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Violazione dell’obbligo di opa: risarcimento del danno per gli azionisti di minoranzaCassazione Civile – Sentenza 10 febbraio 2016, n. 2665

Con la sentenza in commento, la Suprema Corte di Cassazione ha sancito un importante principio in materia di violazione dell’obbligo di opa.

La Sezione I della Suprema Corte ha, infatti, sancito che la violazione dell’obbligo, rilevante ai sensi dell’art. 1173 c.c., di opa (offerta pubblica di acquisto) della totalità delle azioni di una società quotata in un mercato regolamentato, fa sorgere, in capo agli azionisti, ai quali l’offerta avrebbe dovuto essere rivolta, il diritto al risarcimento del danno patrimoniale, ai sensi dell’art. 1218 c.c., in quanto le azioni restitutorie non elidono il danno subito dagli azionisti di minoranza con la perdita della possibilità di beneficiare del maggior prezzo di vendita delle loro azioni a causa della mancata promozione dell’offerta

La questione riguardava un famoso gruppo assicurativo, il controllo del quale era stato acquisito di concerto da alcune società, senza aver effettuato l’offerta pubblica di acquisto totalitaria prevista dal TUF.

Gli azionisti di minoranza, pertanto, hanno fatto richiesta di risarcimento danni, per la lesione dei propri diritti, per non aver potuto usufruire del “premio di maggioranza” che sarebbe derivato dall’opa.

Nello specifico, entrando nel merito della causa, con la sentenza impugnata la Corte d’Appello di Milano rigettò le domande di risarcimento dei danni proposte da Almaf S.p.A., ed alcuni soci de La Fondiaria Assicurazioni S.p.A., nei confronti delle società Fondiaria Sai S.p.A., Premafin finanziaria S.p.A., Mediobanca S.p.A., Coiranerzbank Aktiengesellschaft, Interbanca S.p.A. e J.P. Morgan Securities ltd, che avevano concordato un’illecita operazione per l’acquisizione del controllo della società di cui gli attori erano azionisti, senza l’obbligatoria offerta pubblica di acquisto totalitaria.


Ritennero i giudici del merito che la disciplina delle offerte pubbliche di acquisto obbligatorie è strutturata in modo da rendere inefficace l’acquisto di una partecipazione effettuato in violazione di tale obbligo, essendo prevista sia la sterilizzazione del voto, sia la necessaria dismissione della parte di azioni eccedente la quota rilevante di controllo (30%).

Deve, quindi, escludersi l’esistenza di un diritto soggettivo degli altri azionisti a ricevere un’offerta di acquisto delle proprie azioni, la cui lesione sia risarcibile. In ogni caso, aggiunse la Corte d’Appello, l’Isvap, aveva a suo tempo negato la prescritta autorizzazione al progettato acquisto delle azioni della Fondiaria da parte della Sai, rendendo così impossibile l’acquisizione di una quota azionaria superiore alla soglia del 30%, presupposto necessario per il sorgere dell’obbligo di offerta pubblica del quale era stato lamentato l’inadempimento.


Contro la sentenza della Corte d’Appello hanno proposto ricorso per cassazione gli attori, deducendo tre motivi di impugnazione, cui resistono con controricorso Commerzbank Aktiengesellschaft, GE Capital Interbanca S.p.A., J.P. Morgan Securities PLC, Mediobanca S.p.A., Premafin Finanziaria S.p.A. e Fondiaria Sai S.p.A..

La Suprema Corte di Cassazione, nel dirimere la controversia, ha ribadito l’orientamento già espresso in passato, affermando che “dall’obbligo di offerta pubblica deriva ipso iure per gli azionisti di minoranza la possibilità di scegliere se conservare la partecipazione nella società bersaglio, nonostante il cambio della guardia nella governance della società, ovvero se conseguire il vantaggio della vendita ad un prezzo maggiorato per l’inclusione del premio di maggioranza. Dalla violazione dell’obbligo di offerta consegue, pertanto, la perdita della chance di acquisto vantaggioso, rilevando soltanto che, se l’obbligo di offerta pubblica fosse stato adempiuto, i soci di minoranza avrebbero avuto una vantaggiosa occasione di disinvestimento”.

Gli Ermellini hanno, inoltre, evidenziato che “le misure restitutorie non sempre elidono integralmente le conseguenza dannose di un fatto illecito, specialmente nella fattispecie in esame in cui le sanzioni sono previste per disincentivare la violazione dell’obbligo di offerta totalitaria, vanificando gli obiettivi del trasgressore in funzione di tutela dell’interesse generale ad un corretto funzionamento del mercato, ma non hanno alcuna incidenza sulle conseguenze dannose subite dai soci di minoranza”.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 10 febbraio 2016, n. 2665

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