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Anatocismo ed azione proposta da associazione dei consumatori: legittimo il provvedimento inibitorio a tutela di interessi collettiviCassazione Civile – Sentenza 24 maggio 2016, n. 10713

In materia di anatocismo ed a seguito di azione proposta da un’associazione dei consumatori a tutela e nell’interesse di questi ultimi, la Suprema Corte di Cassazione, con l’interessante sentenza in commento, ha statuito che il giudice può inibire alla Banca di opporre alla generalità dei propri clienti un rifiuto al riconoscimento del diritto di ottenere la restituzione delle somme indebitamente percepite con la capitalizzazione trimestrale degli interessi.

Una simile statuizione ordina alla Banca di porre termine ad un esistente comportamento illecito e ciò è coerente con le richieste che le associazioni dei consumatori sono legittimate a rivolgere all’organo giudicante, a tutela del loro interesse collettivo alla correttezza, trasparenza ed equità nei rapporti contrattuali concernenti beni e servizi.

Entrando nel merito della questione, con citazione notificata il 18 dicembre 2001, il Codacons convenne in giudizio la Banca e, dichiarando di agire a tutela dei diritti dei consumatori alla qualità dei prodotti e servizi e alla correttezza, trasparenza ed equità nei rapporti contrattuali concernenti beni e servizi, espose che:

– la Corte di Cassazione, a partire dalle sentenze n. 2374, n. 3096 e n. 12507 del 1999, aveva sancito la nullità delle clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dai clienti nelle operazioni bancarie, trattandosi di pratica fondata su un uso negoziale e non normativo e di clausola stipulata anteriormente alla scadenza degli interessi, in violazione dell’art. 1283 c.c.;

– che l’art. 25, comma 3, del D.Lgs. 4 agosto 1999, n. 342, aveva sancito la validità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dai clienti sino all’entrata in vigore della delibera del CICR, adottata il 9 febbraio 2000 ed entrata in vigore il 22 aprile 2000. A tale organismo era stato demandato di stabilire modalità e criteri per la produzione degli interessi sugli interessi nelle operazioni bancarie, purché venisse assicurata ai clienti la stessa periodicità del conteggio di quelli debitori e creditori;

– che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 425/2000, aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale del menzionato art. 25, comma 3;

– che, di conseguenza, i clienti potevano pretendere la restituzione delle somme indebitamente pagate alle Banche sino al 22 aprile 2000, ma la Banca convenuta insisteva nel ritenere legittima la suddetta pratica e negava il diritto dei clienti alla restituzione.

Tanto premesso, il Codacons chiese di inibire alla convenuta la prosecuzione del comportamento illecito; di dichiarare illegittimo il rifiuto di riconoscere ai clienti il diritto alla restituzione delle somme indebitamente percepite, in base alla clausola contrattuale di capitalizzazione trimestrale degli interessi, dall’inizio dei singoli rapporti sino al 22 aprile 2000; di ordinare di procedere al ricalcolo degli interessi debitori, con storno o rimborso delle maggiori somme addebitate a tutti i clienti e/o percepite dalla Banca dall’inizio dei rapporti al 22 aprile 2000, nei limiti della prescrizione decennale, con condanna al risarcimento dei danni punitivi; di ordinare la pubblicazione della sentenza su due quotidiani a diffusione nazionale.

La Banca convenuta si costituì, chiedendo di rigettare le domande e, eventualmente, di ricalcolare gli interessi mediante conversione della capitalizzazione da trimestrale a semestrale, nei limiti della prescrizione.

Il Tribunale di Milano dichiarò illegittimo il comportamento della Banca convenuta e le inibì, a norma dell’art. 3 della Legge 9 ottobre 1998, n. 281, di continuare a rifiutarsi di restituire alla propria clientela le somme indebitamente percepite, dall’inizio di ogni rapporto fino al 22 aprile 2000, in applicazione della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi; dichiarò il difetto di legittimazione del Codacons, in relazione alla domanda di condanna al ricalcolo degli interessi debitori, con storno e/o rimborso delle maggiori somme addebitate o percepite per effetto degli interessi anatocistici, in quanto attinente al concreto e personale diritto al rimborso di ciascun cliente; dichiarò inammissibili le altre domande; ordinò la pubblicazione della sentenza; compensò in parte le spese di lite.

In sede di gravame, la Banca convenuta ha dedotto quanto segue:

a) la statuizione emessa dal primo giudice era incompatibile con i possibili contenuti dell’inibitoria prevista dalla Legge n. 281/98, contenendo un inammissibile ordine di fare;

b) a seguito dell’accertamento giudiziale, effettuato in sede di inibitoria collettiva, le era stato sottratto il diritto di difendersi, in sede giudiziale e stragiudiziale, anche continuando a sostenere la natura normativa e la piena legittimità della pratica della capitalizzazione trimestrale degli interessi;

c) tale pratica era legittima;

d) il rifiuto di restituire le somme era conforme all’equità;

e) fondata era l’eccezione, subordinata, di conversione della capitalizzazione trimestrale in semestrale o annuale;

f) il credito restitutorio era prescritto, tenuto conto del termine quinquennale o, in subordine, decennale, decorrente da ogni singola prestazione.

Il gravame è stato rigettato dalla Corte d’Appello di Milano, con sentenza 12 maggio 2010, che ha ritenuto infondati i suddetti motivi di gravame della Banca osservando che:

a) non sussisteva la dedotta incompatibilità della statuizione, in relazione al contenuto legale dell’inibitoria, trattandosi di un ordine di porre fine ad un comportamento illecito, consistente nell’opporsi alle richieste restitutorie dei clienti fondate sull’illegittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi;

b) con riguardo alla dedotta lesione del diritto di difesa, la sentenza appellata faceva stato solo tra le parti del presente giudizio, cioè tra la Banca convenuta e la collettività dei suoi clienti, a tutela dei quali il Codacons era legittimato ad agire ed aveva agito, non invece nei confronti dei singoli clienti, in relazione alle situazioni specifiche di ciascuno di essi;

c) le clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi nei rapporti bancari erano nulle, perché contrastanti con l’art. 1283 c.c., essendo stato dichiarato incostituzionale l’art. 25, comma 3, D.Lgs. 4 agosto 1999, n. 342, che aveva fatto salva la validità ed efficacia delle clausole anatocistiche stipulate prima del 22 aprile 2000 (data di entrata in vigore della delibera CICR);

d) il comportamento della convenuta era contrario all’equità, una volta affermatosi il principio di diritto secondo cui le clausole anatocistiche contenute nei contratti bancari erano illegittime;

e) non era ammissibile l’invocata conversione della capitalizzazione trimestrale in semestrale o annuale;

f) infondato era l’assunto secondo cui il termine di prescrizione decorreva dai singoli addebiti ai clienti, decorrendo, invece, dalla data della sentenza dichiarativa della nullità del titolo su cui si fondava il diritto alla restituzione.

Avverso questa sentenza la Banca convenuta ha proposto ricorso per cassazione sulla base di undici motivi, cui ha resistito il Codacons con controricorso.

La Suprema Corte ha precisato che la decisione impugnata produce effetto solo tra le parti del giudizio, vale a dire tra la Banca e la collettività dei suoi clienti, quanto all’affermazione del loro diritto ad ottenere una diversa quantificazione degli interessi.

La Corte ha, altresì, puntualizzato che non è pregiudicato il diritto della Banca di difendersi nei successivi ed eventuali giudizi individuali che i singoli clienti potranno promuovere a tutela dei loro interessi individuali.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 24 maggio 2016, n. 10713

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