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Obbligazioni Cirio: importante pronuncia della Cassazione in materia di responsabilità della banca in caso di operazioni finanziarie inadeguateCassazione Civile – Sentenza 9 febbraio 2016, n. 2535

L’interessante sentenza in commento, della Suprema Corte di Cassazione, è degna di nota in quanto ha ribadito due importanti principi in materia di responsabilità della banca in caso di operazioni di investimento inadeguate, nella specie obbligazioni Cirio:

– la banca intermediaria, prima di effettuare operazioni di investimento, ha l’obbligo di fornire all’investitore “un’informazione adeguata in concreto” e può dare corso ad un’operazione ad alto rischio solo previo ordine scritto dell’investitore, in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute;

– nel giudizio di risarcimento del danno proposto dall’investitore, è l’intermediario che deve dimostrare di aver agito con diligenza e di aver adempiuto agli obblighi informativi previsti per legge.

Entrando nel merito della causa, con atto di citazione notificato il 2 agosto 2004, gli attori convenivano in giudizio, dinanzi al Tribunale di Milano, Intesa Sanpaolo S.p.A. (già Banco Ambrosiano Veneto S.p.A.) chiedendo di dichiarare la nullità di due contratti di investimento in obbligazioni Cirio, stipulati con il Banco Ambrosiano Veneto in data 18 maggio 2000 e 1° febbraio 2001, con condanna della banca convenuta alla restituzione delle somme versate per l’acquisto di tali titoli, o – in subordine – al risarcimento dei danni subiti, quantificati in euro 320.000,00 (euro 260.000,00 per la prima operazione di investimento ed euro 60.000,00 per la seconda).

Il Tribunale adito, con sentenza n. 8552/2005, depositata il 20 luglio 2005, rigettava la domanda, condannando gli attori alle spese di lite.

Avverso tale decisione gli attori proponevano appello con atto di citazione notificato il 4 settembre 2006.

Il gravame veniva accolto dalla Corte di Appello di Milano, con sentenza n. 1947/2009, depositata il 6 luglio 2009. Con tale pronuncia il giudice di seconde cure – in riforma dell’impugnata sentenza – riteneva di dover ravvisare nella condotta dell’appellata la violazione degli obblighi di informazione sulla medesima incombenti ai sensi dell’art. 21 TUF e degli artt. 28 e 29 del Regolamento Consob n. 11522/98.

La Corte condannava, pertanto, Intesa Sanpaolo S.p.A. a pagare agli attori la minor somma, rispetto all’ammontare complessivo dell’investimento, di euro 260.000,00, oltre agli interessi legali ed alle spese processuali dei due gradi del giudizio.

Per la cassazione della sentenza n. 1947/2009 ha proposto, quindi, ricorso Intesa Sanpaolo S.p.A. nei confronti degli attori, affidato a sei motivi.

I resistenti hanno replicato con controricorso.

Gli scandali che si sono susseguiti nel corso dell’ultimo decennio, hanno accentuato l’attenzione dei giudici sugli obblighi di informazione in capo agli intermediari e sui profili di correttezza dei relativi comportamenti, ai fini della tutela della parte “debole”, che spesso, non avendo competenze specifiche in materia, si “fida” e si “affida” all’intermediario.

La Suprema Corte di Cassazione tiene, quindi, conto di “una presa di coscienza, da parte del legislatore nazionale sulla scorta di sollecitazioni di rango europeo, dell’estrema delicatezza e complessità delle operazioni di investimento che si vanno a compiere da parte di soggetti che, nella  quasi totalità dei casi, sono scarsamente consapevoli dei rischi, spesso assai elevati, che possono incontrare nell’investire i propri risparmi nell’acquisto di titoli non affidabili”.

In quest’ottica deve essere letta questa importante sentenza che fissa, senza ombra di dubbio, i criteri di affidamento dell’investitore verso la banca, ai quali quest’ultima deve sottostare affinché l’operazione finanziaria non venga dichiarata nulla.

Secondo quanto statuito dalla Suprema Corte, quindi, in tema di gestione di patrimonio mobiliare, è configurabile la responsabilità dell’intermediario finanziario che abbia dato corso ad un ordine, ancorché vincolante, ricevuto da un cliente non professionale, concernente un investimento particolarmente rischioso. La professionalità del primo, su cui il secondo abbia ragionevolmente fatto affidamento in considerazione dello speciale rapporto contrattuale tra essi intercorrente, gli impone, invero, di valutare, comunque, l’adeguatezza di quell’operazione rispetto ai parametri di gestione concordati, con facoltà di recedere dall’incarico, per giusta causa, ai sensi degli artt. 1722, comma 1, n. 3 e 1727, comma 1, c.c., qualora non ravvisi tale adeguatezza.

Infine, la dichiarazione del cliente, contenuta nell’ordine di acquisto di un prodotto finanziario non può essere, comunque, qualificata come confessione stragiudiziale. Siffatta dichiarazione è, peraltro, altresì inidonea ad assolvere gli obblighi informativi prescritti dagli artt. 21 del D.Lgs. n. 58 del 1998 e 28 del Reg. Consob n. 11522/98, integrando la stessa un’affermazione del tutto riassuntiva e generica circa l’avvenuta completezza dell’informazione sottoscritta dal cliente.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 9 febbraio 2016, n. 2535

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