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Contratto derivato: nullo se l’alea non è equamente ripartita tra i contraentiTribunale di Roma – Sentenza 8 gennaio 2016, n. 212

Con la sentenza in commento, il Tribunale di Roma, nella persona del Giudice Dott. Guido Romano, si è pronunciato sulla liceità della causa del contratto derivato, affermando la nullità del suddetto contratto, sia perché contrastante con una finalità di mera copertura dal rischio di tasso d’interesse, sia perché l’alea non era equamente ripartita tra i contraenti.

Il Tribunale di Roma affronta, preliminarmente, la questione della legittimazione attiva da parte del socio unico di una società a responsabilità limitata, quale terzo interessato, ai sensi dell’art. 1421 c.c., nell’azione di nullità del contratto derivato.

Entrando nel merito della causa, con atto di citazione ritualmente notificato, l’attrice conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Roma, Intesa San Paolo e la S.r.l. per chiedere di:

– accertare e dichiarare la nullità del contratto finanziario di Interest Rate Swap-Gap Floater stipulato tra la S.r.l. ed Intesa San Paolo e, per l’effetto, ordinare alla Banca convenuta di astenersi dal procedere ad ulteriori addebiti sui conti intrattenuti dalla S.r.l. presso la Banca stessa, in esecuzione del predetto contratto, fino alla definizione del giudizio di merito;

– ordinare, altresì, alla Banca convenuta di astenersi da qualsiasi segnalazione periodica alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia ed a ogni altro sistema di informazione creditizia, per le predette operazioni, fino alla definizione del giudizio di merito;

– condannare, infine, la Banca convenuta a risarcire all’attrice il danno provocato, in via diretta e indiretta, dalla scorrettezza della Banca nella negoziazione e nella gestione del rapporto di cui è causa, nell’ammontare che risulterà in corso di causa ed in ogni caso con liquidazione equitativa, ai sensi dell’art. 1226 c.c..

A fondamento della domanda, l’attrice rappresentava che: la sua società era proprietaria dell’intero capitale sociale della S.r.l.; la socia era fideiussore della S.r.l., in relazione alle obbligazioni assunte nei confronti di Intesa Sanpaolo; tra l’agosto ed il settembre 2012, l’attrice apprendeva che l’amministratore unico della S.r.l., aveva sottoscritto una rinunzia ad agire nei confronti della Banca convenuta in relazione al prodotto finanziario collaterale al leasing immobiliare concesso alla predetta società per l’acquisto di un immobile sito in Roma; a seguito di richieste inoltrate dall’attrice, l’amministratore unico evidenziava di essere stato indotto a sottoscrivere la rinunzia per la forte pressione psicologica subita da parte della Banca; successivamente, l’attrice apprendeva che in data 2 agosto 2006 la S.r.l. aveva sottoscritto con la Banca convenuta un documento denominato “Derivati OTC. Tassi d’interesse. Condizioni contrattuali” relativo ad operazioni in strumenti finanziari, negoziati al di fuori dei mercati regolamentati; in data 8 agosto 2006, la Banca inviava alla società ulteriore comunicazione con cui si confermavano le condizioni ed i termini del contratto derivato che si intendeva stipulato tra le parti, secondo quanto disposto telefonicamente in data 4 agosto 2006; il capitale di riferimento del derivato era stato quantificato in € 11.500.462,00 in ammortamento coincidente con il canone a tasso variabile sul quale la convenuta prospettava la copertura offerta dal derivato in oggetto; il contratto avrebbe avuto inizio in data 8 agosto 2006 e termine in data 6 giugno 2021 con pagamento mensile e flussi di competenza distribuiti tra i contraenti secondo quanto ivi indicato; in relazione a tale operazione, l’amministratore unico della S.r.l. e l’attrice rilasciavano personalmente fideiussione omnibus in favore della Banca; il contratto in argomento è nullo per difetto di forma scritta e per mancato rispetto degli obblighi informativi; il contratto è, altresì, nullo per vizio della causa e per immeritevolezza.

Sulla scorta di tali considerazioni, l’attrice concludeva per come sopra evidenziato.

Si costituiva Intesa Sanpaolo la quale, richiesta preliminarmente la chiamata in causa dell’amministratore unico della S.r.l., respinta ogni contraria istanza, deduzione ed eccezione e previa ogni opportuna declaratoria del caso, chiedeva di:

– dichiarare il difetto di legittimazione attiva della società dell’attrice a proporre le domande formalizzate con l’atto di citazione;

– dichiarare inammissibili ovvero rigettare tutte le domande attoree perché infondate sia in fatto che in diritto;

– in ogni caso, in accoglimento della domanda riconvenzionale proposta da Intesa San Paolo, condannare la S.r.l., nonché l’amministratore unico e l’attrice – in solido tra loro – al pagamento, in favore della medesima Banca, dell’importo pari quantomeno ad euro 1.114.982,60, quale sommatoria dei flussi differenziali dovuti alla Banca sino al 6 dicembre 2012, con l’aggiunta degli ulteriori differenziali negativi maturati e maturandi, oltre interessi convenzionali e rivalutazione dalla domanda al saldo.

Si costituiva, altresì, la S.r.l., chiedendo l’integrale accoglimento delle conclusioni formulate dall’attrice.

Rimasto contumace l’amministratore unico (chiamato in causa da Intesa Sanpaolo) ed istruita la causa mediante consulenza tecnica disposta d’ufficio, successivamente, all’udienza del 19 maggio 2015, le parti precisavano le rispettive conclusioni come da relativo verbale, e la causa veniva trattenuta in decisione con concessione alle parti del termine di giorni sessanta per il deposito di comparse conclusionali e di giorni venti per repliche.

Consulta il testo integrale -> Tribunale di Roma – Sentenza 8 gennaio 2016, n. 212

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