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Obbligazioni Parmalat ed obblighi informativi: niente risarcimento per lo speculatoreCassazione Civile – Sentenza 17 agosto 2016, n. 17138

La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza in commento è tornata a pronunciarsi in materia di investimenti in obbligazioni Parmalat, in conseguenza dei quali l’investitore ha subito notevoli perdite economiche.

Nello specifico, l’oggetto del contendere è la “lamentata” violazione degli obblighi informativi cui è tenuta la Banca intermediaria.

In questo caso, però, la Suprema Corte ha dato torto all’investitore, statuendo che non può essere dichiarato nullo o inefficace un contratto di acquisto di obbligazioni Parmalat se l’investitore sceglie di proposito titoli a rischio con l’intento di lucrare una redditività superiore a quella dei titoli di Stato.

La Suprema Corte, pertanto, valorizza la propensione al rischio dell’investitore e la buona fede della Banca che non aveva alcun sentore del crack, in quanto il gruppo Parmalat aveva allora un rating classificato tripla B.

Entrando nel merito della causa, con sentenza del 4 novembre 2010, la Corte d’Appello di Napoli, in totale riforma della sentenza dinanzi ad essa impugnata, ha respinto la domanda spiegata dall’investitore nei confronti della Banca della Campania S.p.A., volta ad ottenere la dichiarazione di nullità, annullamento, inefficacia, ovvero risoluzione per inadempimento, in ogni caso con la restituzione del dovuto o il risarcimento del danno, di un contratto di acquisto di obbligazioni Parmalat per il controvalore di € 63.000 stipulato dall’investitore con la convenuta in data 1° settembre 2003.

La Corte d’Appello, per quanto rileva, ha osservato quanto segue:

– che l’acquisto, in ossequio alla previsione dettata dall’articolo 29 del Regolamento Consob n. 11522/98, era stato preceduto da ordine scritto che l’investitore aveva impartito dopo essere stato avvertito del rischio dell’investimento, esposto a prevedibili e notevoli oscillazioni dei corsi e dei cambi;

– che l’investitore aveva dichiarato alla Banca di essere in possesso di una specifica esperienza in materia di strumenti finanziari, anche in divisa estera, con propensione ad un rischio di grado medio, avendo come obiettivo il conseguimento di redditività e moderata rivalutabilità rapportata al rischio di oscillazione dei corsi obbligazionari, esperienza suffragata da precedenti analoghi investimenti mobiliari;

– che il teste indotto dalla Banca, e pienamente attendibile nonostante la sua qualità di dipendente della medesima, aveva dichiarato che il cliente era propenso al rischio ed era determinato ad investire in titoli anche particolarmente rischiosi pur di lucrare una redditività superiore a quella dei titoli di Stato;

– che la Banca aveva consegnato all’attore il documento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari;

– che l’investimento in obbligazioni Parmalat non prevedeva la consegna del prospetto informativo;

– che la Banca non aveva effettuato un’attività di sollecitazione all’acquisto;

– che la Banca non aveva elementi per pronosticare il futuro crack del gruppo Parmalat, ascrivibile a condotte delittuose dei suoi amministratori, tanto più che il titolo negoziato vantava all’epoca un rating classificato tripla B;

– che la Banca non aveva ragione di predisporre il blocco dell’operatività dell’investitore;

– che la Banca non aveva operato in conflitto di interessi;

– che in ogni caso, l’investitore non aveva ottemperato all’onere della prova del nesso di causalità tra la dedotta violazione, da parte della Banca, degli obblighi di informazione posti a suo carico ed il danno patito.

Contro la sentenza l’investitore ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.

La Banca della Campania S.p.A. ha resistito con controricorso .

In conclusione, secondo quanto statuito dalla Suprema Corte, l’investitore che lamenta la violazione degli obblighi informativi da parte dell’intermediario è tenuto a provare il danno ed il nesso di causalità tra questo ed il comportamento illecito dell’intermediario.

I giudici escludono, pertanto, qualunque risarcimento o restituzione delle somme versate per acquistare i 63.000 euro di obbligazioni Parmalat, anche perché l’investitore non aveva fornito alcuna prova che, se informato in maniera più dettagliata sui rischi dell’investimento, avrebbe fatto un passo indietro.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 17 agosto 2016, n. 17138

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