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Fallimento: istituzione di nuovi crediti privilegiati Cassazione Civile – Sentenza 24 giugno 2015, n. 13090

 La I Sezione Civile della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, si è pronunciata in materia di istituzione di nuovi crediti privilegiati, soffermandosi sulla garanzia ipotecaria.

La vicenda trae spunto dall’iscrizione di ipoteca volontaria effettuata da un istituto di credito, a garanzia di un finanziamento concesso, sui beni di una società poi fallita.

Tale società, successivamente ammessa alla procedura di concordato preventivo, procedeva alla cessione di ramo d’azienda nei confronti di una seconda società, la quale acquisiva i beni gravati da ipoteca, accollandosi il finanziamento erogato alla cedente.

L’istituto di credito prontamente comunicava al liquidatore che i beni sarebbero stati liberati solo a seguito di integrale pagamento del finanziamento concesso.

Al verificarsi del fallimento della società cedente, l’istituto di credito si insinuava al passivo “in via chirografaria sul presupposto che i beni gravati da ipoteca non fossero nella disponibilità del fallimento”.

Durante la procedura concorsuale, però, venne risolto il contratto di cessione di ramo d’azienda, e, dunque, i beni gravati da privilegio entrarono a far parte della massa fallimentare.

Ciò posto, l’istituto di credito chiese, con domanda di insinuazione tardiva, previa modifica dello stato passivo, di essere ammessa al passivo per l’importo di euro 424.223,91 in via privilegiata ipotecaria, oltre interessi maturandi dal 20.12.1994 alla vendita dei beni gravati dal vincolo reale, nonché per l’importo di 450.055,73 in via chirografaria, in luogo della somma di euro 702.094,79 originariamente ammessa al passivo del fallimento.

Con sentenza del 22 luglio 2008, il Tribunale di La Spezia ha respinto la domanda, ritenendo che la prelazione ipotecaria non potesse essere riconosciuta in considerazione della realizzazione della fattispecie estintiva dell’ipoteca ai sensi degli artt. 2847 e 2878, n. 2, c.c., stante la decorrenza del termine ventennale a far data dalla iscrizione ipotecaria senza che l’istituto di credito avesse provveduto alla rinnovazione dell’ipoteca medesima, mentre ha, invece, disatteso l’ulteriore eccezione della curatela relativa alla inammissibilità della domanda di ammissione tardiva dell’istituto di credito diretta a far valere il rango di privilegio ipotecario di un credito già definitivamente ammesso in via chirografaria. Secondo il Tribunale, infatti, in presenza di successiva apprensione del bene nell’attivo fallimentare (a seguito di sentenza di risoluzione contrattuale e retrocessione dei beni), non opera l’effetto del giudicato endofallimentare proprio del decreto di esecutività dello stato passivo in ragione del fatto nuovo e sopravvenuto, non prevedibile da parte dell’istituto di credito.

La decisione del Tribunale di La Spezia veniva impugnata dall’istituto di credito dinnanzi alla Corte d’Appello di Genova, la quale, con sentenza del 21 marzo 2012, in accoglimento dell’appello principale dell’istituto di credito, ha riformato la sentenza di primo grado, ritenendo che, nell’ambito della procedura fallimentare, non si possa realizzare la fattispecie estintiva dell’ipoteca ai sensi degli artt. 2847 e 2878 n. 2 c.c., impedita dalla domanda di ammissione al passivo, qualora alla data della domanda, permanendo l’efficacia dell’iscrizione per tutto il corso della procedura, fino alla fase del riparto dell’attivo compresa, il termine non sia decorso.

La Corte di Appello, con la medesima sentenza, ha, peraltro, accolto l’appello incidentale proposto dal fallimento, dichiarando l’inammissibilità della domanda di ammissione tardiva dell’istituto di credito diretta a far valere il rango di privilegio ipotecario di un credito già definitivamente ammesso in via chirografaria. L’istituto di credito, secondo la Corte di merito, avrebbe potuto insinuare tempestivamente il proprio credito in privilegio ipotecario anche nel passivo del fallimento della società accollata perché “sia l’accollante che l’accollato, se il debito originario era garantito da ipoteca, restano debitori ipotecari”, mentre la nuova insinuazione era impedita dal giudicato sul rango chirografario.

Contro la sentenza di appello l’istituto di credito ha proposto ricorso per cassazione.

Secondo quanto sentenziato dalla Suprema Corte di Cassazione “erroneamente, dunque, la Corte di merito ha affermato che la ricorrente avrebbe potuto insinuare tempestivamente il credito in via ipotecaria, considerato che, prima della pronuncia della risoluzione della vendita, il bene gravato da ipoteca non era più nella disponibilità della società venditrice, rimasta si debitrice anche dopo l’accollo non liberatorio, ma in via chirografaria, essendo ormai il credito garantito da ipoteca iscritta su bene (divenuto, per effetto della vendita) altrui”.

Per i giudici della Suprema Corte, il vuoto normativo può essere colmato applicando in via analogica la disciplina prevista dall’art. 15 della Legge n. 426/1975, per effetto della quale i nuovi privilegi attribuiti dalla legge “assistono anche i crediti sorti anteriormente alla sua entrata in vigore, a prescindere dal tempo in cui siano stati azionati in sede concorsuale, e, quindi, anche i crediti prima chirografari, e come tali ammessi al passivo fallimentare”.

Nella cornice della procedura fallimentare ciò determina “che i privilegi medesimi possono essere esercitati, pure dopo l’approvazione dello stato passivo e fino a quando il riparto non sia divenuto definitivo, anche con le forme dell’insinuazione tardiva”, come avvenuto nel caso in esame in cui l’applicazione analogica è giustificata dal venir meno del trasferimento tra le parti con effetto “retroattivo” a seguito di risoluzione della vendita, comportando l’acquisizione del bene immobile alla massa attiva del fallimento.

Pertanto la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata, rinviando ad un nuovo esame che applichi i principi espressi in sentenza.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 24 giugno 2015, n. 13090