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Contratti derivati: carattere speculativo delle operazioni di rinegoziazione e liceità della causaCorte d’Appello di Milano – Sentenza 3 marzo 2016, n. 858

Si tratta dell’ennesima sentenza in materia di contratti derivati. Questa volta è toccato alla Corte d’Appello di Milano che, con la sentenza in commento, ha affrontato diverse questioni di indubbio interesse connesse al contenzioso in contratti derivati.

Entrando nel merito della causa, le società attrici hanno citato, innanzi al Tribunale di Milano, l’Unicredit S.p.A. chiedendo, in via gradata, di dichiarare la nullità, l’annullabilità per errore e dolo, la risoluzione per inadempimento, di tutti i contratti in corso alla data del 6 maggio 2004 e condannare la Banca convenuta alle restituzioni di quanto illegittimamente addebitato sui conti correnti in relazione a detti contratti, oltre al risarcimento del danno.

Le società attrici esponevano che nel 1999 avevano stipulato un leasing del valore di L. 3.000.000.000 e che la Banca convenuta aveva loro consigliato di investire in un derivato, cosi da coprire il rischio della oscillazione dei tassi sulle rate di ammortamento del leasing.

Dopo il primo contratto derivato, si erano succeduti ben altri 13 contratti della stessa natura, ognuno dei quali andava a sostituire il contratto in corso e che, quindi, veniva a cessare prima della scadenza naturale.

Tali decisioni – motivate dalla Banca con la maggiore convenienza – erano in realtà state assunte unilateralmente dalla stessa. I rappresentanti delle società attrici, del tutto inesperti in materia finanziaria, si erano limitati a sottoscrivere i relativi documenti fomiti di volta in volta dalla Banca, che li aveva materialmente riempiti del contenuto, senza ricevere alcuna informazione sul significato, sui rischi e sulle implicazioni delle operazioni.

Il suddetto modus operandi era proseguito fino a che nel 2004, alla proposta di una ennesima sostituzione dei due ultimi contratti derivati in corso, uno dei rappresentanti delle società attrici si era rifiutato di sottoscrivere i relativi ordini. Nonostante ciò, la Banca aveva effettuato ugualmente le operazioni di chiusura anticipata dei contratti derivati in corso e ne aveva aperto uno nuovo, effettuando le relative contabilizzazioni di addebito di € 567.000,00, il tutto in assenza di consenso degli interessati.

La Banca si è difesa sostenendo che:

– l’accordo in merito alle suddette ultime operazioni sarebbe intervenuto telefonicamente, cosi com’era avvenuto per tutti gli altri ordini e com’era prassi con il cliente sin dal 1999, non essendo richiesta formula scritta per questo tipo di contratti, se non per la conclusione dell’iniziale contratto quadro;

– tutti gli ordini erano stati impartiti telefonicamente e poi sottoscritti per conferma;

– i legali rappresentanti delle due società avevano sottoscritto anche il contratto quadro nel quale avevano preso atto della natura e rischiosità degli investimenti in prodotti finanziari derivati, qualificandosi come investitori esperti.

li Tribunale di Milano, con la sentenza impugnata, ha respinto le domande proposte dalle società attrici, ritenendo:

– la congruenza dell’operatività in contratti derivati delle due società con il profilo delle stesse, considerata la situazione economico finanziaria delle società attrici. Al tempo della instaurazione del giudizio, infatti, una di esse presentava una esposizione verso il sistema creditizio per più di quattro miliardi di lire e l’altra, invece, interamente partecipata dalla prima, presentava un forte indebitamento per la stipulazione di un contratto di leasing con la convenuta, relativo ad un immobile, per un ammontare di tre miliardi di lire, il cui canone da corrispondere era legato all’Euribor. In tale quadro economico era stata giustamente prospettata la convenienza di dare vita al rapporto contrattuale mediante strumenti derivati come cautela contro il rischio di rialzo dei tassi;

– l’infondatezza del preteso recesso dai due contratti derivati in corso contro la volontà di uno dei rappresentanti;

– la regolarità del rapporto contrattuale e della dichiarazione di competenza ai sensi dell’art. 31 Reg. Consob n. 11522/98, alla luce dell’avvenuta stipulazione, in forma scritta, del contrano quadro da parte del legale rappresentante delle due società, con dichiarazione resa circa il possesso di una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni e strumenti finanziari, anche derivati e negoziati fuori Borsa, dichiarazione di competenza reiterata in foglio separato con conseguente non necessità di indagini in ordine all’assolvimento di obblighi informativi o di adeguatezza da parte dell’intermediario, che sono esclusi nei rapporti con l’operatore qualificato;

– l’insussistenza di un onere di controllo sulla veridicità della dichiarazione di investitore esperto, sulla base della mera lettera della norma, che richiede solo la dichiarazione del legale rappresentante della società e non anche la verificazione della sua veridicità, svuotandosi altrimenti il significalo dell’art. 31 con conseguente esclusione della responsabilità proprio del sottoscrittore della dichiarazione;

– l’assenza di un difetto di informativa sulla base della clausola n. 4, rubricata “Aleatorietà dei contratti”. con la chiara specificazione della componente di rischio, configurata attraverso l’esclusione della risoluzione per eccessiva onerosità e con la non applicabilità dell’art. 1933 c.c., nonché dalla presa d’atto dell’elevato rischio contenuto nella clausola, che il legale rappresentante aveva pure specificamente approvato per iscritto;

– la mancata prova dei vizi del consenso e del nesso di causalità, con l’ulteriore aggiunta che “la domanda risarcitoria del danno, conseguente all’assunto inadempimento della Banca difetta del nesso di causalità, che riconduce le perdite dei derivati a specifiche violazioni ex adverso nell’esercizio della attività di indeterminazione, dovendosi rinvenire la causa relativa del pregiudizio in modo esclusivo all’imprevisto e inatteso crollo dei tassi di interessi, al quale capovolgimento parte attrice non è riuscita ad opporre un nesso causale diverso”.

Il Tribunale ha, quindi, concluso che la stipulazione dei contratti era “in linea con il dato formale e con il profilo economico delle due società, per il quale gli strumenti derivali si presentavano adeguati. Alla luce della previsione di crescita progressiva e costante del tassi di interessi nel periodo qualificato come atto notorio”.

Avverso tale decisione, le società attrici hanno proposto appello richiamando tutte le domande già svolte in primo grado, e deducendo specificamente in ordine alle seguenti questioni:

– mancata volontà di una delle società attrici di recedere dai contratti derivati in corso e stipularne uno nuovo e l’erroneità della sentenza che non ne aveva dichiarato la risoluzione per inadempimento della Banca convenuta, con effetto anche su tutti gli altri ordini precedenti, stante il collegamento negoziale;

– erronea esclusione della responsabilità della Banca convenuta per plurime violazioni del TUF, tra cui l’obbligo di diligenza di cui all’art. 21 del TUF, anche in materia di remunerazione dell’intermediario;

– erroneo rigetto della domanda di annullamento dei contratti per dolo, errore, presupposizione;

– erronea qualificazione di operatore qualificato delle società attrici e, conseguente, reviviscenza degli obblighi dell’intermediario di informazione specifica dei rischi e segnalazione di inadeguatezza delle operazioni;

– erronea valutazione circa l’insussistenza del nesso causale tra la pretesa risarcitoria e l’inadempimento della Banca.

Si è costituita l’appellata confutando i singoli motivi d’impugnazione e chiedendone il rigetto.

La Corte d’Appello di Milano, pronunciandosi in merito, evidenzia il carattere fisiologicamente speculativo delle operazioni di rinegoziazione, in quanto dirette a ridurre o a differire nel tempo il concreto realizzarsi della perdita provocata dai contratti precedenti.

E ciò anche nel caso in cui l’originario contratto derivato abbia finalità di copertura, posto che con le successive rinegoziazioni, alla iniziale finalità si aggiunge inevitabilmente quella di tentare di ridurre o neutralizzare la perdita accumulata.

Il concludere contatti derivati sempre più speculativi, conclude la Corte adita, non incide sulla liceità della causa, considerando che i derivati sono contratti riconosciuti dall’ordinamento come tipicamente aleatori e l’investitore potrebbe, in alternativa alla rinegoziazione, interrompere il rapporto e saldare il debito.

Consulta il testo integrale -> Corte d’Appello di Milano – Sentenza 3 marzo 2016, n. 858