skip to Main Content
+39 091-6260146 info@creditofinanzanews.it  

Gestione patrimoniale: la banca ha l’obbligo di precisare il rischio di ogni singola linea di gestione del portafoglio clientiCassazione Civile – Sentenza 21 aprile 2016, n. 8089

Con la sentenza in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha affermato alcuni interessanti principi in materia di gestione patrimoniale e responsabilità della banca.

Entrando nel merito della causa, la Corte d’Appello di Bologna, confermando la pronuncia di primo grado, ha respinto le domande proposte dal Gruppo Società Gas Rimini, già SGR Reti, già SGR Servizi, aventi ad oggetto l’annullamento ed il risarcimento dei danni subiti in relazione a tre mandati di gestione patrimoniale, della durata di otto anni, sottoscritti nell’ottobre 1999 e nel settembre 2000, stipulati con Fideuram Investimenti SGR per il tramite di Banca Fideuram.

La società investitrice aveva evidenziato che:

– l’impegno economico complessivamente assunto con i mandati di gestione patrimoniale sottoscritti era pari a 25.000.000 di euro;

– che l’obiettivo d’investimento era quello di raddoppiare alla scadenza il capitale investito senza intaccarlo e con garanzia di pronta liquidità dell’investimento;

– che era stata rappresentata l’assenza di qualsiasi rischio di perdita del capitale originario;

– che dopo una prima fase di positivi rendimenti, le gestioni avevano cominciato ad accumulare ingenti perdite;

– che, conseguentemente i contratti erano annullabili per errore essenziale e riconoscibile e, comunque, le convenute erano responsabili per violazioni degli obblighi informativi.

Fideuram Investimenti doveva rispondere anche per mala gestio in considerazione dell’entità delle perdite e del benchmark di riferimento.

La Corte territoriale, a sostegno della decisione assunta, ha affermato che le domande delle società investitrici si fondano su tre assunti:

– la garanzia di risultato e, conseguentemente, l’assenza di rischio in ordine alla possibile perdita del capitale investito;

– la scorrettezza informativa sulla natura rischiosa dell’investimento per mancata descrizione nei contratti delle “linee di gestione” e del loro “grado di rischio”;

– l’inadeguatezza dell’operazione rispetto all’obiettivo dell’investimento, all’omessa dichiarazione della propria propensione al rischio e al benchmark di riferimento.

Preliminarmente la Corte afferma che deve essere censurato l’intento difensivo delle società di svalutare il contenuto degli atti informativi ricevuti e di quelli negoziali sottoscritti, nonché di rappresentare gli investitori come soggetti privi di capacità di comprensione del rischio.

In ordine ai singoli profili di censura rileva:

  1. Sulla violazione degli obblighi informativi e sull’adeguatezza dell’operazione

L’adeguatezza dell’informazione deve essere correlata al profilo dell’investitore, nella specie, società appartenenti ad un Gruppo di dimensioni così significative da programmare investimenti per 25 milioni di euro, operante a livello ultranazionale ed, ovviamente, dotato di organi di controllo, quali il Collegio sindacale e la società di revisione dei bilanci. Deve, pertanto, escludersi che i mandati siano stati sottoscritti nell’inconsapevolezza della loro reale portata.

L’onere probatorio a carico dell’intermediario, stabilito nell’art. 23 TUF, non deve essere assolto necessariamente attraverso un’informazione verbale ma, al contrario, può anche risultare dai documenti sottoscritti dall’investitore e ricognitivi dell’adempimento degli oneri informativi.

Dall’esame dei predetti documenti emerge che non è stato affatto promesso, in termini di garanzia, non solo il raggiungimento dell’obiettivo d’investimento, ma neanche il mantenimento del capitale investito. L’unico limite contrattualmente posto è quello relativo al patrimonio affidato. La leva finanziaria è stata individuata come corrispondente all’unità con possibilità per la società gestore di contrarre obbligazioni solo entro l’entità del patrimonio affidato, fino al suo esaurimento. Non sussistono altri limiti quantitativi all’investimento del patrimonio affidato in gestione.

Le missive inoltrate in corso di rapporto specificano sempre che le previsioni sull’andamento dei mercati non costituiscono garanzia di rendimento futuro.

  1. Omessa descrizione del grado di rischio per ciascuna linea di gestione prescelta

Le condizioni generali di contratto evidenziavano espressamente che gli investimenti sarebbero stati eseguiti senza alcun limite quantitativo in azioni della S.I.C.A.V. multi compartimentale Interfund (società d’investimento a capitale variabile costituita sotto forma di società per azioni di diritto lussemburghese). I quindici compartimenti di cui si componeva la società erano descritti anche in ordine alla maggiore o minore sensibilità in relazione alla variazione dei tassi d’interesse. Non era previsto alcun limite qualitativo alle società di gestione.

Entro questa flessibilità, pressoché integrale, della società gestore, non ha rilievo la mancata esplicitazione del grado di rischio di ciascuna linea di gestione, cosi come imposto dal Documento Rischi allegato al Regolamento Consob n. 11522/98.

Si sottolinea che il precetto non è contenuto né nel TUF, né nel Regolamento Consob. Ciò comporta che esso vada letto in correlazione con le indicazioni contrattuali che riguardano proprio i limiti entro cui devono essere effettuate le scelte di gestione che l’investitore può contrattualmente porre all’intermediario per orientare la rischiosità del servizio di gestione. Nella specie l’assenza di limiti all’intermediario e la presenza di una gestione assolutamente flessibile all’interno dei quindici comparti contrattualmente descritti evidenzia l’impossibilità di specificare per ciascuna linea di gestione il grado di rischio. Peraltro, la professionalità degli investitori fa presumere che essi fossero, comunque, in grado di comprendere le differenze di rischiosità.

Il parametro oggettivo di riferimento prescelto (cd. benchmark) non è indicativo della bassa propensione al rischio, in quanto tale parametro è posto ai sensi dell’art. 42 del Regolamento Consob n. 11522/98 non come limite indiretto al gestore o come dato informativo sul cliente, ma solo al fine di confrontare la performance di portafoglio rispetto all’andamento del mercato e, conseguentemente, per aiutarlo a comprendere i risultati ottenuti dalla gestione di un certo portafoglio titoli.

  1. Adeguatezza

Rispetto alla censura d’inadeguatezza degli investimenti in correlazione con il rifiuto di fornire informazioni in ordine alla propria propensione al rischio ed al benchmark prescelto (parametro di riferimento), la Corte d’Appello evidenzia che anche in assenza delle informazioni sulla propensione al rischio, l’intermediario deve fondarsi su ogni altra informazione disponibile in ordine ai servizi prestati ed, in particolare, sulle pregresse decisioni d’investimento, sulla capacità patrimoniale e condizioni soggettive dell’investitore. Queste ultime devono essere valorizzate dall’assoluta mancanza di limiti nella gestione in termini di scelta degli strumenti finanziari inseribili nella gestione.

Le società avevano già sottoscritto un mandato con analoghe caratteristiche; avevano ricevuto in corso di rapporto informazioni supplementari e nonostante l’andamento negativo iniziato a decorrere dal secondo trimestre del 2000, avevano implementato il proprio investimento per 4 miliardi di lire. In conclusione, il comportamento complessivamente tenuto dalle società a fronte dell’amplissima informativa periodica è indicativo della valutazione di idoneità degli investimenti eseguiti.

  1. Mala gestio

In ordine alla responsabilità per mala gestio derivante, in particolare, dal fatto che le performances erano state sempre al di sotto del benchmark di riferimento (del 20% circa) la Corte d’Appello ritiene che, per le considerazioni sopra svolte, gli investimenti non potevano essere ritenuti spregiudicati e che l’inversione dell’onere della prova, stabilito nell’art. 23 TUF, non esime di specificare compiutamente la causa petendi della propria domanda, non essendo sufficiente invocare genericamente il compimento di atti di mala gestio. Infine, la valutazione deve essere eseguita ex ante tenendo presente che la durata della gestione doveva essere di otto anni, mentre venne interrotta dopo tre e due anni non consentendo così alcun margine di recupero.

Il solo scarto rispetto al benchmark non consente, pertanto, di ritenere sussistente un’imperizia o negligenza gestoria in mancanza di altri elementi.

Avverso tale pronuncia hanno proposto ricorso per cassazione le società investitrici. Hanno resistito con controricorso le due società Fideuram. La parte ricorrente ha depositato memoria.

Secondo quanto statuito dalla Suprema Corte di Cassazione, nei contratti d’intermediazione finanziaria l’assolvimento degli obblighi informativi posto a carico dell’intermediario non può esaurirsi nell’indicazione contrattuale del massimo rischio contrattualmente previsto, né fondarsi sull’astratta valutazione della possibilità per l’investitore di assumere autonomamente ed aliunde tali informazioni quando non ricorra la qualifica di investitore professionale, avendo, invece, ad oggetto una condotta positiva diretta specificamente a fornire le informazioni idonee a descrivere la natura, la quantità e la qualità dei prodotti finanziari ed a rappresentarne la rischiosità.

Inoltre, nei contratti aventi ad oggetto la gestione di portafogli, gli obblighi di comportamento normativamente previsti a carico dell’intermediario, disciplinati dagli artt. 36-46 Reg. Consob n. 11522/98, prevedono, anche, la preventiva indicazione del grado di rischio di ciascuna linea di gestione patrimoniale, essendo tale prescrizione vincolante prevista nell’Allegato 3, sub C) del Regolamento, dettato al fine d’indicare le modalità di esecuzione dell’obbligo, sancito nell’art. 42 del Regolamento, di fornire all’investitore un parametro oggettivo coerente dei rischi connessi alle singole gestioni.

Per la Suprema Corte, diversamente da quanto ritenuto dalla Corte d’Appello ad avviso dei quali la precisazione del rischio di ogni linea di gestione non è possibile, detto elemento risulta, invece, sempre determinabile per il tramite del cosiddetto benchmark.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 21 aprile 2016, n. 8089

 

Back To Top