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Swap: contratto nullo se il cliente non conosce il valore finanziario inizialeTribunale di Milano – Sentenza 12 maggio 2016, n. 6001

Il Tribunale di Milano, nella persona del Giudice Dott. Francesco Matteo Ferrari, è stato chiamato a dirimere una controversia sulla spinosa questione della nullità del contratto di swap.

Il Tribunale di Milano, condannando UniCredit Bank AG (Banca tedesca del gruppo UniCredit) che dovrà restituire tutte le rate (per circa 1 milione e 140.000 euro) dei due derivati stipulati dalla Provincia di Chieti oltre 10 anni fa, ha statuito che sono nulli i contratti derivati nei quali non sono stati dichiarati dalla Banca i costi impliciti applicati.

Entrando nel merito della causa, con atto di citazione ritualmente notificato la Provincia di Chieti conveniva in giudizio UniCredit Bank AG al fine di ottenere che fossero dichiarati nulli o annullati o, comunque, risolti due contratti in derivati stipulati con la Banca convenuta.

L’attrice in particolare esponeva:

– che il 9.0l.2006 stipulava con la Banca convenuta due contratti Collar Swap, aderendo ad una proposta avanzata dalla Banca circa la migliore modalità di copertura dei rischi e dei costi di precedenti emissioni di Buoni Ordinari Provinciali;

– che nella proposta la Banca precisava come fosse opportuno contenere le oscillazione dei flussi finanziari in un collar, ottenuto attraverso la vendita alla Banca di un floor, quale soglia minima di possibile ribasso dei tassi ed acquisto, a pari prezzo, di un cap, quale tetto massimo di rialzo dei tassi;

– che, così facendo, l’Ente avrebbe ottenuto il risultato di contenere il rischio delle oscillazioni dei tassi di interesse, con conseguenti effetti patrimoniali collegati alle sottostanti emissioni di BOP, evitando di dover corrispondere flussi finanziari determinati su innalzamenti dei tassi di interesse in misura eccedente al cap e, al contempo, rinunciando a beneficiare di abbassamenti dei tassi oltre la soglia del floor ceduto;

– che nella proposta, quindi, la Banca precisava come tale operazione sarebbe stata effettuata a costo zero;

– che le parti, stipulando il contratto quadro propedeutico al perfezionamento dei due swap, prevedevano espressamente alla clausola 7 l’impegno per la Banca di rilevare e comunicare alla controparte tutti gli importi, spese e oneri accessori rinvenienti dai contratti in derivati sottoscritti;

– che, pertanto, i due Collar Swap venivano sottoscritti dall’attrice nella convinzione che fossero strutturati in termini di parità (contratti par), secondo quanto imposto dalla normativa vigente in ordine ai contratti in derivati stipulabili dagli Enti Pubblici;

– che, viceversa, come accertato nel 2013 a seguito di una perizia di scomposizione dei due derivati, l’attrice scopriva che, già al momento del perfezionamento dei contratti, entrambi presentavano un Mark to Market negativo a svantaggio dell’Ente, rispettivamente quantificato in euro 244.185,31 ed euro 114.821,60;

– che, in difetto di corresponsione di equivalenti up front, tali MtM negativi implicavano l’introduzione di commissioni e oneri occulti a vantaggio della Banca ed a discapito dell’Ente;

– che alla data di instaurazione del giudizio i due derivati avevano determinato flussi finanziari a carico dell’attrice rispettivamente per euro 656.139,56 ed euro 482.527,62, oltre a presentare MtM negativi per euro 2.331.000,00 ed euro 1.037.000,00;

– che l’introduzione di commissioni occulte violava in primo luogo l’impegno contrattuale di trasparenza previsto dal citato art. 7 del contratto quadro;

– che, inoltre, ciò determinava la violazione degli obblighi informativi, di chiarezza e trasparenza e di best execution imposti dall’art. 21 TUF;

– che i contratti così confezionati erano nulli, in quanto in contrasto con la normativa imperativa dettata in materia di contenimento dell’indebitamento degli Enti Pubblici;

– che la stipula dei contratti in questione era stata preceduta da una non corrispondente al vero dichiarazione autoreferenziale di operatore qualificato, ai sensi dell’art. 31 Reg. Consob n. 11522/98;

– che la Banca non aveva avvertito la controparte del conflitto di interessi in cui veniva ad operare;

– che, in subordine, i contratti erano, comunque, annullabili per vizio del consenso o suscettibili di essere risolti per inadempimento della Banca.

Si costituiva ritualmente in giudizio la Banca convenuta, contestando quanto ex adverso dedotto ed, in particolare, evidenziando come la presenza di commissioni implicite, lungi da essere considerata illegittima, era rispondente alla prassi di mercato e ontologicamente naturale; che i contratti in esame erano pienamente legittimi e che, in via riconvenzionale, la Provincia di Chieti doveva essere condannata a pagare i flussi finanziari maturati successivamente alle prime contestazioni sollevate.

Espletata consulenza tecnica di ufficio di tipo contabile, previa riassegnazione del fascicolo, il Giudice rinviava all’udienza del 16.02.2016 per la precisazione delle conclusioni; adempiuto detto onere processuale, la causa era trattenuta in decisione, previo deposito di comparse conclusionali e di memorie di replica ad opera di entrambe le parti.

Il Tribunale di Milano ha accolto la domanda di nullità degli swap, in quanto la Banca ha nascosto alla Provincia di Chieti i costi impliciti.

Il Giudice ha ricordato che, pur essendo fisiologico che la Banca applichi dei costi, è doveroso che essa li dichiari apertamente al cliente affinché anche su questi si formi l’accordo delle parti.

Tali costi, incidono sulla misura del rischio e costituiscono un elemento essenziale del derivato con l’effetto che, in difetto di consenso negoziale sul punto, l’intero contratto va dichiarato nullo, si sensi dell’art. 1418 c.c..

Consulta il testo integrale -> Tribunale di Milano – Sentenza 12 maggio 2016, n. 6001

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