n. 10713).

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 7 febbraio 2017, n. 3190

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