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1) Riforma delle banche popolari e portabilità veloce per i conti correnti: pubblicato il decreto sull’”Investment compact”

2) La Cassazione rinvia alla Consulta il doppio binario delle sanzioni per il market abuse

3) Market abuse: la Cassazione torna sull’argomento

4) Mutui e interessi moratori fuori soglia: il giudice nazionale può ricalcolare gli interessi

5) La Bce raccomanda prudenza nella distribuzione dei dividendi

6) Mediazione: il Tar Lazio si pronuncia in materia di spese di avvio e formazione

7) Mediazione: il Tar Lazio ribadisce la legittimità costituzionale della “nuova” mediazione obbligatoria

8) Tassi sui mutui nella provincia di Bolzano: l’Antitrust estende l’istruttoria ad altre 13 banche

9) Recepimento della direttiva AIFM: modifiche ai regolamenti Intermediari ed Emittenti della Consob

10) Bilanci degli intermediari non bancari: pubblicate le nuove Istruzioni della Banca d’Italia


Qui di seguito, trovate le più rilevanti novità intervenute nel settore Credito & Finanza, nel periodo 24/01-05/02/2015. Registratevi QUI per ricevere sulla vostra e-mail queste comunicazioni periodiche.

Ultime Gazzette consultate:

G.U. Serie Generale 4 febbraio 2015

G.U. Unione Europea 4 febbraio 2015

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Argomenti trattati:

Riforma delle banche popolari e portabilità veloce per i conti correnti: pubblicato il decreto sull’”Investment compact”

Decreto legge 24 gennaio 2015, n. 3 – Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti

Su proposta del Presidente del Consiglio e dei Ministri dell’Economia e dello Sviluppo Economico, il Consiglio dei Ministri dello scorso 20 gennaio ha approvato un decreto legge recante “Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti”.

Il provvedimento, oltre alle misure riferibili al c.d. “Investment Compact”, racchiude la riforma delle banche popolari. Stralciata, invece, la riforma del credito cooperativo.

Il decreto legge in commento, nello specifico decreto legge 24 gennaio 2015, n. 3, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 19 dello scorso 24 gennaio, consta di 9 articoli ed è in vigore dallo scorso 25 gennaio.

Di seguito, i punti salienti del decreto appena emanato.

Banche popolariLe 10 banche popolari più grandi, ovvero quelle con attivo superiore agli otto miliardi di euro, dovranno trasformarsi in società per azioni entro 18 mesi, mentre le altre resteranno a “vocazione territoriale”.

La divisione degli istituti di credito popolari in due fasce, risponde, a detta del Governo, all’obiettivo di rafforzare il settore bancario adeguandolo allo scenario europeo, quotando in borsa quelli di maggiori dimensioni, garantendo che la liquidità disponibile diventi credito per famiglie e imprese, e preservando al contempo il ruolo territoriale delle banche appartenenti alla seconda fascia.

Le disposizioni in oggetto avranno come effetto l’attivazione di processi di aggregazione e riorganizzazione degli istituti in questione.

Portabilità conti correnti

Viene recepita la direttiva europea sulla portabilità dei conti correnti.

Gli istituti bancari e i prestatori di servizi di pagamento, in caso di trasferimento di un conto di pagamento, sono tenuti a darne corso, senza oneri o spese di portabilità a carico del cliente (resteranno pertanto a carico dell’istituto di credito), entro termini predefiniti. La trasferibilità si applica ai soli conti di pagamento e riguarda sia i consumatori che le imprese.

In caso di mancato rispetto dei termini, l’istituto bancario o il prestatore di servizi di pagamento risarcisce il cliente in misura proporzionale al ritardo e alla disponibilità esistente sul conto di pagamento al momento della richiesta di trasferimento.

La nuova SACEL’art. 3 del decreto legge in commento sancisce il nuovo e più incisivo ruolo che SACE S.p.A. potrà assumere rispetto a quello, peraltro rilevante, sin qui svolto nel sostegno all’internazionalizzazione dell’economia italiana.

La finalità che si prefigge questa disposizione è quella di rafforzare l’attività di SACE S.p.A. a supporto delle esportazioni e della economia italiana, ma, al tempo stesso, vuole aumentare la competitività della predetta SACE S.p.A. rispetto a soggetti analoghi che operano in ambito internazionale con i suoi stessi scopi.

La norma amplia l’operatività di SACE S.p.A. e ne ridisegna la sua stessa natura, autorizzandola a svolgere la sua attività, anche mediante la cessione di credito diretto alle imprese, nel rispetto del Testo Unico Bancario, con la possibilità di costituirsi come banca.

L’attività in questione verrà svolta una volta ricevuta l’autorizzazione di Banca d’Italia e nel rispetto delle normative, nazionali o estere, che siano applicabili.

La scelta delle modalità operative con cui si dovrebbe concretizzare questa attività viene demandata alla stessa SACE S.p.A.

SACE S.p.A., quindi, potrà occuparsi di “credito all’esportazione”, ma potrà anche effettuare finanziamenti diretti.

PMI innovative

Nasce la nuova categoria delle PMI innovative alla quale apparterranno le piccole e medie imprese non quotate, in possesso di un bilancio certificato e di almeno due tra i seguenti requisiti:

– effettuazione di spese in ricerca e sviluppo pari al 3% (minimo) del valore tra fatturato e costo di produzione;

– impiego di personale altamente qualificato pari almeno ad un quinto della forza lavoro complessiva;

– detenzione, licenza o deposito di almeno un brevetto o software registrato alla Siae.

Le PMI innovative saranno iscritte in un registro ad hoc e usufruiranno della disciplina già prevista per le startup innovative, fatta eccezione per le disposizioni relative al fallimento e al mercato del lavoro.

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La Cassazione rinvia alla Consulta il doppio binario delle sanzioni per il market abuse

Cassazione Penale – Ordinanza 15 gennaio 2015, n. 1782

Il market abuse, con il suo doppio binario sanzionatorio amministrativo-penale, viene rimesso all’esame della Corte Costituzionale.

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo Grande Stevens e altri, ha fatto sentire i suoi effetti ad ampio raggio, sino a promuovere l’intervento della Corte di Cassazione, che, con l’ordinanza in commento, ha sollevato due diverse, ma collegate, questioni di legittimità costituzionale.

Al centro di entrambe c’è la violazione del principio del “ne bis in idem”, quando la sanzione applicata dalla Consob in materia di abusi di mercato, al termine del procedimento amministrativo, ha una natura sostanzialmente penale. In questi termini, infatti, la Corte europea, circa un anno fa, giudicò che la disciplina nazionale che alla via amministrativa affianca, senza possibile incompatibilità quella penale, rappresenti una violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione dei diritti dell’uomo. Il divieto, cioè, di un doppio processo per il medesimo fatto si rende, a giudizio della Corte europea e della Cassazione, concreto nel momento in cui la legislazione italiana esclude il cumulo delle sanzioni per il market abuse.

La Cassazione ricorda che il quadro del diritto comunitario in materia di abusi di mercato è stato recentemente modificato dal Regolamento Ue 16 aprile 2014, n. 596 che ha, da una parte previsto un pacchetto di misure amministrative per colpire alcune fattispecie di abusi di mercato, ma, da un’altra, ha anche precisato che gli Stati possono decidere di non stabilire norme relative a sanzioni amministrative quando sono già stabilite disposizioni di natura penale.

Del resto anche la direttiva Ue 16 aprile 2014, n. 57 privilegia la risposta penale in quanto “l’adozione di sanzioni amministrative da parte degli Stati membri si è finora rivelata insufficiente a garantire il rispetto delle norme intese a prevenire e combattere gli abusi di mercato”.

Alla luce di quanto sin qui detto, la Cassazione sollecita allora dalla Corte Costituzionale un giudizio di tipo manipolativo, che sostituisca cioè all’articolo 187-bis, comma 1, del TUF, la frase “salvo che il fatto costituisca reato”, al posto di quella “salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato”. In questo modo, sostituendo la clausola che prevede il cumulo delle sanzioni, con quella che attribuirebbe, invece, carattere solo sussidiario alla fattispecie amministrativa, il Testo Unico della Finanza si adeguerebbe immediatamente alla direttiva comunitaria che chiede un rafforzamento delle misure a tutela del mercato in termini di maggiore effettività, proporzionalità e dissuasività, ed eviterebbe i rischi di un trattamento complessivo troppo afflittivo.

In subordine, però, per l’ipotesi di non accoglimento della prima questione, l’ordinanza solleva la questione sull’articolo 649 del Codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede l’applicabilità della disciplina del divieto di un secondo giudizio quando l’imputato è stato giudicato con provvedimento irrevocabile, “per il medesimo fatto nell’ambito di un procedimento amministrativo per l’applicazione di una sanzione alla quale debba riconoscersi natura penale ai sensi della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo”.

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Market abuse: la Cassazione torna sull’argomento

Cassazione Civile – Ordinanza 21 gennaio 2015, n. 950

La Cassazione, con l’ordinanza in commento, chiede alla Corte Costituzionale di stabilire se il doppio binario nelle sanzioni tributarie e finanziarie sia costituzionalmente illegittimo per contrasto con la Convenzione europea per i diritti dell’uomo nella parte in cui vieta il “secondo giudizio” per gli stessi fatti.

La Cassazione torna, dunque, sulla questione della possibile applicazione delle sanzioni amministrative previste dal Testo Unico della Finanza, per uno degli “scandali” finanziari del recente passato, a un soggetto e ad una società già incorsi in sanzione penale per gli stessi fatti.

È, dunque, necessario fare chiarezza in merito al rapporto tra market abuse e sanzioni penali.

La Corte Costituzionale dovrà, quindi, pronunciarsi anche sulla vicenda che ha coinvolto Stefano Ricucci per l’anomalo andamento dei titoli Rcs Mediagroup, stabilendo se nel nostro ordinamento si può applicare il principio del “ne bis in idem” tra sanzione penale e amministrativa, cosi come richiesto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

La decisione trae origine dalla contestazione di sanzioni da parte della Consob per violazione all’articolo 187-ter del TUF (manipolazione di mercato).

Per la stessa violazione il trasgressore aveva già patteggiato in sede penale (una pena poi interamente condonata per effetto dell’indulto). Ne conseguiva la potenziale applicazione del “ne bis in idem”, secondo il quale non si può essere puniti due volte per il medesimo fatto.

La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Grande Stevens, aveva sancito che, una volta irrogate a un soggetto sanzioni amministrative, non gli possono essere irrogate anche sanzioni penali. In caso contrario si sarebbe violato il divieto di doppio giudizio e la doppia pena per lo stesso reato.

Nella circostanza era stato, altresì, affermato che possono considerarsi “penali” le sanzioni amministrative dall’ordinamento italiano, se particolarmente afflittive.

I giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo, erano giunti a tali conclusioni, proprio dall’analisi delle sanzioni Consob, solo nominalmente amministrative: esse, infatti, sono da considerarsi di natura penale, in ragione della severità delle stesse, sia per l’importo, sia per le sanzioni accessorie collegate e sia, infine, in ragione delle loro ripercussioni complessive sugli interessi del condannato.

Ora la Cassazione ha ritenuto di non poter disapplicare una legge dello Stato, la sanzione del Testo Unico della Finanza, pur se ritenuta in contrasto con la pronuncia Corte europea dei diritti dell’uomo.

Ed, infatti, secondo i giudici di legittimità, tale disapplicazione non può essere risolta in via interpretativa, non potendo la Cassazione applicare la legge nazionale conformemente alla interpretazione della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Per tale motivo la Suprema Corte ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale riguardante l’articolo 187-ter del TUF, alla luce della citata sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha ritenuto le sanzioni amministrative previste dalla disciplina italiana sugli abusi di mercato di tipo penale, a prescindere dalla loro qualificazione nel diritto interno per contrasto all’articolo 117 della Costituzione (la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali).

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Mutui e interessi moratori fuori soglia: il giudice nazionale può ricalcolare gli interessi

Corte di Giustizia Europea – Sentenza 21 gennaio 2015

Rinvio pregiudiziale – Direttiva 93/13/CEE – Contratti conclusi tra consumatori e professionisti – Contratti di mutuo ipotecario – Clausola relativa agli interessi di mora – Clausole abusive – Procedimento di esecuzione ipotecaria – Moderazione dell’importo degli interessi – Competenze del giudice nazionale

La Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza in commento, si è pronunciata in merito alla delicata questione degli interessi moratori fuori soglia ed, in particolare, sui compiti affidati al giudice nazionale.

Il principio di carattere generale espresso dalla Corte di giustizia è che è in linea con le norme comunitarie una disposizione nazionale in virtù della quale il giudice nazionale, investito di un procedimento di esecuzione ipotecaria, sia tenuto a far ricalcolare le somme dovute sulla base di una clausola di un contratto di mutuo ipotecario che prevede interessi moratori il cui tasso sia superiore al triplo del tasso legale, affinché l’importo di detti interessi non ecceda tale soglia.

Ciò, però, a patto che l’applicazione di detta disposizione nazionale non pregiudichi la valutazione da parte di tale giudice nazionale del carattere abusivo della suddetta clausola e che non impedisca al medesimo giudice, di disapplicare la clausola stessa ove dovesse concludere per il suo carattere “abusivo”, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 93/13/CE concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori.

Il fatto

Davanti ai giudici spagnoli pendono quattro differenti procedimenti di esecuzione forzata intrapresi dagli istituti bancari Unicaja Banco (causa C-482/13) e da Caixabank (cause C-
484/13, C-485/13 e C-487/13) per l’esecuzione di diverse ipoteche, tutte costituite tra il 2007 e il 2010 per importi compresi tra euro 47.000 ed euro 249.000, a seguito del mancato pagamento dei debiti derivanti da contratti di mutuo ipotecario stipulati.

I mutui ipotecari erano soggetti a tassi d’interesse di mora del 18% e del 25%. Inoltre, tutti i contratti di mutuo contenevano una clausola secondo cui, in caso di inadempimento del mutuatario ai suoi obblighi di pagamento, il mutuante poteva anticipare la data di esigibilità inizialmente pattuita e richiedere il pagamento dell’intero capitale dovuto, maggiorato degli interessi, degli interessi di mora, delle commissioni e delle spese concordati.

La Unicaja Banco e la Caixabank hanno chiesto l’esecuzione forzata allo Juzgado de Primera Instancia e Instrucción nº 2 de Marchena (Tribunale di primo grado e d’istruzione di Marchena, Spagna), applicando i tassi d’interesse di mora previsti. Il giudice spagnolo si pone la questione del carattere abusivo delle clausole relative ai tassi d’interesse di mora e dell’applicazione di detti tassi al capitale la cui esigibilità anticipata è dovuta al ritardo nel pagamento. Esso avanza, tuttavia, dubbi in merito alle conseguenze del carattere abusivo di dette clausole poiché, secondo la legge spagnola, dovrebbe far ricalcolare gli interessi di mora il cui tasso sia superiore al triplo del tasso legale, affinché venga applicato un tasso d’interesse che non ecceda tale soglia. Ciò premesso, chiede alla Corte di giustizia se la direttiva concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori osti alla legge spagnola.

Normativa di riferimento

A livello di diritto dell’Unione europea, la normativa di riferimento è la Direttiva 93/13/CEE, finalizzata al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti le clausole abusive nei contratti stipulati tra un professionista e un consumatore.

A livello di diritto spagnolo, invece, la legge n. 1/2013 rappresenta la nuova normativa sulla tutela dei consumatori adottata a seguito della sentenza della Corte del 14 marzo 2013, nella causa C-415/11, in forza della quale, nel caso in cui il giudice accerta, nell’ambito di un procedimento esecutivo, il carattere abusivo di una o più clausole, può dichiarare l’improcedibilità dell’esecuzione o disporre l’esecuzione senza applicare le clausole considerate abusive.

La decisione della Corte

La Corte dichiara che la direttiva non osta alla legge spagnola purché la sua applicazione:

a) non pregiudichi la valutazione da parte del giudice nazionale del carattere abusivo della clausola;

b) non impedisca a detto giudice di disapplicare detta clausola ove dovesse concludere per il suo carattere abusivo ai sensi della direttiva.

A tal proposito, la Corte rileva che l’obbligo di rispettare la soglia corrispondente al tasso degli interessi di mora non pregiudica in alcun modo la valutazione, da parte del giudice, del carattere abusivo di una clausola che li fissa. Infatti, la Corte sottolinea che il giudice nazionale può valutare il carattere eventualmente abusivo di una clausola relativa a interessi moratori il cui tasso sia inferiore a quello previsto dalla legge spagnola. Un tasso d’interesse di mora inferiore al triplo del tasso legale non necessariamente va considerato equo ai sensi della direttiva. Parimenti, quando il tasso d’interesse moratorio previsto da una clausola è superiore a quello previsto dalla legge spagnola e deve essere oggetto di una limitazione, una tale circostanza non deve impedire al giudice nazionale di trarre tutte le conseguenze dall’eventuale carattere abusivo della clausola alla luce della direttiva e di procedere, eventualmente, al suo annullamento.

Ciò precisato, la Corte osserva inoltre che, in tali cause, salve le verifiche effettuate dal giudice del rinvio, l’annullamento delle clausole contrattuali non sembra avere, in linea di principio, conseguenze negative per i consumatori, in quanto gli importi per i quali i procedimenti di esecuzione ipotecaria sono stati avviati saranno necessariamente inferiori in assenza della maggiorazione risultante dagli interessi moratori previsti dalle clausole.

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La Bce raccomanda prudenza nella distribuzione dei dividendi

Banca centrale europea – Comunicato Stampa 29 gennaio 2015 – La vigilanza bancaria della BCE raccomanda una politica di distribuzione dei dividendi prudente e annuncia l’analisi della remunerazione variabile

Banca centrale europea – Raccomandazione 28 gennaio 2015, n. 2 – Sulle politiche di distribuzione dei dividendi

La Vigilanza bancaria della Bce, nell’ambito del suo obiettivo di rafforzare la sicurezza e la solidità del sistema bancario dell’area euro, con la raccomandazione in commento, indirizzata alle banche, ha invitato le stesse a praticare una politica di distribuzione dei dividendi “prudente” e “conservativa” che tenga conto delle difficili condizioni economiche e finanziarie correnti.

Le banche, rileva la Vigilanza, “devono continuare a rafforzare la base patrimoniale al fine di rispettare i requisiti del 2019”.

In tale ottica, ha impartito indicazioni specifiche in merito ai criteri da utilizzare per il pagamento dei dividendi nel 2015 per l’esercizio finanziario 2014, distinguendo gli enti creditizi in tre categorie a seconda che gli stessi abbiano soddisfatto o meno i requisiti patrimoniali al 31 dicembre 2014 e abbiano attuato pienamente o solo parzialmente i coefficienti patrimoniali e di capitalizzazione previsti dalla normativa europea a gennaio 2019.

Le banche meno virtuose, quelle cioè che nell’esercizio 2014 hanno registrato una carenza patrimoniale residua o l’inosservanza dei requisiti patrimoniali, in linea di principio, secondo la Vigilanza non dovrebbero distribuire dividendi.

Viene poi chiarito che le banche che non rispetteranno la raccomandazione della Bce saranno tenute a fornire informazioni aggiuntive e motivazioni dettagliate, unitamente ai programmi attraverso i quali intendano conseguirla. Detta documentazione sarà valutata ai fini del processo di revisione e valutazione prudenziale.

A latere, nella medesima raccomandazione, agli enti creditizi è stato – inoltre – comunicato che la remunerazione variabile sarà oggetto di un’analisi dettagliata nei prossimi mesi. Nel corso di tale valutazione, la Bce terrà conto della situazione patrimoniale degli enti creditizi poiché la remunerazione variabile dovrebbe essere coerente con la capacità della banca di detenere una solida base di capitale.

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Mediazione: il Tar Lazio si pronuncia in materia di spese di avvio e formazione

Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio – Sentenza 23 gennaio 2015, n. 1351

Con la sentenza in commento il Tar Lazio, pronunciandosi sul ricorso presentato dalla UNCC di Parma, ha annullato alcune norme del Decreto interministeriale n. 180/2010 in materia di mediazione delle liti civili e commerciali ed ha creato una serie di dubbi in ordine alle conseguenze sulla concreta operatività degli organismi nelle more di un appello al Consiglio di Stato (con richiesta di sospensiva).

Di seguito i punti più significativi della lunga sentenza emanata dal Tar Lazio che, dopo aver respinto alcune delle censure sollevate dai ricorrenti nei confronti della disciplina della mediazione, tempo per tempo modificata (e fatta oggetto di motivi aggiunti), ha annullato il D.M. n. 180/2010 in due importanti aspetti.

Primo incontro – Per quanto attiene alle spese di avvio, punto particolarmente delicato della pronuncia, si rileva che la declaratoria di illegittimità colpisce tale previsione in quanto ritenuta contrastante con la norma primaria secondo la quale non è dovuto il “compenso” all’organismo di mediazione “nel caso di mancato accordo all’esito del primo incontro” (art. 16, commi 2 e 9, D.M. n. 180/2010, in riferimento all’art. 17, comma 5-ter, D.Lgs. n. 28/2010).

Il Tar ha ritenuto di non fornire una motivazione approfondita e non ha neanche tenuto conto della diversa interpretazione fornita dal Ministero della Giustizia con la circolare del 27 novembre 2013 (che a sua volta richiamava la circolare del 20 dicembre 2011) con la quale si era precisato che le “spese di avvio” non costituivano il compenso per la mediazione, bensì soltanto la determinazione forfetaria (in misura fissa ed unitaria) delle spese dell’organismo per la gestione dell’avvio della procedura (in ciò distinguendosi dalle “spese di mediazione” che costituiscono il compenso dell’organismo).

Formazione – Altra illegittimità viene poi riservata alla norma (art. 4, comma 3, lett. b), D.M. n. 180/2010) che regolamenta la formazione dei mediatori (in relazione all’art. 16, comma 4-bis, D.Lgs. n. 28/2010), ma soltanto “nella misura in cui è suscettibile di essere applicata in via generale” e, perciò, anche agli avvocati-mediatori di diritto.

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Mediazione: il Tar Lazio ribadisce la legittimità costituzionale della “nuova” mediazione obbligatoria

Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio – Sentenza 26 gennaio 2015, n. 1421

Con la sentenza in commento, nel procedimento proposto dall’OUA – Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana e da vari Consigli degli Ordini degli avvocati, il Tar Lazio ha ribadito la legittimità costituzionale, sotto il profilo degli artt. 24 e 77 della Costituzione, della “nuova” mediazione obbligatoria come ridisciplinata, successivamente alla pronunzia della Corte Costituzionale n. 272 del 2012, dall’art. 84, comma 1, lett. b), del D.L. 21 giugno 2013, n. 69 (c.d. “decreto del fare”), convertito, con modificazioni, dalla Legge 9 agosto 2013, n. 98, che ha nuovamente regolamentato l’esperimento della conciliazione quale condizione di procedibilità per la domanda giudiziale in alcune materie (art. 5, comma 1-bis, del D.Lgs. n. 28/2010), escludendo il pericolo di una indebita restrizione dell’accesso alla giustizia, ravvisabile (e ravvisato dalla Sezione con l’ordinanza n. 3202/2011) in occasione dell’esame delle originarie formulazioni del D.Lgs. n. 28/2010 e del D.M. n. 180/2010.

In sostanza, secondo il Tar Lazio non sono riproducibili nei confronti della “nuova” conciliazione obbligatoria quei rilievi critici cui aveva dato luogo il previgente sistema, poggianti sul combinato disposto di alcune previsioni, poi modificate, che hanno fatto fondatamente dubitare della suscettibilità della “vecchia” mediazione obbligatoria di consentire l’esercizio effettivo del diritto di difesa in giudizio e la possibilità di condurre a una composizione delle controversie in conformità all’alto rango dei principi che caratterizzano la materia nell’ordinamento nazionale vigente.

Ciò sul rilievo che:

– le materie per cui la mediazione è obbligatoria e costituisce condizione di procedibilità della domanda giudiziale sono state rivisitate in senso diminutivo, non essendovi più tra le stesse il risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti (art. 5, comma 1-bis);

– la condizione di procedibilità è ora assolta senza che sia necessario esperire un vero e proprio tentativo di conciliazione, ovvero con la mera partecipazione a un primo incontro (art. 5, comma 2-bis);

– nel caso di mancato accordo all’esito del primo incontro, da svolgersi non oltre trenta giorni dalla domanda di mediazione (art. 8, comma 1), nessun compenso è dovuto per l’organismo di mediazione (art. 17, comma 5-ter);

– si prevede l’assistenza dell’avvocato per promuovere la conciliazione obbligatoria (art. 5, comma 1-bis);

– si prevede l’assistenza dell’avvocato fino al termine della procedura (art. 8, comma 1);

– la proposta del mediatore interviene soltanto all’avverarsi delle relative condizioni, dopo il primo incontro, nell’ambito del quale il mediatore chiarisce alle parti la funzione e le modalità di svolgimento della mediazione e invita poi le parti e i loro avvocati a esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione, procedendo nel caso positivo (art. 8, comma 1);

– solo ove tutte le parti aderenti alla mediazione siano assistite da un avvocato, l’accordo che sia stato sottoscritto dalle parti e dagli stessi avvocati costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, l’esecuzione per consegna e rilascio, l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l’iscrizione di ipoteca giudiziale (art. 12, comma 1);

– al fine di sottrarsi alle conseguenze pregiudizievoli, in tema di argomenti di prova e di sanzioni, derivanti nel successivo giudizio dalla mancata partecipazione al procedimento di mediazione laddove obbligatorio, possono essere addotti giustificati motivi (art. 8, comma 4-bis);

– gli avvocati iscritti all’albo sono di diritto mediatori (art. 16, comma 4-bis).

A ciò si aggiunga che le modifiche medio tempore apportate al D.M. n. 180/2010 hanno rafforzato la qualità del servizio di mediazione.

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Tassi sui mutui nella provincia di Bolzano: l’Antitrust estende l’istruttoria ad altre 13 banche

Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – Provvedimento n. 25272 del 13 gennaio 2015 – Tassi sui mutui nella provincia di Bolzano

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con il provvedimento in commento pubblicato nel Bollettino n. 2 del 2 febbraio 2015, ha esteso, ad altre tredici banche, operanti tutte nella provincia di Bolzano e Trento, il procedimento istruttorio volto ad accertare la presenza di una possibile intesa restrittiva della concorrenza nella determinazione dei tassi applicabili ai mutui immobiliari.

L’istruttoria, avviata il 7 maggio 2014 (provvedimento n. 24897) anche grazie alla segnalazione dell’associazione di consumatori Centro Tutela Consumatori Utenti Alto Adige, aveva coinvolto inizialmente sei banche operanti nelle medesime province.

L’obiettivo dell’Antitrust era verificare l’inserimento, nei contratti di mutuo ipotecario a tasso variabile offerti dalle banche, di una medesima clausola relativa alla presenza di un c.d. tasso floor, il cui ammontare è stato fissato nell’identica misura del 3%, che rappresenta una soglia minima al di sotto della quale il tasso di interesse applicato al finanziamento non può scendere.

Tale soglia risulta particolarmente onerosa per la clientela, ma soprattutto non rispecchia il corrente andamento dei tassi di interesse.

Le sei banche originariamente coinvolte sono le seguenti: Cassa di Risparmio di Bolzano, Banca Popolare dell’Alto Adige, Cassa Raiffeisen di Brunico, Cassa Rurale Bolzano, Cassa Rurale Renon e Cassa Raiffeisen Valle Isarco.

Le tredici banche coinvolte con il provvedimento in commento sono le seguenti: Federazione Cooperative Raiffeisen Soc. Coop., Federazione Trentina della Cooperazione Soc. Coop., Cassa Raiffeisen Oltradige Soc. Coop., Cassa Raiffeisen Wipptal Soc. Coop., Cassa Raiffeisen Lana Soc. Coop., Cassa Raiffeisen Prato-Tubre Soc. Coop., Cassa Raiffeisen Silandro Soc. Coop., Cassa Raiffeisen Lagundo Soc. Coop., Cassa Raiffeisen Castelrotto-Ortisei Soc. Coop., Cassa Raiffeisen Merano Soc. Coop., Cassa Raiffeisen Tures Aurina Soc. Coop., Cassa Raiffeisen Nova Ponente-Aldino Soc. Coop., Cassa Centrale Raiffeisen dell’Alto Adige S.p.A..

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Recepimento della direttiva AIFM: modifiche ai regolamenti Intermediari ed Emittenti della Consob

Consob – Delibera n. 19094 dell’8 gennaio 2015 – Modifiche ai regolamenti di attuazione del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, concernenti la disciplina degli emittenti e degli intermediari adottati rispettivamente con delibera n. 11971 del 14 maggio 1999 e con delibera n. 16190 del 29 ottobre 2007 e successive modificazioni

Consob ha approvato le modifiche regolamentari necessarie al recepimento della direttiva europea 2011/61/Ue sui gestori di fondi alternativi (“Aifmd”). Le modifiche erano state sottoposte a pubblica consultazione nello scorso mese di giugno.

Consob, con la delibera in commento, ha provveduto a modificare i regolamenti intermediari ed emittenti..

Nel regolamento intermediari è stato scelto l’approccio di individuare un corpus unico normativo applicabile a tutto il settore della gestione collettiva del risparmio.

Sono state tuttavia salvaguardate determinate specificità che la gestione di fondi Ucits (Undertakings for Collective Investment in Transferable Securities) presenta rispetto alla gestione di Fia (Fondi di investimento alternativi).

I Fia ricomprendono tutti i fondi d’investimento che non ricadono nel perimetro applicativo della direttiva europea in materia di fondi Ucits ovvero:

a) i fondi hedge o speculativi, aperti o chiusi;

b) i fondi chiusi mobiliari e immobiliari e

c) i fondi aperti non armonizzati con la direttiva Ucits.

Per una maggiore semplificazione si è inoltre rinviato alle norme del regolamento Ue n. 231/2013 in tutti quei casi in cui le disposizioni previste per i gestori di Fia si applichino anche ai gestori di Oicvm (Organismi di investimento collettivo in valori mobiliari).

Non sono state previste deroghe alla disciplina generale a vantaggio dei gestori cosiddetti sotto – soglia (soggetti per i quali il valore totale dei beni gestiti non supera i 100 mln di euro ovvero i 500 mln se gli Oicr – Organismi di investimento collettivo del risparmio – da questi gestiti non fanno ricorso alla leva finanziaria e non consentono agli investitori di esercitare il diritto di rimborso per cinque anni dopo l’investimento iniziale). Ciò in base al fatto che le regole generali di condotta stabiliscono canoni di correttezza comportamentale per qualunque gestore professionale.

Per quanto riguarda il regolamento emittenti, le modifiche deliberate sono volte a:

– definire l’iter procedurale che i gestori italiani e i gestori esteri sono tenuti a seguire ai fini della commercializzazione nazionale e transfrontaliera di Fia, siano essi riservati a investitori professionali o ad investitori al dettaglio;

– enumerare gli obblighi informativi nei confronti degli investitori. Al riguardo, con riferimento agli investitori professionali, l’allegato 1-bis definisce il set informativo minimo da rendere prima della conclusione dell’investimento. Per quanto concerne invece l’informativa da fornire agli investitori al dettaglio, in ipotesi di sottoscrizione di Fia aperti, si conferma la disciplina vigente che prevede l’obbligo di redigere il documento con le informazioni chiave per gli investitori (Kiid) e il prospetto, mentre nel caso di Fia chiusi si applicano le disposizioni emanate in attuazione della direttiva Ue in materia di prospetti (2003/71/Ce);

– implementare la nuova disciplina del Tuf relativa agli obblighi in capo ai gestori di Fia che acquisiscono partecipazioni rilevanti e di controllo in società non quotate o in emittenti quotati.

Il documento iniziale sottoposto alla consultazione ha subito alcune modifiche. Su richiesta degli operatori i gestori sotto – soglia di Fia riservati a investitori professionali sono stati esonerati dalla procedura di notifica preventiva alla Consob in caso di commercializzazione domestica.

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Bilanci degli intermediari non bancari: pubblicate le nuove Istruzioni della Banca d’Italia

Banca d’Italia – Istruzioni 22 dicembre 2014 – Istruzioni per la redazione dei bilanci e dei rendiconti degli intermediari finanziari ex art. 107 del TUB, degli Istituti di pagamento, degli IMEL, delle SGR e delle SIM

La Banca d’Italia ha emanato le nuove Istruzioni in commento che sostituiscono integralmente le istruzioni allegate al Regolamento del 14 febbraio 2006 “Istruzioni per la redazione dei bilanci degli Intermediari finanziari iscritti nell’Elenco speciale, degli Istituti di moneta elettronica (IMEL), delle Società di gestione del risparmio (SGR) e delle Società di intermediazione mobiliare (SIM)” e successive modifiche.

Le stesse si applicano a partire dal bilancio relativo all’esercizio chiuso o in corso al 31 dicembre 2013, ad eccezione delle modifiche contenute nell’Allegato A “Schemi di bilancio e di nota integrativa degli intermediari finanziari” – Nota integrativa – Parte D “Altre informazioni” – Sezione D “Garanzie rilasciate e impegni”, che si applicano a partire dal bilancio relativo all’esercizio chiuso o in corso al 31 dicembre 2014. È consentita, tuttavia, un’applicazione anticipata di queste ultime modifiche ai bilanci relativi all’esercizio chiuso o in corso al 31 dicembre 2013.

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