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Contratto di apertura di credito: la Banca può recedere soltanto per giusta causaCassazione Civile – Sentenza 24 agosto 2016, n. 17291

Con la sentenza in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha sancito un importante principio in materia di contratto di apertura di credito, statuendo che il recesso da parte della Banca deve essere sempre motivato, anche se il contratto glielo consentirebbe.

Entrando nel merito della causa, la Corte d’Appello di Lecce ha respinto l’impugnazione proposta dall’attore correntista affidato del Banco di Napoli S.p.A., e suo debitore principale, in ordine al recesso, esercitato dalla Banca, dal contratto di affidamento in conto corrente ed alla conseguente richiesta di pagamento del saldo, nei riguardi della sentenza del Tribunale di Brindisi che, decidendo dell’opposizione al decreto ingiuntivo proposto da costui, unitamente ai suoi fideiussori, aveva accolto l’opposizione, revocato il monitorio ma condannato i debitori al pagamento, in favore della Banca, di una somma di danaro oltre che del 70% delle spese processuali.

La Corte territoriale, investita della rivisitazione del primo giudizio, ha, per quello che qui ancora interessa in ordine alla questione della revoca per giusta causa dell’affidamento in conto corrente, dichiarato legittimo il comportamento della Banca e condannato il ricorrente al pagamento delle ulteriori spese del grado.

Il giudice di appello, infatti, ha respinto l’impugnazione sul punto affermando che il recesso era stato operato per giusta causa e giustificato motivo atteso che, se era vero che il debitore principale non aveva sconfinato dagli affidamenti, era, altresì, vero che sia lui che i fideiussori avevano compiuto atti di disposizione del proprio patrimonio sì da diminuire la garanzia del credito, rendendo oltremodo più difficoltoso l’eventuale suo recupero, cosicché il comportamento della Banca era risultato né pretestuoso, né arbitrario ma tenuto in buona fede, richiedendo il rientro dagli affidamenti entro il termine di 15 giorni.

Secondo il giudice distrettuale, inoltre, non vi era la prova (e comunque essa non riteneva) che il residuo patrimonio immobiliare dei debitori costituisse garanzia ampia ed idonea per il recupero del credito bancario.

Avverso tale decisione l’attore ha proposto ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi di censura.

Quando la Banca concede una apertura di credito sul conto corrente si riserva, di solito, nel contratto, una serie di possibilità in presenza delle quali può revocare immediatamente il credito concesso, imponendo al correntista, purtroppo dall’oggi al domani, di rientrare nello scoperto.

Questo, però, non significa che l’istituto di credito può, appigliandosi a tali clausole, decidere arbitrariamente quando e come recedere dal contratto.

Ed è proprio su questo punto che la Suprema Corte di Cassazione fa chiarezza con la sentenza in commento statuendo che: “nel giudizio in cui il cliente contesti la reale sussistenza della giusta causa di recesso da un’apertura di credito invocata dalla Banca, come costituita dalla sopravvenuta insufficienza della garanzia patrimoniale generica del cliente, conseguente al compimento di taluni atti dispositivi del patrimonio, va cassata la sentenza che, di fronte a una situazione di incertezza circa l’effettivo valore commerciale dei cespiti componenti il patrimonio residuo del debitore, si limiti a rigettare l’azione per mancato assolvimento – da parte del cliente – dell’onere di provare la sufficienza del patrimonio, a seguito degli atti dispositivi. Il giudice è, infatti, tenuto, in presenza di elementi indiziari forniti dall’attore (elencazione analitica delle proprietà residue, e relativa documentazione), e in mancanza di ulteriori allegazioni di allarme circa la solvibilità del debitore, a disporre una CTU estimativa, allo scopo di accertare l’effettiva fondatezza della contestazione”.

In conclusione, dunque, vi deve essere sempre una giusta causa di recesso dal fido. Inoltre, tale giusta causa va adeguatamente provata nello specifico. Non basta, quindi, una improvvisa diminuzione delle garanzie (come, ad esempio, la vendita di un immobile da parte del cliente) per chiudere l’affidamento ed imporre l’immediato rientro al correntista che, invece, è ancora pienamente solvibile e dimostri di non essere “a rischio”.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 24 agosto 2016, n. 17291

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