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Fondi di previdenza integrativa: natura giuridica dei contributiCassazione Civile – Sentenza 12 marzo 2015, n. 4949

Periodo precedente la riforma introdotta dal D.Lgs. n. 124/1993 – Versamenti effettuati dal datore di lavoro ai fondi di previdenza complementare – Natura previdenziale – Sussiste

Le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, si sono pronunciate sulla natura giuridica dei contributi versati ai fondi di previdenza integrativa, escludendone il carattere retributivo, quindi anche la computabilità ai fini della determinazione della base di calcolo per il trattamento di fine rapporto.

Annosa questione, già in passato affrontata, sempre dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione e ora nuovamente e forse, definitivamente, risolta con la decisione in commento.

Secondo la Suprema Corte, i versamenti effettuati dal datore di lavoro ai fondi di previdenza complementare hanno, a prescindere dalla natura del soggetto destinatario della contribuzione e, pertanto, sia nel caso in cui il fondo abbia una personalità giuridica autonoma, sia in quello in cui esso consista in una gestione separata nell’ambito dello stesso soggetto datore di lavoro, natura previdenziale e non retributiva e non sussistono pertanto i presupposti per l’inserimento dei suddetti versamenti nella base di calcolo delle indennità collegate alla cessazione del rapporto di lavoro.

La somma contemplata dal Tfr

Si legge nella sentenza che devono essere individuate le voci che vanno a confluire nel Tfr e queste ultime devono avere natura esclusivamente retributiva. Quest’ultima, sulla base di quanto disposto dagli articoli 2120 e 2121 del codice civile, nella sua originaria formulazione comprendeva le provvigioni, i premi di produzione, le partecipazioni agli utili o ai prodotti e ogni altro compenso di carattere continuativo con esclusione di quanto versato a titolo di rimborso spese. La nozione di retribuzione, pertanto, è caratterizzata dal requisito indefettibile, costituito dall’esistenza di un effettivo passaggio di ricchezza dal datore al lavoratore.

Analizzando ora la fattispecie concreta è evidente come il Fondo a cui aveva aderito il dipendente, il Fip (fondo previdenza integrativo per i dipendenti di un noto istituto bancario laziale), venisse alimentato mediante il versamento periodico di contributi effettuato sia dai lavoratori che dalla banca. Si trattava in particolare di un fondo chiuso riservato cioè ai soli dipendenti a “prestazione definita”, tale cioè da assicurare ai beneficiari una prestazione prestabilita, indipendentemente dai risultati della gestione finanziaria dello stesso e a capitalizzazione collettiva, per cui non poteva ravvisarsi alcun collegamento diretto fra i contributi versati nell’interesse collettivo e mutualistico di tutti i dipendenti iscritti e il singolo lavoratore. La disciplina del Fondo prevedeva che nel caso di risoluzione del rapporto di lavoro senza il raggiungimento delle condizioni previste per la maturazione del diritto alla pensione integrativa, al lavoratore doveva essere restituito l’ammontare dei contributi da lui versati e, quindi, a suo carico e non quello concernente le somme versate dal datore di lavoro.

La riforma Amato

La materia, poi, è completamente cambiata a seguito della cosiddetta riforma Amato (D.Lgs. n. 124/1993). La disciplina introdotta dalla nuova legge è ispirata al sistema della capitalizzazione individuale, caratterizzato cioè dall’accumulo dei versamenti in conto individuale e nominativo e al regime della contribuzione definita, nella quale cioè la contribuzione determina la misura della futura prestazione. In base alla nuova disciplina non è prevista più la costituzione di un unico fondo alimentato da contributi di tutti i lavoratori, ma l’accumulo dei versamenti in conti individuali nominativi, con conseguente commisurazione della futura prestazione pensionistica all’entità della contribuzione versata da ciascun lavoratore integrata dai frutti maturati per effetto degli investimenti del capitale operati dal fondo.

Conclusioni

Visto come nel caso concreto si discutesse sul criterio di imputazione dei contributi volontari prima della riforma, la Cassazione ha accolto la tesi dell’istituto bancario e ha cassato la precedente sentenza impugnata.

Consulta il testo integrale -> Cassazione Civile – Sentenza 12 marzo 2015, n. 4949