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Caso Fonsai: secondo la Cassazione il danno da mancata opa è risarcibile “ove gli azionisti di minoranza dimostrino di aver perso una possibilità di guadagno”Cassazione Civile – Sentenza 13 ottobre 2015, n. 20560

La Prima Sezione Civile della Suprema Corte di Cassazione, con l’interessante sentenza in commento, si è pronunciata sul caso Fonsai statuendo che il danno da mancata opa, nel corso di una scalata che porti al controllo della società, è risarcibile “ove gli azionisti di minoranza dimostrino di aver perso una possibilità di guadagno” che non è detto coincida con il prezzo di vendita se l’offerta fosse arrivata, “dovendosi considerare anche gli eventi successivi incidenti sul valore di borsa delle azioni rimaste in portafoglio”.

A questi principi dovrà, quindi, conformarsi la nuova Sezione dell’Appello di Milano cui la controversia è destinata a tornare.

Si chiude così, almeno per il momento, l’annosa controversia della scalata Sai alla Fondiaria Assicurazioni, operazione terminata nel settembre del 2002 con la fusione e la contestuale nascita di Fonsai.

Con atto di citazione notificato il 19.12.2003, Promofinan Servizi Fiduciari S.r.l., quale fiduciaria di taluni azionisti di minoranza di Fondiaria Assicurazioni S.p.A., nonché gli altri azionisti di minoranza, convenivano in giudizio, dinanzi al Tribunale di Milano, la Fondiaria-Sai S.p.A. (Fonsai), la Premafin Finanziaria Holding di Partecipazioni S.p.A. e la Mediobanca – Banca di Credito Fondiario S.p.A..

Gli attori chiedevano la condanna delle società convenute, in solido, al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della violazione del disposto dell’art. 106 del TUF, non avendo le medesime adempiuto l’obbligo di promuovere l’offerta pubblica di acquisto prevista dalla norma citata, pur avendo, congiuntamente, superato la soglia del 30% del capitale di Fondiaria fin dal 18.02.2002.

Con sentenza n. 10987/2006, depositata il 10.10.2006, il Tribunale di Milano, in accoglimento della domanda, condannava le convenute al risarcimento dei danni subiti dagli attori, quantificati in misura di € 2,558 per ogni azione di Fondiaria da essi detenute, oltre agli interessi legali ed alle spese processuali.

Fonsai, Premafin e Mediobanca ricorsero in appello, che venne accolto dalla Corte di Appello di Milano, con sentenza n. 712/2012, depositata il 27.02.2012.

Con tale pronuncia, la Corte territoriale riteneva, anzitutto, che, ad onta della previsione, da parte dell’art. 106 del TUF di un vero e proprio obbligo giuridico di lanciare l’offerta pubblica di acquisto in capo al soggetto che si trovi a detenere un pacchetto azionario superiore al 30%, la funzione di tale strumento sia, nondimeno, solo quella di tutelare il corretto funzionamento del mercato, impedendo al socio “scalatore” di “ mettere in minoranza” gli altri soci, costringendoli a conservare una partecipazione resa più difficilmente commerciabile, in quanto “priva di ogni concreta appetibilità sul mercato perché rappresentativa di una porzione del capitale di una società ormai soggetta al dominio dello scalatore”.

La Corte territoriale reputava, inoltre, che l’apparato sanzionatorio prefigurato dall’art. 110, e dai successivi artt. 173 e 192, del TUF, ed, in special modo, la sterilizzazione del diritto di voto connesso all’intera partecipazione detenuta dallo scalatore e l’obbligo, imposto a quest’ultimo, di alienare la partecipazione eccedente nel termine di dodici mesi, sia comunque tale da soddisfare pienamente anche l’interesse dell’azionista di minoranza.

La Corte riteneva, infine, che i ricorrenti avessero fornito un contributo causale determinante alla realizzazione della fusione tra Sai e Fondiaria, dalla quale sarebbe derivato, a suo parere, il controllo di Fondaria in capo alle società appellanti, e che, pertanto, essendo il pregiudizio in questione imputabile anche agli stessi azionisti di minoranza, nessun danno risarcibile sarebbe stato, di conseguenza, da riconoscersi ai medesimi, ai sensi dell’art. 1227 c.c..

Gli attori hanno proposto ricorso in cassazione.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 13 ottobre 2015, n. 20560

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