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False comunicazioni sociali: la Cassazione ci ripensa affermando che le valutazioni sono escluse dal falso in bilancioCassazione Penale – Sentenza 8 gennaio – 22 febbraio 2016, n. 6916

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, torna a pronunciarsi sulle nuove fattispecie di false comunicazioni sociali, alla luce della formulazione dell’art. 2621 c.c. dopo la modifica apportata dalla Legge 27 maggio 2015, n. 69, prendendo, però, le distanze da quanto recentemente affermato nella pronuncia n. 890/2016 della medesima Sezione Penale della Corte di legittimità di poche settimane fa.

Entrando nel merito della causa, con l’ordinanza impugnata il Tribunale del Riesame di Vicenza aveva respinto il ricorso presentato dalla Banca Popolare dell’Alto Adige, confermando il provvedimento di sequestro preventivo adottato dal Gip di Vicenza in data 24.07.2015 in relazione al reato di f alse comunicazioni sociali.

Avverso la detta ordinanza ricorreva la Banca, affidando la sua impugnativa a due motivi di doglianza.

Il ricorso proposto dall’istituto di credito deduceva violazione ed erronea applicazione degli artt. 2621 c.c. e 3 D.Lgs. n. 231/2001.

Nello specifico, la Banca deduceva che, in seguito alla novella legislativa disposta con la Legge n. 69/2015, sono state introdotte rilevanti modifiche nel tessuto normativo relativo all’art. 2621 c.c., prevedendosi, per quanto qui interessa, il requisito della rilevanza dei fatti materiali e l’omessa considerazione delle valutazioni.

Secondo l’interpretazione prevalente invalsa sia in dottrina che nella recentissima giurisprudenza di questa Corte, infatti, i “fatti materiali” contemplati nella nuova norma, cosi novellata, devono essere interpretati in senso necessariamente restrittivo, escludendo pertanto che nel predetto paradigma possano rientrare anche le valutazioni. La Banca deduceva, pertanto, che, sulla base della nuova normativa, devono essere considerati depenalizzati i falsi estimativi.

Rilevava, inoltre, che erroneamente il giudice impugnato, pur nella consapevolezza della portata delle innovazioni legislative sopra richiamate, aveva ritenuto che nel caso in esame non rilevassero falsi estimativi (ossia falsi realizzati attraverso un illecito utilizzo dei criteri di valutazione delle voci di bilancio), non trattandosi, secondo il Tribunale del Riesame, di una errata stima delle partecipazioni, ma di una situazione fattuale in cui non si erano tenuti in considerazione elementi fattuali noti dai quali si evinceva che l’iscrizione in bilancio del valore delle quote acquistate dalla Carife non corrispondeva al valore reale della partecipazione. Osservava, invece, la parte ricorrente che pacificamente nel caso di specie si trattava di una valutazione quella operata dalla Banca ora incorporata, riguardando l’operazione di iscrizione del valore delle quote di partecipazione acquisite, valore che era stato peraltro correttamente fissato nel prezzo di acquisto delle quote, e cioè al valore di 38 milioni di euro.

La Banca ricorrente rilevava, inoltre, che altrettanto correttamente nel successivo bilancio del 2011 aveva ridotto il valore delle predette quote ad euro 20,5 milioni di euro, iscrivendo coerentemente il valore di 18 milioni di euro quale credito nascente nei confronti della cessionaria delle quote Carife in seguito ad una svalutazione espressamente prevista in una clausola del contratto di cessione delle quote.

Osservava, inoltre, che proprio la circostanza che sia stata iscritta in bilancio la cifra di 17,8 milioni di euro come credito e non già, come rappresentato in tesi dall‘accusa, come mera attività potenziale, conferma la natura valutativa delle predetta iscrizione in bilancio e, dunque, l’insussistenza di una ipotesi criminosa contestabile secondo la nuova veste assunta dall’art. 2621 c.c..

Osservava, ancora, che le medesime considerazioni possono essere ripetute per la successiva iscrizione nel bilancio 2012 del valore ulteriormente ridotto di euro 7,72 milioni di euro relativo alle predette quote sulla base dell’indicazione fornita dall’arbitratore KPMG, per il quale ugualmente l’ipotesi accusatoria evidenzia la mancata iscrizione come mera attività potenziale.

Con il secondo motivo di impugnativa si denunziava, invece, la violazione degli artt. 19 e 53 del D.Lgs. n. 231/2001 in relazione al profilo della determinazione del profitto confiscabile.

A tal proposito, la Banca ricorrente evidenziava l’erroneità della decisione impugnata là dove aveva confuso il concetto di vantaggio con quello di profitto eventualmente confiscabile. Deduceva che affinché vi sia un profitto confiscabile occorre l’esistenza di un incremento patrimoniale in favore dell’ente che peraltro si ponga in rapporto di derivazione causale con il fatto di reato contestato, e cioè nel caso di specie con il reato di false comunicazioni sociali. Osservava, pertanto, che l’individuazione dell’oggetto della confisca nell’utile non distribuito e destinato a riserva per gli anni 2010 e 2011 non rappresentava propriamente un incremento patrimoniale discendente dalla commissione del reato, ma al più un mero vantaggio economico.

Con successiva memoria datata 2.12.2015 il PM procedente ha, altresì, evidenziato e ribadito, allegando un’annotazione della GdF della Compagnia di Vicenza, l’esistenza di un profitto confiscabile.

Nella sentenza in commento, la Suprema Corte ha, dunque, esplicitamente ripreso e dato continuità alle conclusioni raggiunte dalla medesima Quinta Sezione nella sentenza dello scorso 30 luglio 2015, n. 33774.

In tale pronuncia, il giudice di legittimità aveva sostenuto la sopravvenuta irrilevanza, dal punto di vista penale, del “falso estimativo”, in virtù:

– di un’interpretazione letterale rigorosa;

– della valorizzazione del principio ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit;

– dell’esigenza di tutela del principio di tassatività;

– dell’intenzione abrogatrice riscontrabile nella mancata riproduzione del menzionato inciso “ancorché oggetto di valutazione” da parte della Legge n. 69/2015;

– della valorizzazione della permanenza di detto inciso nell’art. 2638 c.c..

La Suprema Corte è, quindi, tornata sui suoi passi rispetto alla pronuncia n. 890/2016, mutando nuovamente il proprio orientamento in relazione all’interpretazione di importanti norme penali quali quelle volte a sanzionare le false comunicazioni sociali.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Penale – Sentenza 8 gennaio – 22 febbraio 2016, n. 6916