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Phishing: la sicurezza della piattaforma online per le operazioni bancarie deve essere garantita dalla Banca, altrimenti risarcisce il dannoCassazione Civile – Sentenza 3 febbraio 2017, n. 2950

Con l’interessantissima sentenza in commento, la Suprema Corte di Cassazione affronta uno dei temi più delicati e dibattuti nell’ambito dei contratti bancari, quello del phishing, ossia la truffa telematica perpetrata da delinquenti a danno di ignari correntisti.

La Suprema Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso di un correntista di Bancoposta, ha statuito che spetta alla Banca dimostrare di aver fatto tutto il possibile, secondo il criterio della diligenza professionale, per scongiurare la frode servendosi di un sistema informatico adeguato ai rischi.

Entrando nel merito della causa, per quanto ancora rileva, con sentenza depositata in data 8 marzo 2011 la Corte d’Appello di Trento:

– ha rigettato l’appello principale proposto dall’attore avverso la decisione di primo grado, che aveva respinto la domanda intesa ad ottenere la condanna di Poste Italiane S.p.A. a risarcire il danno derivante da due operazioni (una di giroconto e l’altra di bonifico), eseguite in assenza di sue disposizioni e di cessione a terzi dei codici personali di accesso al sistema che consentiva le operazioni on line;

– ha dichiarato inammissibile l’appello incidentale tardivo proposto da Poste Italiane S.p.A. avverso il capo della sentenza di primo grado, che l’aveva condannata al pagamento delle spese nei confronti di un chiamato in giudizio, unitamente all’attore, quale beneficiario delle operazioni, e ritualmente costituitosi.

La Corte territoriale ha ritenuto:

– che, a tacere dell’assenza di prova certa, quanto all’estraneità dell’attore rispetto al bonifico disposto in favore di un terzo, comunque, secondo l’accertamento del giudice di primo grado, le misure di sicurezza on line di Bancoposta, caratterizzate dall’utilizzo di un sistema di crittografia dei dati di riconoscimento del cliente, erano tali da escludere che l’accesso alle funzioni fosse consentito a chi non era conoscenza delle chiavi di accesso;

– che, pertanto, le operazioni in questione erano state rese possibili dalla mancata custodia o, comunque, da un incauto comportamento del correntista, tale da consentire la sottrazione dei codici mediante tecniche fraudolente;

– che l’appello incidentale non poteva essere proposto nel termine previsto dall’art. 334 c.p.p. [recte: c.p.c. – n.d.r.], dal momento che l’impugnazione proposta da Poste Italiane S.p.A. si correlava ad una domanda di garanzia impropria, autonoma, per soggetti e titolo, rispetto a quella formulata dall’attore in via principale.

Avverso tale sentenza, l’attore propone ricorso per cassazione affidato a due motivi. Resiste con controricorso Poste Italiane S.p.A.; l’attore non ha svolto attività difensiva.

Nella sentenza in commento, la Suprema Corte di Cassazione affronta, pertanto, i temi della ripartizione degli oneri probatori e dell’attribuzione della responsabilità relativa alla sicurezza delle piattaforme digitali attraverso cui si effettuano i pagamenti in rete.

Sia in primo che in secondo grado i giudici di Trento avevano rigettato la domanda attorea. La Suprema Corte di Cassazione ha, invece, ribaltato tali decisioni e, giudicando per la prima volta la fattispecie del phishing, ha sostenuto che “anche al fine di garantire la fiducia degli utenti nella sicurezza del sistema (cioè che rappresenta interesse degli stessi operatori), appare del tutto ragionevole ricondurre nell’area del rischio professionale del prestatore di servizi di pagamento, prevedibile ed evitabile con appropriate misure destinate a verificare la riconducibilità delle operazioni alla volontà del cliente, la possibilità di una utilizzazione dei codici da parte di terzi, non attribuibile al dolo del titolare o a comportamenti talmente incauti da non poter essere fronteggiati in anticipo”.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 3 febbraio 2017, n. 2950

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