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Mutuo ed anatocismo: illegittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi per i contratti bancari stipulati prima del 2000Tribunale di Pavia – Sentenza 21 aprile 2016

Anatocismo: procedimento ex art. 702-bis in materia di ripetizione di interessi anatocistici

Il Tribunale di Pavia, nella persona del Giudice unico Dott. Andrea Pirola, chiamato ad esprimersi su una controversia in materia di clausole del contratto di conto corrente, ha sancito che, in assenza di approvazione per iscritto da parte del correntista, la capitalizzazione degli interessi passivi non si applicherà anche successivamente all’entrata in vigore della delibera CICR 9 febbraio 2000.

Entrando nel merito della causa, la ricorrente ha formulato una domanda di accertamento volta a rideterminare il saldo per effetto della eventuale nullità di specifiche clausole del contratto di conto corrente intrattenuto presso la banca convenuta.

Il Tribunale ha, innanzitutto, effettuato un excursus normativo relativamente all’anatocismo.

Fino all’entrata in vigore della citata delibera CICR, le clausole anatocistiche erano pacificamente nulle.

Dopo tale data e fino al 1° gennaio 2014, invece, erano valide le clausole contrattuali che prevedano la corresponsione di interessi anatocistici, purché esse fossero espressamente pattuite e sottoscritte e la corresponsione degli interessi – attivi e passivi – fosse concordata in modo paritetico.

Deve, quindi, ritenersi che fosse necessaria una specifica approvazione per iscritto di tale clausola, posto che, comunque, una eventuale corresponsione di interessi anatocistici, ancorché stabilita in modo paritetico, sarebbe peggiorativa rispetto al periodo antecedente che prevedeva, stante la nullità della clausola, la completa assenza di interessi anatocistici.

Non rispetta, quindi, il requisito previsto dalla delibera CICR la semplice comunicazione unilaterale della banca, peraltro, nel caso oggetto di causa, neppure provata in giudizio.

Dal 1° gennaio 2014, per effetto dell’entrata in vigore dell’articolo 1, comma 629, della Legge 27 dicembre 2013, n. 147, che ha sostituito il 2° comma dell’art. 120 TUB, è preclusa l’applicazione dell’anatocismo bancario.

Consegue, pertanto, la nullità della clausola n. 7 delle condizioni generali di contratto, sotto il profilo della corresponsione di interessi anatocistici, sia per il periodo ante delibera CICR 9.02.2000, sia per il periodo successivo alla sua entrata in vigore. Di conseguenza, tutte le somme versate dal correntista alla banca a titolo di interessi anatocistici per tutta la durata del contratto di conto corrente sono stati versati dallo stesso senza causa. Per l’effetto gli interessi a debito del correntista devono essere calcolati senza operare alcuna capitalizzazione, come da sentenza della Cassazione, Sez. Un., 2 dicembre 2010, n. 24418.

Il Tribunale di Pavia, inoltre, statuisce che deve essere dichiarata la nullità dell’art. 7 delle condizioni generali del contratto nella parte in cui è previsto l’addebito in conto corrente di interessi in misura superiore a quelli legali. Essi, infatti, erano pattuiti in modo assolutamente generico ed indeterminato, con un generico riferimento agli usi di piazza.

La pattuizione degli stessi deve essere, infatti, specificamente voluta ed approvata da entrambe le parti, secondo un criterio predeterminato e condiviso, ai sensi dell’art. 1284 c.c., norma che stabilisce la nullità delle clausole di rinvio agli usi per la determinazione dei tassi di interessi. I tassi di interessi ultralegali non possono, quindi, essere stabiliti unilateralmente dalla banca.

Secondo il Tribunale di Pavia, inoltre, la mancata contestazione degli estratti conto vale solo come accettazione delle appostazioni contabili e non può valere come accettazione dci criteri in virtù dei quali si determinano le somme iscritte.

Quindi, anche gli importi calcolati per interessi ultralegali devono essere scomputati dal calcolo del saldo finale del conto corrente, in quanto corrisposti senza titolo.

Infine, secondo il Giudice adito, deve essere dichiarata la nullità della clausola contrattuale che prevedeva la commissione di massimo scoperto. Infatti, tale clausola, può ritenersi valida, ma solo ove siano stabiliti in modo chiaro, il tasso applicabile, i criteri di applicazione dello stesso e di calcolo, la periodicità dello stesso e la medesima sia specificamente approvata per iscritto.

Solo in tal modo, in linea con quanto ora previsto dall’art. 117-bis TUB, introdotto dall’articolo 6-bis del Decreto-Legge 6 dicembre 2011, n. 201, il cliente della banca può essere reso consapevole dell’onere aggiuntivo che accetta di assumere (cfr. Tribunale di Reggio Emilia, 23 aprile 2014, n. 650).

Nel caso specifico l’art. 7 delle condizioni generali di contratto prevedeva genericamente la corresponsione di spese non meglio specificate “con valuta con data di regolamento”.

Pertanto non si può neppure ritenere pattuita la commissione di massimo scoperto.

Conseguentemente anche le relative somme pagate risultano corrisposte senza titolo.

In conclusione, il Tribunale di Pavia, accerta e dichiara la nullità delle clausole di cui all’art. 7 delle condizioni generali del contratto oggetto di causa nella parte in cui:

– è prevista la capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici;

– è prevista l’addebito in conto corrente di interessi ultralegali;

– è previsto l’addebito di commissioni di massimo scoperto e di spese.

Consulta il testo integrale -> Tribunale di Pavia – Sentenza 21 aprile 2016