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Conto corrente: importante sentenza della Suprema Corte di Cassazione in materia di contezioso bancarioCassazione Civile – Sentenza 26 gennaio 2016, n. 1376

Si tratta dell’ennesima sentenza della Suprema Corte di Cassazione in materia di investimenti rischiosi da parte di ignari risparmiatori e conseguente responsabilità della banca negoziatrice.

La Suprema Corte ha ribadito il principio secondo cui è configurabile la responsabilità della banca che abbia dato corso ad un ordine, ancorché vincolante, ricevuto da un cliente non professionale, concernente un investimento particolarmente rischioso, dal momento che la professionalità del primo, su cui il secondo abbia ragionevolmente fatto affidamento in considerazione dello speciale rapporto contrattuale tra essi intercorrente, gli impone di valutare, comunque, l’adeguatezza di quell’operazione rispetto ai parametri di gestione concordati, con facoltà di recedere dall’incarico, per giusta causa, qualora non ravvisi tale adeguatezza.

Entrando nel merito della causa, con atto di citazione notificato il 19 marzo 2003, l’attore conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Mantova, la Banca Agricola Mantovana S.p.A., chiedendo dichiararsi la nullità o pronunciarsi l’annullamento o la risoluzione del contratto di investimento in bonds argentini, stipulato con l’istituto di credito nel febbraio del 2001 per l’importo di euro 129.174,00, con condanna della convenuta alla restituzione delle somme versate ed al risarcimento dei danni subiti.

All’udienza del 10 giugno 2003, si costituiva in giudizio la Nuova Banca Agricola Mantovana – quale successore a titolo particolare del Monte dei Paschi di Siena che aveva incorporato l’originaria, ed omonima, Banca Agricola Mantovana – producendo la documentazione della quale intendeva avvalersi in giudizio.

Nella successiva udienza del 14 ottobre 2003, la causa veniva dichiarata interrotta e, quindi, riassunta con ricorso del 16 ottobre 2003, sia nei confronti del Monte dei Paschi di Siena, successore a titolo universale della vecchia Banca Agricola Mantovana e cedente il ramo di azienda in questione, che restava contumace, sia nei confronti della nuova Banca Agricola Mantovana S.p.A., che si ricostituiva in giudizio, riportandosi alla comparsa ed alla documentazione prodotte nell’udienza del 10 giugno 2003.

Il Tribunale adito, con sentenza n. 1527/2005, depositata il 1° dicembre 2005, rigettava la domanda, condannando l’attore alle spese di lite.

Avverso tale decisione l’attore proponeva appello, con atto di citazione notificato il 13 marzo 2006. Il gravame veniva, peraltro, rigettato dalla Corte di Appello di Brescia, con sentenza n. 217/2009, depositata il 17 febbraio 2009, con la quale il giudice di seconde cure – confermata la ritualità della costituzione in giudizio della nuova Banca Agricola Mantovana e della produzione documentale dalla medesima effettuata – riteneva, nel merito, di non poter ravvisare nella condotta dell’appellata violazione alcuna degli obblighi sulla medesima incombenti, ai sensi degli artt. 21 del TUF e degli artt. 28 e 29 del Regolamento Consob 1° luglio 1998, n. 11522.

Per la cassazione di tale sentenza, l’attore ha, quindi, proposto ricorso nei confronti della Banca Agricola Mantovana S.p.A. e del Monte dei Paschi di Siena S.p.A., affidato a sei motivi.

Il resistente Monte dei Paschi di Siena S.p.A. ha replicato con controricorso. L’intimata Banca Agricola Mantovana S.p.A. non ha svolto attività difensiva.

Tutto ciò premesso, va rilevato che, nel caso di specie, la banca si è limitata a rendere noto all’investitore che “con riferimento alle informazioni acquisite (….) la presente operazione non appare adeguata e per tale ragione non intende dar seguito all’ordine”.

Si tratta, spiega la Suprema Corte, di avvertenze del tutto generiche, come tali inidonee a concretare l’adempimento dei complessi obblighi gravanti sull’intermediario finanziario.

Tale carenza informativa assume, peraltro, particolare rilievo considerato che:

– si trattava di titoli di una Paese prossimo al default finanziario, e per di più emessi, non dallo Stato, bensì da un ente locale territoriale;

– la propensione al rischio dell’investitore era medio-bassa;

– il cliente investiva nell’operazione la totalità dei propri risparmi.

Per questo motivo la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 26 gennaio 2016, n. 1376

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