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Obbligazioni Argentina: inadeguatezza dell'operazione e rifiuto di fornire informazioni da parte dell’investitoreCorte d’Appello di Venezia – Sentenza 26 ottobre 2015, n. 2490

Contratti stipulati fuori sede – Diritto di recesso – Ius poenitendi – Mancanza – Nullità

Torna sul banco degli imputati un investimento in obbligazioni Argentina. Nel caso di specie, a pronunciarsi è stata la Corte d’Appello di Venezia, che ha focalizzato la sua attenzione sul diritto di recesso nel caso di contratti stipulati fuori sede.

Entrando nel merito della causa, con atto di citazione notificato in data 9.05.2007, l’attrice conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Padova, la Banca deducendo che essa, attraverso una sua promotrice finanziaria, in tre diverse occasioni, presso la propria abitazione, proponeva, a titolo di investimento, l’acquisto di obbligazioni Argentina.

A seguito del default dello Stato argentino, l’attrice impugnava gli acquisti ritenendo violate le seguenti disposizioni in materia di intermediazione finanziaria:

– artt. 21 del TUF e  art. 26, comma 1, lett. e) del Regolamento Consob n. 11522/98;

– art. 21 TUF e art. 27 del Regolamento Consob n. 11522/98, in relazione al conflitto di interessi;

– art. 21 TUF e art. 28 del Regolamento Consob n. 11522/98, comma 1, lett. a) e b), nonché art. 21, comma 1, lett. b) TUF per la mancata assunzione di informazioni sull’esperienza dell’investitore in materia dì strumenti finanziari, sulla sua situazione finanziaria, sugli obiettivi di investimento e sulla propensione al rischio, nonché per la genericità del documento sui rischi generali;

– art. 21 TUIF e art. 28, comma 2, del Regolamento Consob n. 11522/98, per non avere la Banca fornito adeguate informazioni sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione, la conoscenza delle quali era necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento;

– art. 21 TUF e art . 29 del Regolamento Consob n. 11522/98 e art. 26, comma 1, lett. f), attesa la inadeguatezza delle operazioni e la violazione del dovere di best execution;

– artt. 95 e 96 del Regolamento Consob n. 11522/98;

– art. 21 TUF, in relazione ai doveri di diligenza, trasparenza e correttezza.

L’attrice concludeva, dunque, chiedendo la dichiarazione di nullità degli ordini di investimento e le relative restituzioni, l’annullamento degli stessi, ovvero il risarcimento del danno subito in conseguenza della violazione dei doveri facenti capo alla Banca quale intermediario finanziario.

Si costituiva in giudizio la Banca convenuta rappresentando la validità, sia del contratto quadro, che dei singoli ordini che ne costituivano esecuzione. Descriveva, inoltre, la figura di investitore dell’attrice per qualità e quantità degli strumenti negoziati, l’operatività pregressa e deduceva, infine, l’avvenuto adempimento dei doveri di informazione correttezza e buona fede che gravano sull’intermediario finanziario.

All’esito del giudizio, il Tribunale pronunciava la sentenza n. 1012 del 1° aprile 2009, con  cui rigettava la domanda, ritenendo insussistenti le violazioni di carattere formale da cui discende la nullità. Giudicava insussistenti anche le violazioni di forma negli ordini impartiti dalla cliente alla Banca e parimenti inesistente il conflitto d’interessi, essendo i titoli negoziati presenti solo nel paniere rappresentativo della Banca e non inseriti nel patrimonio. Reputava, infine, che l’attrice era munita di adeguata esperienza e propensione al rischio, e così in definitiva respingeva tutte le domande proposte dall’attrice.

Con atto di citazione d’appello notificato il 13.11.2009, l’attrice impugnava la citata pronuncia, deducendo i motivi di gravame di seguito sinteticamente esposti:

– errata applicazione della sentenza della Corte di Cassazione n. 26725/2007 sulla nullità per difetto di forma;

– violazione dell’art. 29, comma 1, Reg. n. 11522/98 e violazione del diritto di recesso della cliente, che il Tribunale ha omesso di valutare in merito al profilo della nullità;

– violazione dell’art. 21 TUF e dell’art. 27 del Reg. Consob n. 11522/98 in relazione al conflitto di interessi;

– errata qualificazione dell’appellante come “operatore professionale”.

La Banca appellata ha resistito a tutte le censure.

La Corte d’Appello di Venezia si focalizza sull’analisi della natura dell’art. 56-quarter del Decreto-Legge 21 giugno 2013, n. 69.

Secondo quanto statuito, l’art. 56-quater citato, non è una norma di interpretazione autentica, così che non ha l’effetto di sanare l’eventuale nullità dei contratti di investimento relativi ad operazioni di negoziazione di titoli per conto proprio, se privi dello ius poenitendi dell’investitore, stipulati prima del 1° settembre 2013. Non è, inoltre, sufficiente che l’avviso sia contenuto nel contratto quadro, dovendo essere espresso nei singoli contratti.

La Corte d’Appello, dunque, riforma la sentenza del Tribunale di Padova, che aveva rigettato la domanda attorea, ritenendo applicabile, nel caso di specie, l’art. 30 TUF nella versione antecedente rispetto alle modifiche apportate dal citato D.L. n. 69/2013, che sanziona (comma 7) “l’omessa indicazione della facoltà di recesso” all’interno dei moduli o formulari consegnati all’investitore ai sensi del comma 6 con la “nullità dei relativi contratti, che può essere fatta valere solo dal cliente”.

Tale conseguenza è doverosa nel caso in esame, dato che gli ordini di acquisto delle obbligazioni Argentina oggetto di causa erano privi del citato avviso riguardante la facoltà di recesso.

Consulta il testo integrale -> Corte d’Appello di Venezia – Sentenza 26 ottobre 2015, n. 2490

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