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Investimenti in strumenti finanziari: la Banca risarcisce il danno se non fornisce all’investitore informazioni adeguate sulla natura e sui rischi dell’operazioneCassazione Civile – Sentenza 22 febbraio – 3 giugno 2016, n. 11466

Altra interessante sentenza che, in materia di investimenti in strumenti finanziari, tutale la parte più debole del rapporto contrattuale, ossia l’investitore.

Con la sentenza in commento, infatti, la Suprema Corte di Cassazione ha statuito che l’intermediario finanziario deve fornire all’investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento.

La Banca, inoltre, non può appellarsi ad un ipotetico concorso di colpa dell’investitore nel caso in cui quest’ultimo non abbia sollecitato la somministrazione delle informazioni o non le abbia cercate altrove.

Entrando nel merito della causa, l’attore ha convenuto dinanzi al Tribunale di Brindisi, Sezione Distaccata di Mesagne, la Banca e la Consob ed ha chiesto di dichiarare la nullità dell’acquisto di obbligazioni effettuato il 31 gennaio 2001 attraverso la Banca convenuta, per un importo di € 181. 000, 00, ovvero in subordine l’annullamento del contratto per conflitto di interessi, ovvero ancora dichiarare risolto il medesimo, in ogni caso con condanna alla restituzione dell’importo investito o al risarcimento del danno in analoga misura, oltre all’ulteriore risarcimento del danno esistenziale, con accessori e spese.

A fondamento della domanda, l’attore ha lamentato che la Banca avesse sollecitato l’acquisto dei titoli, destinati ad investitori istituzionali, ed avesse omesso di fornire adeguata informazione circa i rischi dell’operazione finanziaria, agendo inoltre in conflitto di interessi.

Nel contraddittorio con la Banca e con la Consob, che hanno resistito alla domanda, il Tribunale adito, con sentenza del 17 gennaio 2006, ha dichiarato la nullità del contratto di negoziazione delle obbligazioni acquistate ed ha condannato per l’effetto la Banca convenuta al pagamento, in favore dell’attore, della somma di € 181.000,00, con interessi legali dal 23 febbraio 2004, detratti gli eventuali interessi maturati e fatta salva la restituzione dei titoli alla Banca, regolando le spese di lite.

Contro la sentenza la Banca convenuta ha proposto appello deducendo, per quanto rileva, che il Tribunale avesse errato nel dichiarare la nullità del contratto e che la Banca non fosse incorsa in alcuna violazione dell’art. 21 TUF e del Regolamento Consob n. 11522/98.

L’attore ha resistito all’appello, mentre la Consob è rimasta contumace.

La Corte d’Appello di Lecce, con sentenza del 29 dicembre 2009, ha accolto l’impugnazione nella parte in cui denunciava l’errore commesso dal Tribunale nel dichiarare la nullità del contratto avente ad oggetto l’acquisto dei titoli, rigettando per l’effetto l’originaria domanda di nullità spiegata dall’attore, ma ha al tempo stesso condannato la Banca, in accoglimento della domanda subordinata originariamente proposta dallo stesso attore, al pagamento, in suo favore, della minor somma di € 135.000,00, con accessori e spese, disponendo la restituzione dell’importo eventualmente maggiore percepito dall’attore in esecuzione della sentenza di primo grado e regolando le spese di lite.

La Corte d’Appello ha motivato la propria decisione osservando:

i) che il Tribunale aveva errato nel dichiarare la nullità del contratto di acquisto dei titoli, dal momento che, tenuto conto dei principi fissati dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione con sentenza 19 dicembre 2007, n. 26725, le carenze informative addebitabili alla Banca nella fase antecedente l’acquisto poteva, a seconda dei casi, assumere rilievo sul piano della responsabilità precontrattuale o contrattuale, ma non su quello della validità;

ii) che era infondata la domanda di annullamento per conflitto di interessi;

iii) che era viceversa fondata la domanda risarcitoria, dal momento che la Banca aveva senz’altro violato gli obblighi informativi prescritti dalla normativa di settore, essendosi limitata a consegnare all’attore una nota informativa scaricata da Internet, quantunque l’assenza di rating dei titoli consigliasse l’acquisizione di una piena ed effettiva conoscenza dei prodotti finanziari negoziati;

iv) che, pertanto, l’ordine di acquisto era stato impartito dall’attore “sostanzialmente “alla cieca”, senza adeguata conoscenza e valutazione del prodotto finanziario in questione”, con conseguente insussistenza del nesso di causalità tra l’inadempimento addebitato alla Banca ed il danno subito dall’investitore;

v) che, tuttavia, non poteva nemmeno ignorarsi il concorso di colpa dell’investitore, dal momento che l’attore si era determinato all’acquisto dei Bond con avventatezza e superficialità, tanto da trascurare di chiedere al funzionario della Banca di acquisire maggiori informazioni e, quindi, di valutare l’adeguatezza dell’operazione, anziché accontentarsi di una semplice nota informativa estrapolata da Internet.

Contro la sentenza, l’attore ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi.

La Banca ha resistito con controricorso ed ha proposto ricorso incidentale fondato su due motivi.

La Consob non ha spiegato difese in questa sede.

La Suprema Corte di Cassazione, ancora una volta, ha condannato la Banca all’integrale risarcimento dell’investimento effettuato da parte del cliente, in ragione della evidente violazione degli obblighi informativi su di essa incombenti, ai sensi dell’art. 28, comma 2, del Regolamento Consob n. 11522/98.

Nel caso di specie, la Banca non ha offerto alcuna soddisfacente informazione, essendosi limitata a consegnare all’investitore un foglio scaricato da Internet, contenente informazioni insufficienti, quantunque la circostanza che le obbligazioni oggetto di causa non fossero dotate di rating imponesse alla Banca anzitutto di documentarsi sulle caratteristiche, sulla rischiosità dell’investimento e, successivamente, di informare debitamente l’investitore degli elementi di giudizio acquisiti.

Ciò che, infatti, si chiede alla Banca non è di prevedere il futuro (nella fattispecie in esame il default), ma di porre in condizioni l’investitore di effettuare scelte consapevoli, avendo cioè a disposizione dati adeguati a formarsi un convincimento sulla convenienza e sicurezza dell’operazione.

In conclusione, anche soltanto la sottolineatura della mancanza di rating costituisce un elemento che, se adeguatamente comunicato e valorizzato, potrebbe, già da solo, almeno secondo parametri di normalità, porre l’investitore sull’avviso e, se non altro, suscitare in lui un fondato dubbio in ordine all’adeguatezza e sicurezza dell’investimento.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 22 febbraio – 3 giugno 2016, n. 11466

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