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Intermediazione finanziaria ed obbligazioni Parmalat: risarcito l’investitore non qualificato per inadeguatezza delle operazioniCassazione Civile – Sentenza 31 agosto 2015, n. 17333

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, è tornata sulla ormai vergognosa questione degli investimenti in obbligazioni Parmalat effettuati da ignari investitori, privi di qualunque conoscenza sui meccanismi di funzionamento dei mercati finanziari.

La Cassazione, ricollegandosi a quanto già statuito nei primi due gradi di giudizio, ha evidenziato la maggior tutela da riconoscersi all’investitore non qualificato ed, in presenza di inadeguatezza delle operazioni, ha confermato il diritto al risarcimento da parte dell’investitore medesimo.

Entrando nel merito della causa, l’attore ha convenuto in giudizio Banca Unicredit deducendo di aver stipulato un contratto per la negoziazione, sottoscrizione, collocamento e raccolta di ordini concernenti valori mobiliari, nonché di essere titolare di un conto deposito titoli.

Nell’anzidetto conto deposito titoli, in virtù del contratto di negoziazione e raccolta ordini, erano in essere obbligazioni Parmalat Finance Corporation TV 16/472005 per complessivi € 4.916.000 acquistati in tre tranches nel 2001 e 2002.

A causa del crack Parmalat, il capitale investito era andato perduto per responsabilità della banca, la quale aveva contravvenuto a norme contrattuali, legislative e regolamentari ed aveva violato i doveri funzionali e professionali su di essa incombenti. Veniva, quindi, richiesto il risarcimento del danno pari al costo d’acquisto delle obbligazioni predette, oltre ad interessi e rivalutazione monetaria.

Si costituiva Unicredit chiedendo il rigetto della domanda.

Il Tribunale di Catanzaro dichiarava la nullità degli ordini di acquisto e condannava la convenuta al pagamento del costo di acquisto delle obbligazioni Parmalat, oltre agli interessi legali.

La Corte d’Appello, su impugnazione Unicredit, affermava:

– in tema d’intermediazione finanziaria la violazione dei doveri d’informazione del cliente e di corretta esecuzione delle operazioni che la legge pone a carico dei soggetti autorizzati alla prestazione dei servizi d’investimento finanziario può dar luogo a responsabilità precontrattuale o contrattuale, ma non determina alcuna nullità contrattuale, né del contratto quadro, né dei singoli atti attuativi di esso;

– le violazioni lamentate devono, dunque, essere ricondotte nell’ambito dell’inadempimento contrattuale;

– le violazioni denunciate hanno ad oggetto norme che rientrano nella fase esecutiva del contratto quadro;

– il vincolo legale della forma scritta, ai sensi dell’art. 23 TUF, riguarda soltanto il contratto quadro e non anche i singoli ordini d’investimento;

– il requisito formale sopraindicato è previsto soltanto nell’ipotesi di operazione non adeguata, come stabilito nell’art. 29 del Reg. Consob n. 11522/98, ma senza sanzione. Il successivo art. 30 rimette all’autonomia privata le modalità attraverso le quali l’investitore può impartire ordini ed istruzioni;

– la violazione di norme regolamentari e contrattuali deve essere accertata solo al f ne di verificare la fondatezza della domanda risarcitoria;

– l’onere della prova è quello stabilito al sesto comma dell‘art. 23 TUF “spetta ai soggetti abilitati l’onere della prova di aver agito con la specifica diligenza richiesta”;

– le operazioni sono state eseguite in un mercato non regolamentato (Euro TLX);

– non è stata impugnata la parte della sentenza di primo grado che ha accertato la natura di “operatore non qualificato” dell’attore. Esso, peraltro, non rivestiva in concreto tale qualità in mancanza della dichiarazione autoreferenziale richiesta dall’art. 31 del Reg. Consob n. 11522/98;

– da tale premessa consegue l’applicazione di un regime di protezione più intenso, ed, in particolare, l’obbligo di segnalazione dell’eventuale conflitto d’interessi; una disciplina puntuale degli obblighi informativi degli intermediari, in particolare, in ordine alla verifica e valutazione dell’adeguatezza dell’operazione;

– l’investitore doveva essere informato in ordine al fatto che le operazioni si erano svolte su mercato non regolamentato, in violazione dell’art. 2 del contratto quadro, che richiedeva, in tali ipotesi, un ordine preventivo apposito del cliente, impartito per iscritto. In particolare, la previsione negoziale imponeva la forma scritta per le operazioni di negoziazione al di fuori dei mercati regolamentati di valori quotati nei mercati regolamentati, così da richiederla a maggior ragione per investimenti che non riguardavano valori quotati nei mercati regolamentati;

– l’ordine di acquisto non autorizzava l’investimento in mercati non regolamentati;

– le indicazioni contenute nelle conferme dell’ordine di acquisto erano inidonee, in quanto sostanzialmente in codice (SSOTLX), oltre che non provata la ricezione;

– non risultava, in conclusione che l’attore fosse stato posto in condizione di comprendere che le operazioni si svolgessero in un mercato non regolamentato. La banca cui incombeva l’onere di fornirne la prova non ha assolto a tale onere;

– peraltro l’art. 44 del Reg. Consob prevede, comunque, la specifica preventiva autorizzazione scritta per l’ acquisto di strumenti finanziari non negoziati in mercati regolamentati in misura non superiore al 25% del controvalore del patrimonio gestito ed al 10% del controvalore del patrimonio medesimo per ogni operazione. Dall’esame dei movimenti del libretto di deposito è agevole riscontrare il superamento di tali limiti nelle operazioni d’investimento in contestazione;

– l’art. 1 del contratto quadro richiedeva, peraltro, apposita richiesta scritta per tali peculiari operazioni, di cui non si è fornita prova;

– non poteva ritenersi non necessario il prospetto informativo, risultato mancante, in quanto si trattava di negoziazioni sul mercato secondario. La possibilità di vendere titoli del proprio portafoglio da parte della banca intermediaria presuppone la richiesta del singolo cliente che manifesti espressamente l’intenzione d’investire su tali titoli finanziari. Nella specie la mancata conoscenza da parte dell’investitore della natura dei titoli implica la totale mancanza del requisito;

– le operazioni d’investimento in questione non potevano essere ricondotte a mera esecuzione degli ordini dell’investitore, dal momento che la banca è tenuta ad una valutazione di essi sulla base della adeguatezza dell’operazione ed a fornire le informazioni sulle specifiche caratteristiche, anche quando l’investitore si sia rifiutato di fornire informazioni sulla sua situazione patrimoniale o finanziaria e sugli obiettivi d’’investimento e propensione al rischio;

– il giudizio d’inadeguatezza è stato svolto sulla base dell’entità e natura degli investimenti (obbligazioni estere), la tipologia di mercato (non regolamentato) i rischi dell’operazione, cosi come indicati nella scheda di prodotto, peraltro non conosciuta dall’investitore, il profilo di rischio e la rilevata percentuale tra il patrimonio in titoli e l’investimento in obbligazioni Parmalat. La scheda prodotto evidenziava che il rating era BBB, ovvero di categoria immediatamente precedente quelle speculative, ovvero operazioni rischiose. Si trattava di obbligazioni estere solo garantite da Parmalat. Su tali cruciali aspetti l’informazione è mancata;

– trova applicazione, dunque, l’art. 29 del Reg. Consob n. 1522/98, secondo il quale gli intermediari autorizzati devono astenersi dall’effettuare operazioni non adeguate e devono informare l’investitore delle ragioni per le quali l’operazione non è adeguata. Nel caso in cui l’investitore insista, devono avere uno specifico ordine scritto o telefonico trascritto, in cui sia fatto riferimento alle circostanze concrete. Il rifiuto dell’investitore di fornire informazioni non elimina tali obblighi;

– l’inadeguatezza non è contraddetta dal profilo dell’investitore, non essendo stato dimostrata dalla banca una propensione al rischio, attesa la consistenza nel tempo del patrimonio mobiliare dell’attore;

– dalla scheda prodotto si evince la complessità dello strumento, che può favorire l’esecuzione di operazioni non adeguate, e l’obbligo di specifica informazione, mancato nella specie,

– peraltro, il difetto d’informazione ha riguardato anche la mancata segnalazione del conflitto d’interessi, essendo l’Unicredit tra le banche che hanno curato il collocamento dei titoli in questione;

– in conclusione, non è stato provato che gli investimenti in obbligazioni Parmalat siano stati ordinati dall’investitore con la consapevolezza della natura e del tipo d’investimento, ragione per cui la banca non ha agito con la diligenza e trasparenza richiesta dalla legge, ai sensi dell’art . 21 TUF;

– infine, non sussiste il concorso di responsabilità, ai sensi dell’art. 1227 c.c., in quanto non può imporsi a carico del creditore un’attività gravosa e straordinaria, né per escludere la propria responsabilità la banca può opporre la notoria solidità della Parmalat e l’imprevedibilità del default al tempo degli investimenti.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione Unicredit.

La Suprema Corte, in sintesi, ha evidenziato come, in assenza di adeguata informazione fornita all’investitore dalla banca, sorga una responsabilità contrattuale, con risarcimento che “non può essere limitato al mero interesse negativo da responsabilità precontrattuale, ma ha ad oggetto la effettiva perdita patrimoniale subita a causa dell’investimento”.

Inoltre, la mera “mancata condivisione da parte dell’investitore dei suggerimenti” forniti dalla banca, non integra “l’esposizione volontaria ad un rischio, o, comunque, la consapevolezza di porsi in una situazione da cui consegua la probabilità che si produca a proprio danno un evento pregiudizievole” o almeno “l’inosservanza delle comuni regole di prudenza”, impedendo di guisa ogni riduzione del danno da risarcire.

Conseguentemente, il Supremo Collegio ha respinto il ricorso con applicazione del principio di soccombenza in ordine alle spese e negando qualsiasi riduzione del danno da risarcire ad opera della banca.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 31 agosto 2015, n. 17333

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