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Ultime Gazzette consultate:

G.U. Serie Generale 24 febbraio 2015

G.U. Unione Europea 25 febbraio 2015

Tutti i documenti citati sono disponibili integralmente su ARIANNA – Normativa creditizia e finanziaria. Per informazioni:

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Argomenti trattati:

Perdite sulle operazioni in futures: la banca ha il dovere di informare per iscritto l’impiegato-cliente

Cassazione Civile – Sentenza 19 febbraio 2015 n. 3341

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, si è espressa sulla delicata questione dell’informazione in materia di intermediazione finanziaria, statuendo un importante principio secondo il quale la banca ha il dovere di informare il cliente per iscritto quando le perdite sulle operazioni in futures superano il 50% delle somme detenute presso l’istituto. Inoltre, deve stoppare l’investitore quando vede che le operazioni sono anomale per tipologia, dimensione, frequenza e situazione finanziaria.

Tale dovere, continua la Cassazione, non viene meno quando l’investitore è un impiegato della stessa banca che non può, solo in virtù del ruolo ricoperto, essere considerato un operatore qualificato.

La vicenda esaminata dai supremi giudici trae spunto dagli investimenti a rischio sui futures Mib 30, fatti da un dipendente autorizzato ad operare anche sui conti correnti del fratello e del padre. A fare ricorso era stata proprio l’intera famiglia, quando la banca aveva revocato loro l’apertura di credito e la convenzione d’assegno, chiedendo di coprire immediatamente il debito che si era creato a causa delle “forsennate” operazioni dell’investitore-dipendente.

La vicenda era, dunque, finita nelle aule giudiziarie.

Il primo grado di giudizio si era chiuso a favore della banca. La Corte d’Appello aveva però ribaltato il verdetto.

I giudici di secondo grado avevano, infatti, respinto al mittente le giustificazioni della banca, che dalla sua aveva una ctu che, basandosi sul saldo all’inizio delle operazioni controverse e quello finale, dimostrava che le operazioni compiute non potevano essere considerate anomale.

Secondo la banca, inoltre, non sussisteva l’obbligo di informativa sull’inadeguatezza delle operazioni in derivati verso un dipendente che era, in quanto tale, operatore qualificato. L’impiegato era stato anche licenziato, con sentenza passata in giudicato, proprio per aver cercato di nascondere gli illeciti relativi ai futures attraverso operazioni inesistenti. Infine la banca negava che il cliente-dipendente, avrebbe desistito dagli investimenti anche se fosse stato informato.

La Cassazione però non condivide la tesi della banca.

I giudici della Prima Sezione Civile ricordano innanzitutto che gli intermediari hanno il dovere di informare per iscritto appena la perdita, effettiva o potenziale, dell’investimento in derivati supera la soglia del 50% delle “provviste” finanziarie. Un obbligo che non può ritenersi adempiuto attraverso la comunicazione periodica dell’esito delle operazioni. Gli intermediari si devono, inoltre, astenere dal consigliare o effettuare: operazioni con frequenza non necessaria, di dimensioni eccessive e non adeguate per tipologia ed oggetto.

Il compito anzi è quello di monitorare le operazioni del cliente e allertarlo quando riceve disposizioni non adeguate, informandolo delle ragioni per le quali le “mosse” che vuole compiere non sono opportune. Regole che, nel caso esaminato, non sono state seguite. Un semplice impiegato non poteva, infatti, avere una specifica competenza borsistica, né capitali sufficienti da reggere alla prolungata crisi dei mercati.

Assegno bancario non trasferibile: responsabilità della banca per il pagamento a persona diversa dal reale beneficiario

Tribunale di Mantova – Sentenza 13 gennaio 2015

Il Tribunale di Mantova, con la sentenza in commento, si è pronunciato in materia di assegno bancario non trasferibile, soffermandosi sulla responsabilità della banca per il pagamento a persona diversa dal reale beneficiario.

La vicenda inizia nel lontano 24 gennaio 2005, quando l’appellante aveva chiesto a Banca Popolare di Novara S.p.A. l’emissione dell’assegno bancario non trasferibile n. 8231941444-12 dell’importo di € 3.000,00 intestato al beneficiario ed inviato al medesimo a mezzo del servizio postale.

Tale assegno era stato negoziato da Banca Agricola Mantovana S.p.A. (poi incorporata nella Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A.) da un soggetto diverso dal legittimo beneficiario del titolo e conseguentemente addebitato sul conto corrente intestato all’appellante.

Con denuncia presentata il 14 gennaio 2006, il beneficiario aveva disconosciuto la firma apposta sul fronte e sul retro del titolo, affermando l’avvenuto incasso fraudolento dell’assegno ad opera di un terzo. La banca trattaria si era però rifiutata di rimborsare l’importo relativo all’assegno. Di conseguenza si è arrivati nelle aule giudiziarie.

Il Giudice di Pace di Mantova, chiamato in causa, aveva respinto le richieste dell’attrice. La sentenza emanata era però errata in diritto e gli elementi istruttori acquisiti non erano stati correttamente valutati atteso che la banca convenuta, tenuto anche conto di tutte le circostanze del caso concreto, non aveva provveduto ad usare la necessaria diligenza nell’identificare il presentatore del titolo il quale si era limitato a esibire la carta di identità, il tesserino del codice fiscale e una busta paga, documenti che, già ad un sommario esame, presentavano evidenti anomalie. Inoltre, il giudice di prime cure non aveva correttamente applicato la disposizione di cui all’art. 43 del R.D. n. 1736/1933 che configura come contrattuale la responsabilità in questione, con ogni conseguenza in ordine all’onere della prova non assolto dall’istituto di credito. La banca trattaria, infatti, non aveva tenuto conto di quanto stabilito dalla circolare ABI del 7 maggio 2001 che, in materia di pagamento di assegno non trasferibile, disponeva, in particolare, che il presentatore, non correntista, venisse identificato attraverso l’esame di due distinti documenti di identità, entrambi muniti di fotografia, oppure tramite il ricorso a soggetti fidefacienti conosciuti dalla banca.

Ciò premesso, il Tribunale di Mantova, nella persona del Giudice Mauro Bernardi, ha sentenziato che l’istituto di credito non può fondatamente dedurre che l’inadempimento sia stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa ad esso non imputabile.

Non è, infine, ravvisabile un concorso colposo in capo al soggetto che ha utilizzato il servizio di posta ordinaria per trasmettere l’assegno bancario al destinatario, poi trafugato da terzi, posto che tale comportamento non ha alcun rilievo causale con riferimento all’evento produttivo del danno verificatosi e consistito nel pagamento a soggetto estraneo al rapporto cartolare.

Mutuo a tasso variabile con ammortamento alla francese: effetti dell’estinzione anticipata sugli interessi dovuti

Giudice di Pace di Santa Maria Capua Vetere – Sentenza 20 gennaio 2015, n. 79

Mutuo – Tasso variabile – Piano di ammortamento alla francese – Estinzione anticipata – Pagamento di interessi in misura maggiore rispetto alla pattuizione

Il Giudice di Pace di Santa Maria Capua Vetere, Dott.ssa Iolanda Mondo, con la sentenza in commento, si è pronunciata in materia di mutuo a tasso variabile con piano di ammortamento alla francese.

Il caso verte sull’applicazione, da parte della banca, del c.d. piano di ammortamento alla francese, con l’applicazione di un tasso effettivo diverso e superiore rispetto a quello convenuto nel contratto di mutuo, con un’operazione da considerarsi illegittima ai sensi degli artt. 1283 e 1284 c.c..

Il piano di ammortamento alla francese è certamente il più diffuso e praticato dagli istituti di credito. Esso prevede che il mutuatario provveda a versare periodicamente all’istituto mutuante delle rate costanti nel loro importo, ma non nella loro composizione. Nell’ammortamento alla francese, infatti, ad essere uguale non è la quota capitale, ma la rata. Da ciò discende che con le prime rate si versano una maggiore quota di interessi e minore di capitale. Con il passare del tempo, la quota di interessi decresce e si incrementa invece quella di capitale.

Un piano di ammortamento siffatto, può essere non conveniente nel caso in cui si voglia procedere ad una estinzione anticipata del mutuo, in quanto con le prime rate saranno stati versati soltanto gli interessi, mentre in capitale sarà, per la maggior parte, ancora da restituire. Sarà, dunque, precluso un tipico vantaggio dell’estinzione anticipata di un mutuo: evitare il pagamento di interessi non maturati.

In sintesi, qualora venga stipulato un mutuo a tasso variabile con piano di ammortamento alla francese, può accadere che, in caso di estinzione anticipata del mutuo, il mutuatario si trovi a pagare una somma maggiore rispetto a quella che avrebbe pagato se la rata fosse stata rideterminata ad ogni variazione di tasso non solo nella quota di interessi ma anche in quella capitale.

Il giudice ritiene, pertanto, che nel caso di specie non sono state rispettate le condizioni contrattuali, risultando violata la clausola sulla pattuizione del tasso di interesse variabile.

Erronea segnalazione alla Centrale dei rischi e Codice della privacy

Tribunale di Asti – Sentenza 2 febbraio 2015

Segnalazione in centrale rischi dell’imprenditore – Lesione della sfera patrimoniale con ripercussioni sull’attività di impresa – Applicazione della normativa sulla privacy – Esclusione

Il Tribunale di Asti, con la sentenza in commento, si è pronunciato in merito all’ennesima erronea segnalazione alla Centrale dei rischi effettuata da una banca ed agli eventuali suoi riflessi in materia di privacy.

Relativamente al primo aspetto, il Tribunale di Asti, in persona del giudice Dott. Pasquale Perfetti, ha ritenuto illegittima la segnalazione alla Centrale dei rischi, in quanto la banca non ha correttamente valutato, ai sensi delle Istruzioni della Banca d’Italia, la situazione finanziaria complessiva in cui versava l’impresa, ed in particolare la necessaria condizione di insolvenza, o equiparabile, al momento della segnalazione.

In tal senso, il Tribunale evidenzia come non risultassero, a carico della segnalata, i tipici segni esteriori, come pluralità di protesti, pendenza di procedure esecutive, molteplicità di posizioni debitorie insolute, che accompagnano l’insolvenza medesima (Cassazione, sentenza n. 15609/2014). Al contrario, invece, la stessa, al momento della segnalazione, risultava adempiente alle tempistiche dei pagamenti che erano state concordate con la banca.

Relativamente al secondo aspetto, la questione relativa alla indebita segnalazione alla Centrale dei rischi non rientra nella previsione di cui all’articolo 152 del Codice della privacy, norma che tutela la sfera di riservatezza del soggetto coinvolto in un eventuale trattamento dei dati, quando siano in realtà oggetto di controversia interessi giuridici del tutto differenti, attinenti alla sfera patrimoniale dell’imprenditore lesa da un atto che si assume illegittimo, quale la segnalazione presso la Centrale dei rischi, tale da comportare significative ripercussioni nell’attività di impresa.

Conto corrente: l’invio degli estratti conto non sana la nullità del contratto

Corte d’Appello di Napoli – Sentenza 19 dicembre 2014

La Corte d’Appello di Napoli, con l’interessante sentenza in commento, si è pronunciata in materia di nullità di un contratto di conto corrente. Nullità non sanabile attraverso il successivo invio degli estratti conto.

La vicenda

Una società si era rivolta al Tribunale chiedendo di far dichiarare nullo, per difetto di forma scritta, il contratto di conto corrente stipulato con la sua banca, ed anche per ottenere la rideterminazione del saldo eliminando la capitalizzazione trimestrale, le spese e le commissioni di massimo scoperto.

Il Tribunale aveva accolto la domanda.

La banca aveva prodotto in giudizio il documento che doveva dimostrare l’esistenza del contratto, dove era apposta una sigla, praticamente indecifrabile, riferibile all’istituto di credito.

Il Tribunale, però, non ha ritenuto ammissibile, come elemento di prova, il documento presentato dalla banca, ritenendo inverosimile che quella sottoscrizione potesse essere riconducibile al legale rappresentante della banca e potesse, quindi, valere come manifestazione di volontà negoziale, visto che era apposta in uno spazio riservato per uso interno alla banca.

La banca, allora, ha impugnato la sentenza del giudice di primo grado ricorrendo in appello. Anche la Corte d’Appello ha però respinto la sua tesi.

I giudici di secondo grado hanno, infatti, ribadito che il contratto di conto corrente bancario richiede la “forma scritta a pena di nullità”. Da ciò discende che la sottoscrizione del modulo contrattuale deve avvenire ad opera di un funzionario chiaramente identificabile e con il potere di impegnare la banca.

Nel caso di specie, invece, la Corte d’Appello, ha rilevato che nella parte del modulo che riportava, a stampa, la denominazione completa della banca, non era stata apposta alcuna sottoscrizione, mentre la sigla che, secondo l’istituto di credito, doveva valere come propria adesione al contratto, era stata apposta da tutt’altra parte.

Invio degli estratti conto

I giudici di secondo grado si sono soffermati anche sulla tesi, sostenuta dalla banca, che il contratto si poteva dire comunque perfezionato con atti successivi, cioè con l’invio di estratti conti periodici, regolarmente sottoscritti da funzionario legittimato.

La banca ha citato a sostegno di questa tesi la sentenza della Cassazione n. 4564/ 2012, ma i giudici della Corte d’Appello hanno osservato che in quella decisione il riferimento al valore degli estratti conto si doveva considerare del tutto incidentale.

La Corte d’Appello ha, quindi, stabilito che la volontà di concludere il contratto da parte della banca non si può desumere dall’invio degli estratti conto periodici, perché sono atti giuridici unilaterali a contenuto partecipativo, privi di valenza negoziale, e presuppongono l’esistenza del contratto.

Gli estratti conto insomma “non manifestano la volontà della banca di concludere un contratto, ma del contratto rappresentano attuazione e esteriorizzano”.

Covip: chiarimenti in materia di operazioni di prestito titoli da parte di un fondo pensione

Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione – Nota gennaio 2015

La Covip, con la nota in commento, rispondendo ad un quesito posto da un fondo pensione, ha fornito alcuni chiarimenti in materia di operazioni di prestito titoli effettuate direttamente dal fondo pensione medesimo. Nello specifico il fondo ha chiesto se lo svolgimento di tale attività possa comportare la violazione delle disposizioni dell’art. 3 del D.M. del Ministero del Tesoro n. 703/96, ovvero il divieto di effettuare vendite allo scoperto.

Nel rispondere al quesito, la Covip ha richiamato le disposizioni normative in materia.

L’art. 3, comma 2, lett. a) del D.M. n. 703/96 consentiva ai fondi pensione di “effettuare operazioni di pronti contro termine che prevedano l’acquisto a pronti e la rivendita a termine ovvero la vendita a pronti ed il riacquisto a termine di strumenti finanziari ed il prestito titoli”.

Tale possibilità è stata confermata dall’art. 4, comma 2, lett. a) del D.M. del Ministero dell’Economia e delle Finanze n. 166/2014, ai sensi del quale i fondi possono “effettuare operazioni di pronti contro termine ed il prestito titoli, ai fini di una gestione efficiente del portafoglio”. Il D.M. n. 166/2014 ha, inoltre, stabilito che le suddette operazioni possono essere realizzate all’interno di un sistema standardizzato, organizzato da un organismo riconosciuto di compensazione e garanzia ovvero concluse con controparti di primaria affidabilità, solidità e reputazione e sottoposte alla vigilanza di un’autorità pubblica.

La Covip ha, dunque, ritenuto ammissibile l’operatività di prestito titoli per un fondo pensione, a condizione che, nel suo espletamento, si tengano in debita considerazione i seguenti elementi:

– la presenza di un “collaterale”, cioè di una garanzia costituita da titoli facilmente liquidabili o contante, in misura adeguata rispetto ai rischi dell’operazione e comunque non inferiore al valore di mercato dei titoli oggetto del prestito;

– il deposito di detto collaterale presso l’agente, con vincolo di segregazione o almeno di indisponibilità, il cui valore venga continuativamente monitorato al fine di verificarne tempo per tempo la congruità rispetto alle consistenze pattuite;

– la possibilità di richiamare in ogni momento i titoli oggetto di prestito o di risolvere il contratto, elemento necessario per escludere interferenze con l’attività del soggetto incaricato della gestione delle risorse del fondo;

– nel caso (o per la parte) in cui la garanzia sia costituita in contanti, particolare attenzione a che le scelte relative alle modalità di reinvestimento di detta liquidità presentino carattere prudenziale, al fine di contenere i relativi rischi, dovendosi escludere per tale strada la ricerca di extra rendimenti.

In relazione alla seconda questione rappresentata, riguardante la possibile violazione del divieto di vendita allo scoperto in caso di operazioni effettuate su titoli oggetto del prestito, la Covip precisa che detto divieto è confermato nell’art. 4, comma 6, del citato D.M. n. 166/2014, ai sensi del quale “Non sono ammesse vendite allo scoperto né operazioni in derivati equivalenti a vendite allo scoperto”. Il tema però è stato già affrontato da altre Autorità e rimanendo in linea con detti pronunciamenti, la Covip ritiene che non si possa qualificare come vendita allo scoperto quella relativa a titoli sui quali l’investitore ha la facoltà, sulla base di apposite disposizioni contrattuali, di richiamare gli strumenti finanziari precedentemente dati a prestito entro la data di regolamento della vendita medesima.

Antitrust: per il 2015 il contributo rimane invariato

Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – Provvedimento n. 25293 del 28 gennaio 2015 – Modalità di contribuzione agli oneri di funzionamento per l’anno 2015

L’Antitrust, con la delibera in commento, ha confermato, per il 2015, la misura del contributo annuale dovutogli, entro il 31 luglio 2015, pari allo 0,06 per mille del fatturato risultante dall’ultimo bilancio approvato, fino a un importo massimo di 300 mila euro.

Il contributo è dovuto dalle società di capitale con ricavi totali superiori a 50 milioni di euro.

In merito, l’Antitrust ricorda che il comma 7-ter, dell’art. 10 della legge n. 287/90, stabilisce che all’onere derivante dal suo funzionamento si provvede mediante un contributo di importo pari allo 0,08 per mille del fatturato risultante dall’ultimo bilancio approvato dalle società di capitale, con ricavi totali superiori a 50 milioni di euro e che la soglia massima di contribuzione a carico di ciascuna impresa non può essere superiore a cento volte la misura minima.

Tuttavia, viene ricordato che con delibera n. 24352 del 9 maggio 2013 è stato rideterminato al ribasso la misura del contributo per l’anno 2014 a carico delle società di capitale al fine di limitare, quanto più possibile, gli oneri a carico degli operatori economici, fissando il contributo nella misura dello 0,06 per mille del fatturato, dalle società di capitale con ricavi totali superiori a 50 milioni di euro. La medesima riduzione risulta, pertanto, confermata anche per il 2015.

Consob: contributo di vigilanza 2015

Consob – Delibera n. 19086 del 23 dicembre 2014 – Determinazione, ai sensi dell’art. 40 della legge n. 724/1994, dei soggetti tenuti alla contribuzione per l’esercizio 2015

Consob – Delibera n. 19087 del 23 dicembre 2014 – Determinazione della misura della contribuzione dovuta, ai sensi dell’art. 40 della legge n. 724/1994, per l’esercizio 2015

Consob – Delibera n. 19088 del 23 dicembre 2014 – Modalità e termini di versamento della contribuzione dovuta, ai sensi dell’art. 40 della legge n. 724/1994, per l’esercizio 2015

Pubblicate in Gazzetta Ufficiale le tre delibere della Consob in commento che individuano i soggetti obbligati al versamento del contributo di vigilanza dovuto per il 2015, definendone altresì le modalità di calcolo e i termini di versamento.

L’articolo 40, comma 3, della legge 23 dicembre 1994, n. 724 prevede che la Consob determini annualmente l’ammontare della contribuzione dovuta dai soggetti sottoposti alla sua vigilanza.

Il regime contributivo 2015 prevede un unico contributo annuale per ciascuna categoria di soggetto vigilato, il cui ammontare varia in funzione delle regole specificamente previste.

Lo stesso discorso vale per i termini di versamento del contributo (28 febbraio; 15 aprile e 30 settembre 2015), variabili in funzione della categoria di riferimento.

Una volta cessato il contratto di assicurazione sulla vita, il pagamento dell’assicuratore al fallito è inefficace ai sensi dell’articolo 44 L.F.

Cassazione Civile – Sentenza 6 febbraio 2015, n. 2256

Assicurazione sulla vita – Diritto dei creditori – Fallimento – Distinzione tra somme dovute e somme corrisposte – Pagamento al fallito da parte dell’assicuratore – Inefficacia ex articolo 44 L.F.

 In tema di coordinamento tra l’articolo 1923, comma 1, c.c. (“Le somme dovute dall’assicuratore al contraente o al beneficiario non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare”), e gli articoli 46, n. 5, L.F., e 514 c.p.c., va detto che l’articolo 1923 citato si riferisce alle somme “dovute” e non già anche a quelle “corrisposte”, con la conseguenza che, una volta venuto meno il contratto di assicurazione sulla vita, viene a cessare ogni funzione previdenziale. Pertanto, nel caso in cui l’assicuratrice abbia versato al fallito, dopo la dichiarazione di fallimento, gli importi dovuti a titolo di riscatto in relazione al contratto di assicurazione sulla vita stipulata dal fallito in bonis, il pagamento così effettuato rientra nella sanzione di inefficacia di cui all’articolo 44, comma 2, L.F..

Intermediazione finanziaria e nullità di protezione

Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – Sentenza 3 dicembre 2014

Intermediazione finanziaria – Acquisto di obbligazioni argentine – Nullità di protezione – Insussistenza

Intermediazione finanziaria – Acquisto di obbligazioni argentine – Violazione delle norme imperative e nullità del contratto – Illegittimità precontrattuali – Norme applicabili – Insussistenza

Applicando analogicamente, nella materia regolata dal diritto finanziario, l’art. 36 comma 3, codice consumo, che stabilisce, con riferimento alla nullità di protezione, che essa è un rimedio che opera solo a vantaggio del consumatore, legittimato ad eccepirla, si riconosce al giudice il potere di rilevarla d’ufficio, ravvisabile, come sostenuto autorevolmente in dottrina, non nella natura disponibile dell’interesse protetto ma nell’esigenza di predisporre una tutela adeguata, in modo immediato, al contraente debole e, in modo mediato, ad un interesse generale rappresentato dal regolare funzionamento del mercato, evitando che la parte “forte”, dopo aver determinato il vizio generatore della nullità, possa sciogliersi dal vincolo negoziale non più gradito.

L’individuazione del regime giuridico applicabile alla violazione delle norme che regolano le condotte delle parti che precedono la stipula del contratto deve avvenire tramite un’interpretazione che origini dalla necessaria ricognizione di tutte le norme dell’ordinamento giuridico che disciplinano il tema e da un’analisi ermeneutica delle singole disposizioni che sia governata oltre che da criteri di natura formale anche da criteri sostanziali diretti alla individuazione, sotto il profilo teleologico, degli interessi perseguiti dal legislatore e, sotto il profilo assiologico, della rilevanza degli stessi interessi nell’ambito dell’ordinamento giuridico, in modo tale da poter delineare lo spettro applicativo del divieto e fissare un criterio diretto a verificare se la violazione della norma ha limitato i propri effetti alla relazione precontrattuale o se invece ha inciso sulla determinazione del regolamento d’interessi negoziale.

Secondo la disposizione dettata dall’art. 1418, comma 1, c.c., quindi, la violazione delle norme di natura imperativa che regolano la fase precontrattuale determina la nullità del contratto se ha inciso sull’equilibrio degli interessi negoziali salvo che la legge, locuzione da intendersi in senso ampio con un significato idoneo a comprendere il complesso di norme dell’ordinamento giuridico, interpretate anche analogicamente, preveda una diversa misura che deve essere individuata anche secondo criteri di ragionevolezza e adeguatezza rispetto agli interessi protetti.

Il concordato preventivo della società non comporta l’estinzione della garanzia ipotecaria prestata dal socio illimitatamente responsabile a favore dei creditori

Cassazione Civile – Sentenza 16 febbraio 2015, n. 3022

Concordato preventivo – Esclusione dei rapporti contrattuali stipulati dai creditori con i terzi – Esclusione delle garanzie anche a carattere reale

Concordato preventivo – Effetto esdebitatorio – Estinzione dell’obbligazione principale – Estinzione delle garanzie personali anche a carattere reale – Estinzione della garanzia prestata dal terzo datore di ipoteca

Società – Socio illimitatamente responsabile – Posizione di terzo rispetto alla società – Esclusione – Concordato preventivo – Estinzione della garanzia reale prestata per debiti della società – Esclusione

La ratio alla base dell’articolo 184, comma 1, ultima parte, L.F. (così come anche quella dell’articolo 135, comma 2, L.F.) è quella per cui i rapporti contrattuali stipulati dai creditori della società con soggetti terzi estranei alla società stessa che comportano obbligazioni a carico di questi ultimi restano al di fuori del concordato e dei suoi effetti, con la precisazione che tale ratio ricomprende necessariamente non solo i rapporti obbligatori a carattere personale, ma anche quelli a carattere reale, quali quelli derivanti dalla concessione di ipoteca pegno e, in alcuni casi, di privilegio.

Come i rapporti obbligatori a carattere personale si estinguono per effetto del pagamento del debito garantito, allo stesso modo l’effetto esdebitatorio del concordato preventivo sul debito principale comporterà l’estinzione delle garanzie personali prestate da terzi, ivi compresa quella del terzo datore di ipoteca.

Il socio illimitatamente responsabile di società di persone è obbligato con la società nei confronti dei creditori e, come tale, non può considerarsi terzo rispetto ad essa, ma debitore per il solo fatto di essere socio tenuto a rispondere senza limitazioni dei debiti sociali. L’atto con cui il socio accomandatario rilascia garanzia ipotecaria per un debito della società non può, quindi, essere considerato costitutivo di garanzia per un’obbligazione altrui, ma va qualificato quale atto di costituzione di garanzia per un’obbligazione propria, con la conseguenza che il creditore dovrà essere pagato integralmente anche in sede concordataria.

L’ammortamento c.d. “alla francese” non comporta nessuna violazione dell’art. 1283 c.c.

Tribunale di Treviso – Sentenza 12 gennaio 2015

Anatocismo – Ammortamento alla francese – Interessi

Con la sentenza in commento, l’ennesimo Tribunale, nel caso di specie quello di Treviso, si è pronunciato in materia di anatocismo, questa volta nell’ambito di un contratto di mutuo che prevede l’ammortamento alla francese.

Secondo il Tribunale di Treviso, nella persona del giudice Dott.ssa Elena Rossi, si ha anatocismo, rilevante agli effetti dell’art. 1283 c.c., soltanto se gli interessi maturati sul debito in un determinato periodo si aggiungono al capitale, andando così a costituire la base di calcolo produttiva di interessi nel periodo.

La previsione di un piano di rimborso con rata fissa costante, c.d. ammortamento “alla francese”, non comporta, invece, alcuna violazione dell’art. 1283 c.c., poiché gli interessi di periodo vengono calcolati sul solo capitale residuo e alla scadenza della rata gli interessi maturati non vengono capitalizzati, ma sono pagati come quota interessi della rata di rimborso.

Ordine di acquisto di obbligazioni Argentina: nullo se manca il contratto quadro

Corte d’Appello di Cagliari – Sentenza 23 gennaio 2015, n. 41

La Corte d’Appello di Cagliari, con l’interessante sentenza in commento, ha fissato alcuni importanti principi in materia di prestazioni di servizi di investimento, in particolare con riferimento ad un ordine di acquisto, da parte di un investitore, di obbligazioni Argentina, dichiarato nullo in mancanza di un contratto quadro sul quale deve fondarsi l’ordine stesso.

I giudici hanno, innanzitutto, richiamato la normativa di settore, introdotta dal Testo Unico della Finanza e dal Regolamento Consob n. 11522/98 e successive modificazioni, che prevede, quanto ai contratti relativi alla prestazione dei servizi di investimento, che:

a) devono essere redatti per iscritto a pena di nullità;

b) gli intermediari autorizzati non possono fornire i proprio servizi se non sulla base di un apposito contratto scritto che specifichi quanto indicato nell’art. 30 del Regolamento Consob n. 11522/98, costituente la normativa di attuazione del TUF.

Nella prestazione dei servizi d’investimento gli intermediari devono, inoltre, comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza ed in particolare:

a) acquisire dal cliente le informazioni sulla sua esperienza, situazione finanziaria, obiettivi di investimento e propensione al rischio;

b) disporre di adeguata conoscenza degli strumenti finanziari oggetto dei propri servizi e della situazione economica e finanziaria degli emittenti per informare adeguatamente il cliente su natura, rischi ed implicazioni della specifica operazione di investimento;

c) astenersi dall’operare in conflitto di interessi con il cliente o su valori non negoziati nei mercati regolamentati, se non espressamente autorizzati per iscritto;

d) avvertire il cliente dell’eventuale inadeguatezza dell’operazione richiesta per tipologia, oggetto, frequenza o dimensione;

e) consegnare il documento informativo sui rischi.

Sulla base di quanto premesso, la Corte d’Appello di Cagliari è arrivata alle seguenti conclusioni.

La domanda proposta dagli investitori, diretta ad ottenere la declaratoria di nullità dell’ordine di acquisto dei bond argentini, è fondata sull’allegazione di una deficienza strutturale del negozio, causata dall’inosservanza della prescritta formalizzazione della procedura di attivazione degli investimenti finanziari, consistente, da un lato, nella stipulazione per iscritto del contratto quadro, ai sensi dell’art. 23 TUF, e, dall’altro, nell’obbligo di consegna del documento sui rischi prima di iniziare la prestazione dei servizi di investimento, stabilito dall’art. 28 del Regolamento Consob n. 11522/98, violazioni che attengono alla genesi della fattispecie contrattuale e non agli obblighi comportamentali inerenti la sua esecuzione.

Una lettura sistematica della normativa di settore impone di mantenere sullo stesso piano di tutela la sanzione di nullità testuale sancita dall’art. 23 TUF all’inosservanza dell’obbligo di consegnare il documento (scritto) sui rischi: a protezione dell’interesse pubblico alla regolarità del sistema finanziario è prescritta l’adozione di una fase documentale complessa che costituirà il titolo del successivo sviluppo negoziale, concretantesi nei singoli ordini di investimento, e che deve necessariamente precederlo, quale “obbligo legale di fattispecie”.

L’inosservanza di tali prescrizioni è causa di invalidità dell’intera operazione, che rimane privata del presupposto necessario a renderla conforme al paradigma legale proprio nel momento della formazione dell’accordo contrattuale.

IVASS: comunicati i tassi di riferimento da indicare nelle note informative dei contratti vita

IVASS – Lettera 16 febbraio 2015, n. 47-15-000564

Tasso di inflazione e tasso di rendimento medio lordo dei titoli di Stato relativi all’anno 2014 da inserire nelle Schede sintetiche dei contratti di assicurazione sulla vita con partecipazione agli utili

L’IVASS, con la lettera in commento, ha reso noto che, ai fini dell’aggiornamento del prospetto da inserire nelle Schede sintetiche dei contratti di assicurazione sulla vita con partecipazione agli utili, concernente il confronto, per l’ultimo quinquennio, del tasso di rendimento realizzato dalla gestione separata e del tasso di rendimento minimo riconosciuto agli assicurati con il dato storico dei tassi di rendimento medio lordo dei titoli di Stato e dei tassi di inflazione, si comunica che nell’anno 2014 il tasso medio di rendimento lordo dei titoli di Stato è stato pari al 2,08% mentre il tasso di inflazione è stato pari allo 0,21%.

Per l’aggiornamento delle Schede sintetiche dei contratti di assicurazione sulla vita con partecipazione agli utili le cui prestazioni sono espresse in valuta, l’IVASS allega i prospetti, aggiornati al 2014, concernenti le variazioni percentuali annue dei tassi di cambio delle principali valute estere contro l’euro ed i tassi di interesse dei titoli a lungo termine denominati nelle medesime valute.

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