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Derivati e mandato conferito alla banca a trasferire le azioni in seguito all’esercizio di un’opzione putCassazione Civile – Sentenza 19 gennaio 2016, n. 763

La Suprema di Cassazione, con la sentenza in commento, torna a pronunciarsi in materia di strumenti derivati, stabilendo che il mandato conferito ad una banca da un sottoscrittore di un’opzione put ed avente oggetto il trasferimento di azioni depositate presso la stessa in favore del titolare della corrispettiva opzione call, una volta che quest’ultima è stata esercitata, non configura un contratto a favore del terzo, ai sensi dell’art. 1411 c.c., esonerando la banca mandataria dalla responsabilità nei confronti di quest’ultimo.

Entrando nel merito della causa, con citazione del 24 giugno 2002 la S.A. Medial Projects convenne dinanzi al Tribunale di Roma la Banca di Roma S.p.A. chiedendone la condanna al risarcimento del danno pari ad euro 12.442.692,66 deducendo:

– la società Clama S.A., di diritto lussemburghese, in data 24 luglio informò, con lettera sottoscritta per approvazione anche da Medial, la Banca di Roma di aver sottoscritto, in pari data, con detta Medial un’opzione call, esercitabile dal 31 maggio al 31 dicembre 2001, il cui beneficiario economico era Antonio Lefebvre D’Ovidio, ed un’ opzione put a proprio favore per n. 399.360 azioni della Acotel Group S.p.A. e, dalla scadenza del periodo di indisponibilità previsto dai regolamenti di Borsa Italiana per l’opzione call, della restante quota di dette azioni;

– pertanto, la società Clama conferì, nell’interesse della Medial, alla Banca di Roma, mandato irrevocabile – modificabile solo con il consenso scritto della Medial – di trasferimento delle azioni della Clama, ove esercitata l’opzione, prelevandole da quelle depositate presso la banca, se disponibili per il trasferimento, a condizione della presentazione di:

1) quietanza di pagamento sottoscritta dalla Clama;

2) copia, in originale, dell’esercizio dell’opzione call da parte di Medial;

3) ricevimento da quest’ultima del pagamento degli oneri fiscali per il trasferimento delle azioni;

– in data 28 luglio 2000 la Clama aveva attestato alla Medial di aver ricevuto lire 7.584.597.000 da valere, nell’ipotesi di esercizio dell’opzione, su 399.960 azioni; il 31 maggio 2001 la Medial esercitò l’opzione e invitò la banca a depositare le azioni Acotel nel suo dossier aperto presso la Banca Roma International – Luxembourg in Lussemburgo, ma la banca non adempì;

in data 13 giugno 2001 la Clama inviò una lettera alla Medial, alla banca e ad Antonio Lefebvre D’Ovidio comunicando che la firma apposta alla nota del 31 maggio 2001 non era quella del beneficiario economico e dell’amministratore della Medial, e soltanto il 3 luglio 2001 il legale della Medial riuscì a contattare la Banca di Roma e ad inviare la documentazione da cui risultava che, invece, Manfredi Lefebvre d’Ovidio era l’ amministratore di Medial, mentre l’8 agosto 2001 la banca pretese un parere legale della nozione di beneficiario economico secondo il diritto di Madeira – una delle sedi della Medial – ovvero la conferma sottoscritta dall’originario Antonio Lefebvre D’Ovidio che la Medial mandò, ma il mandato fu eseguito soltanto il 4 settembre 2001;

– in data 24 maggio 2001 la Medial aveva trovato l’acquirente delle azioni, con consegna prevista il 1° giugno 2001 all’agente di borsa e all’acquirente non oltre il 10 giugno 2001, ma l’affare, a causa delle predette vicende, non andò a buon fine in tempo utile e le azioni da euro 82.70 del 1° giugno 2001 scesero ad euro 38.78 al 4 settembre 2001, con conseguente danno ammontante nell’importo richiesto, anche in relazione alle restanti azioni di 159.850, da consegnare entro il 9 agosto 2001.

Capitalia S. p.A. – in cui si era fusa la Banca di Roma – eccepì:

– il trasferimento delle azioni a favore di Medial doveva avvenire contro consegna alla Banca di Roma della quietanza di pagamento sottoscritta dalla Clama, della copia sottoscritta in originale dell’opzione della Medial, del pagamento di ogni onere fiscale da parte di Medial a Clama;

– in data 13 giugno 2001 la Clama inviò alla banca la copia della lettera inviata alla Medial e ad Antonio d’Ovidio con cui essa mandante aveva riscontrato che la firma dell’opzione, ricevuta l’8 giugno 2001, non era quella del beneficiario economico e dell’amministratore della Medial e chiese perciò una copia controfirmata da costui che arrivò soltanto l’8 agosto 2001; quindi la Clama autorizzò la banca a trasferire le azioni a Medial, il che avvenne il 20 agosto 2001.

Con sentenza del 10 febbraio 2006 il Tribunale di Roma respinse la domanda perché il mandato conferito anche nell’interesse del terzo era un contratto bilaterale e sinallagmatico e non un mandato irrevocabile a favore di terzo in quanto mancava una clausola o patto d’obbligo per effetto della quale il terzo è titolare del diritto soggettivo all’adempimento e, quindi, costui, mero adiectus solutionis causa, non poteva pretendere l’esecuzione del mandato. Inoltre, per effetto del contratto di mandato, la mandataria era esonerata da ogni responsabilità verso la mandante, purché avesse agito secondo la normale diligenza bancaria e facendo affidamento sulla correttezza della documentazione ricevuta, tra cui il perfezionamento della compravendita delle azioni tra Medial e Clama. Peraltro, non vi era prova che prima dell’8 giugno 2001 l’esercizio del diritto di opzione fosse pervenuto alla Clama e la giustificazione dei poteri, richiesti da Clama, fosse pervenuta prima del 3 luglio 2001. Infine Medial aveva, comunque, accettato le azioni e non provato il danno.

Con sentenza del 30 aprile 2013 la Corte di Appello di Roma ha respinto il gravame sulle seguenti considerazioni:

– l’accordo tra Clama e Banca di Roma stipulato “nell’interesse del terzo” – e non “a favore del terzo” – era disciplinato dall’art. 1723, 2° comma, c.c.;

– la clausola di approvazione del testo del documento da parte della Medial era giustificata dall’interesse a detto accordo, a cui però era rimasta estranea, mentre l’assunzione di Medial dell’onere delle spese del mandato era giustificabile in base ad un separato accordo tra Medial e Clama;

– nessun obbligo della mandataria di consegna dei titoli a Medial era contenuto nell’accordo, essendo detta società soltanto destinataria dell’attività a cui la banca mandataria si era obbligata nei confronti della propria mandante, che, infatti, aveva indicato i documenti necessari per l’esecuzione del contratto e si era impegnata a manlevare la banca da ogni responsabilità ove avesse agito con la normale diligenza bancaria ed avesse fatto affidamento sulla documentazione ricevuta;

– la previsione di un consenso scritto dalla Medial nel caso di modifiche del contratto di mandato era giustificata dall’interesse economico di detta società e sarebbe stata superflua se l’obbligo di esecuzione della Banca di Roma fosse stato estensibile nei confronti della stessa;

– la Clama inoltre il 13 giugno 2001 aveva preteso dalla Medial ulteriore documentazione, avendo riscontrato divergenza tra la firma di chi aveva esercitato il diritto di acquisto delle azioni e la persona “nota come beneficiario economico ed amministratore della Medial” e solo il 18 agosto 2001 la stessa società Clama aveva autorizzato il trasferimento di 399.360 azioni di Acotel Group alla Medial.

Ricorre nel luglio 2013 per cassazione la Medial Projects S.A., cui resiste la Unicredit S.p. A..

La Suprema Corte, confermando quanto statuito dai giudici di merito, rileva che il mandato intercorso tra la società proprietaria delle azioni e la banca mandataria costituisce un contratto stipulato anche nell’interesse del terzo, ai sensi dell’art 1723, 2° comma, c.c. e, quindi, del beneficiario dell’opzione, ma sicuramente non a suo favore. Infatti, l’esistenza dell’interesse del terzo non può modificare la natura giuridica del mandato in contratto nell’esclusivo interesse di costui, allorché gli interessi del mandante e del mandatario siano tutelati dall’esecuzione del mandato, oggetto dei sottostanti obblighi assunti tra le parti, ovvero per esser prevista con il consenso del terzo ed a tutela e rafforzamento del suo interesse, la revocabilità del mandato.

Conseguentemente la Suprema Corte conferma l’estraneità del beneficiario dell’opzione al mandato stipulato dalla controparte con la banca, escludendo, inoltre, la possibilità che lo stesso possa essere legittimato ad intraprendere qualsiasi azione nei confronti della banca.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 19 gennaio 2016, n. 763